daily life

La libertà del pagliaccio

34 secondi di chiamata.
Potrei raggruppare tutte le minime variazioni di numero – mai più di 90 secondi – e farci qualcosa. Che cosa non so. Un’installazione, probabilmente. Quando devi riassumere passato, presente e futuro in meno di 90 secondi. E finisce che si dicono cose abbastanza banali, in fondo. Sì, va tutto bene. Sì, tranquillo/a. Le parole sono parole sono parole. 34 secondi di chiamata servono solo a sentire la voce altrui e capire da questa come vanno le cose.
Poi ti senti stupida, mentre non riesci a non cercare una spiegazione dettagliata alla durata delle telefonate. Ma non vi tedierò con le mie vane speculazioni a riguardo. Non serve neanche aspettare di poterle guardare a posteriori per trovarle tragicomiche – tragicomiche come ogni necessità umana che cocciuta tenta e ritenta nonostante le circostanze siano sfavorevoli. E poi, in fondo, non sono che questo: speculazioni. Ben lontane dal fulcro della faccenda. Non risolutive. Distrazioni per una mente logico-deduttiva. Vanitas.
Potrei invece trovarmi a tediarvi con altre correlate faccende.
Perché scrivere a coevi e posteri è più facile che scrivere direttamente a T. Per entrambi, in un certo senso. Per queste cortesie da ufficiali da operetta tedesca che ci riserviamo, e che adoro, quanto adoro, ma fanno sì che la comunicazione verbale possa solo limitatamente riportare i pensieri. E poi ci troviamo entrambi a pensare: Sarò riuscita/o a trasmerle/gli tutto? Abbiamo la scioltezza nelle relazioni di due quindicenni. Festeggiamo anche questo, che tanto mi fa sorridere.
E, poi, scrivere a coevi e posteri è più facile e basta, soprattutto per mantenere quello stand-by che tutto e tutti dovrebbe salvare. Prendilo e mettilo in uno scrigno e di ciò parla: di quel che ti ha lasciato. Di quella cosa che non è lui ma quel che lui ti ha dato, e che avrai sempre e comunque. Contorte strategie per vivere nel presente.
Vivere una persona come se fosse il gatto di Schrödinger. Se ti chiama, significa che è vivo. Che cazzo te ne frega, a quel punto, di dire cose innovative per 34 secondi? Poi la chiamata finisce e il gatto torna nella scatola.
Lo stand-by è la migliore soluzione che io riesca a concepire. Ed è una soluzione vecchia. Una vita di rapporti a distanza mi ha insegnato a vivere ogni giorno per quel che – per chi – ho in quel momento. Perché la presenza dell’assenza sia una celebrazione, non un patimento. E perché ci sono vite che sono palline impazzite e precarie e sono bellissime così.
Serbo nel cuore F, quella stessa F che ha candidamente ammesso di non potermi tenere nella propria vita perché sono una pallina impazzita e non può controllarmi. Per motivi completamente diversi da quelli di T, ma che hanno conseguenze simili.
La libertà che celebro e mi auspico è quella di essere se stessi; solo secondariamente si tramuta – sull’onda di una sincerità che, come si riserva a se stessi, si riserva al prossimo – in un potrei sparire da un momento all’altro. Non è che la mera conseguenza della celebrazione dell’individualità – mia, e altrui. Mai vorrei che qualcuno rinunciasse a una parte di sé per me: rinuncerebbe così a una parte che amo. Amo individui forti in sé, e che grazie a quell’essere in sé sanno risplendere e ispirarmi. Ciao, Nietzsche. Perciò T, pallina impazzita e precaria che voglio nella mia vita, necessita dello stand-by: per godere di lui quando c’è, per non struggermi quando non c’è. Non voglio che sia uno dei miei motivi di sofferenza, ma di gioia. E anche perciò è un favore che faccio a entrambi, in questo caso: saprà di non avermi fatto soffrire per ciò che è. Concetto difficile da spiegare a chi non tende a prendersi il peso delle proprie scelte, anche e soprattutto quando sa che sono scelte da individuo centrato in se stesso. La chiamo consapevolezza. E le do un enorme peso.
Festeggio questa vita che mi riserva sorprese inaspettate celebrando la vita di T – quella parte, nella scatola, che compartecipa a creare ciò che in lui amo.
(Vedete? Scrivere a coevi e posteri è più facile. Posso anche lasciarmi andare con le scelte di termini. Poetizzare. Strafare. La presenza di un pubblico attenua la gravità delle mie parole. Le relativizza. Non le rende impugnabili. Beata libertà del pagliaccio.)
C’è una casa da pulire, delle lezioni da preparare, una traduzione da finire. Libri da inserire nella libreria trovando loro un posto – ri-strutturare la vita ogni tot, ritualizzando tali momenti per dare quel lieve-profondo senso alla quotidianità. Qualcosa di piccolo, qualcosa di grande. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo. Perché la distanza tra immanente e trascendente, tra presente e assente, non sia troppo significativa.

Cerbero

Ascolto un album intitolato Winter and the Broken Angel, album il cui titolo era scomparso dalla mia memoria. Per anni. Nonostante, all’epoca, esso avesse un’incredibile capacità evocativa a ogni, ripetuto, ascolto.

 

Ho una mancanza di memoria degna di nota. C’è chi ha palazzi della memoria, con ricordi ordinatamente collocati in stanze, angoli, gerarchie di importanza, senso e colore, categorizzazioni che si fanno simbolo e con ciò riescono a dare un senso.
Nel mio palazzo di senso ce n’è poco. E non è neanche un palazzo. Lo è, ma solo per mancanza di termini alternativi. Lo è, ma si estende in orizzontale sconfinatamente anziché avere un sopra e un sotto. Non ho cantine, ma profondità che sono tali per la loro lontananza dall’entrata. E la luce viene tutta da lì: dall’entrata. Mano a mano che ci si addentra, mano a mano che le stanze si fanno più vuote e polverose, la luce viene meno. Scompaiono le persone, appaiono le presenze. Scompaiono gli elementi che posso controllare – sono viziata dal farlo, io sognatrice perennemente lucida – appaiono quelli che agiscono fregandosene dei miei ammonimenti, del mio canalizzare la volontà per plasmare la sfera onirica, del mio sminuirli. Ridono. Piccole manifestazioni del Dio Che Ride.
In fondo – dopo le stanze illuminate e calde e vissute; dopo quelle più risposte, meno battute; dopo quelle che somigliano a soffitte, per polvere e abbandono, o a fontane da cui non sgorga acqua dall’inizio dei tempi; dopo gli antri in cui l’inconscio si cela per comparire all’improvviso e destabilizzarmi – dopo tutto questo, l’intero palazzo converge in una porta. Un singola, poco degna di nota, porta di legno.
Lì dietro c’è il Cane.
Lì dietro, nel fondo di quel luogo che non ho mai esplorato abbastanza, il Cane si alza e scatta nel momento stesso in cui apro la porta e corre verso di me.
Il Cane non è cattivo: è idrofobo. Se fosse cattivo lo potrei relativizzare, circuire, risolvere. Ma il cane scatta sbavando perché è l’unica cosa che sa fare quando si sente invaso – e quello è il suo territorio. Qui, dove le stanze sono quasi del tutto buie e spoglie, o così si fanno immaginare, il Cane è l’unica presenza immediatamente tangibile. E io mi sbrigo, sapendo che il mio tempo è contato: quello che mi rimane prima che il Cane giunga. Quando mi avrà raggiunto il sogno finirà. E allora cerco, mi addentro, veloce per non farmi fermare da quei fantasmi che vogliono ridurmi all’impotenza, quell’impotenza che mi annichilisce. O mi spaventano nell’unico modo in cui possono farlo: mostrandomi le immagini che sono riposte a fondo, molto a fondo, maschere che uniscono su di sé significati di per sé innocui, ma che accoppiati risvegliano il potenziale distruttivo del paradosso.
O rendermi impotente o farmi impazzire – che cambia?

 

Ho pensato a lungo che il Cane non fosse altro che quella Bestia nell’Umano da tanti citata. Ma no, il Cane è più puro. Il Cane non ha limiti, né quindi capacità di costruire architetture per travalicarli. Il Cane è, punto, e perciò irrisolvibile. E’ un tassello basilare del sistema binario che tutto compone – che tutto ciò che è concepibile dall’essere umano compone, perlomeno. E’ al di là del bene e del male. Non posso avercela con il Cane. Anche perché il Cane è una parte di me che ne tutela un’altra.

 

La maggior parte delle volte che sento parlare di Bestia Umana le bestie c’entrano ben poco. La crudeltà, che alcuni definiscono tutta umana, ha come prerogativa la capacità di astrarsi e costruire castelli di giustificazioni e manipolazioni e mistificazioni. In ciò offende l’umano: nella sua capacità di celare la verità all’umano – quale sia questa verità, e che sia una sola o sia tante.
Non odio il Cane. Non posso odiarlo. La sua sincerità è troppo assoluta.

 

Queste lezioni di Business English mi stanno salvando dalla malinconia che ha deciso di ammantare questo periodo. Se n’è approfittata di una serie di fatti, ma i fatti non parlano da soli: li ha usati per dire la sua, per imporsi come le nuvole, non potendo eliminare il sole, lo coprono.
E’ una sensazione nuova, per la sottoscritta. Sono troppo abituata a dover gestire i maremoti e le tempeste interiori per poter concepire che l’esterno tuoni e urli mentre io sono pacata. Pacatissima, considerando il considerabile. Conoscendo me – quella Me che potrei dire vecchia, se certe cose si potessero lasciare nel passato; ma si possono solo ricacciare a fondo, vicino al Cane – mi sarei aspettata che, dinnanzi a simili avvenimenti esterni, avrei reagito in un modo o nell’altro: o essendone sconvolta, se questi avvenimenti fossero riusciti a risvegliare quella parte sopita, o essendone placidamente indifferente – quell’indifferenza che un po’ mi spaventa.
E invece, per una volta, mi trovo placida su un battello ebbro. Mi domando se sia un’evoluzione o un’involuzione – sempre che si voglia riconoscere differenza tra le due cose. Mi domando cosa ci sia oltre le coltri. Mi domando se io non stia postponendo, e con ciò incancrenendo un qualcosa – un qualcosa che non so vedere, afferrare, definire, e che deve risiedere nel territorio del Cane.
E’ la mancanza di paura a stupirmi. Ci sono poche cose che temo di più. La paura con la sua capacità di scardinare e gettare tra onde per cui non mi sono allenata a nuotare – e a trattenere il fiato, soprattutto. A volte è solo questione di saper trattenere il fiato al momento giusto – perché non vincerai sull’onda se non facendoti trascinare, sott’acqua con la corrente per poi riemergere e respirare nuovamente. Il panico ammazza. Letteralmente.
E così, non sentendo paura della paura in questo momento, provo paura. Qualsiasi cosa io faccia, essa si ripresenta in altra forma. Se ne frega dei miei ammonimenti come i fantasmi del mio palazzo, il cui unico potere è quello di saper apparire come e quando vogliono. Non sanno far altro. Non serve che sappiano far altro. Per minacciarmi basta quello – con gesti che sono al contempo minacce e la loro realizzazione.

Tequila

Ero dal parrucchiere.
(E qui devo aprire una parentesi.
Perché alcune persone amano andare dal parrucchiere?
Sarà che ho una chioma abbastanza consistente da meritare un proprio status giuridico, dinnanzi a cui gli ignari parrucchieri si accartocciano in attimi di disperazione, ma veramente… Perché alcune persone amano sprecare tempo a farsi lavare e tagliare e colorare la testa? Sappiate, coevi e posteri, che ci sono andata soprattutto per un motivo pragmatico: impiegare tre minuti per bagnare tutti i capelli è troppo.)
Ero dal parrucchiere, il mio parrucchiere easy going nel centro di una delle città più snob e borghesi che io concepisca: la mia. Il fatto che i miei parrucchieri riescano a essere una coppia di persone tranquille nell’animo, così tranquilla da non essere (… qual è il participio passato di “tangere”? Beh, quello) dai pettegolezzi milf benpensanti che pagano loro le vacanze, mi fa pensare che tutto è possibile. E’ un bel pensiero, ma c’è di meglio.
Ad esempio, mentre il parrucchiere litiga con i miei capelli parlando di quanto i limoni siciliani siano deliziosi, ai limiti dell’erotico, enfatizzando il concetto con una serie di “cazzo” armonicamente distribuiti all’interno della frase, VB fa notare quanto siano buoni i limoni di Sicilia con il sale.
E io penso, cazzo (adeguandomi al parrucchiere), che conosco quel sapore.
Poi realizzo.
Tequila.
E continuo ad averne voglia.

Alla ricerca del tempo investito

Una volta aggiornavo questo blog a ogni virata di umore, offrendo ai viventi e ai posteri – mi dico a posteriori – un servizio abbastanza utile nella sua rarità: un aggiornamento costante della Weltanschauung di una individua che si sforza di non mentire, e quindi di offrire sempre la propria verità, e lo fa in diretta.
Poi ho smesso.
Non saprei dirvi il perché, in primis perché sicuramente ce ne sono più di quanti io possa considerare lucidamente.
Mi dico che mi sono fatta borghese, ma è una scusa: dicendolo, mi evito di riflettere sui motivi reali, scaricando tutto a questa spiegazione comprensibile ai più, e che soprattutto non necessita di essere compresa per comunicare qualcosa.
Ci sono troppe cose, qui dentro, e al contempo ne ho rimosse troppe per unirle in un tutt’uno omnicomprensivo.
Vi ho mai detto che soffro della tendenza di rimuovere il prima possibile gli eccessi di emozione che provo? L., ad esempio, fuori da una discoteca inglese, e fare discorsi su me e lui, e volerlo abbracciare e baciare e tenere stretto per anni, pur sapendo che ho solo pochi giorni a disposizione.
Quanto inutile dolore.
Quanta inutile frustrazione.
Per questo il mio cervello rimuove, suppongo.
Al contempo, però, mantiene dei souvenir. Quella sensazione, assieme alla pacata tristezza che si prova passeggiando nei dintorni di Kiel con la colonna sonora di Shutter Island nelle orecchie, che si accosta alla totalmente opposta esperienza di una cena nel tramonto romano, ospite in una villa, con le rondini che creano archi sulla piscina scoperta.
Qualsiasi cosa io dica, diventi, che nessuno dica in mio nome che ho spronato alla moderazione. Tutt’altro, per favore: ascolto la soundtrack di un film che non conosco, ma la conosco perché una donna che ho amato vi ha inciso sopra parole di libertà. Che non vogliate nulla di meno: non come rondini che al tramonto si abbeverano da una piscina in cui avete riso per ore, ma esattamente quella sensazione – nulla di più e nulla di meno – nessun artificio per i posteri, nessun accontentarsi.
Il premio?
Che, quando “ci si ricorda chi si è”, il ricordo è più vivo ed esaltante, e prepara a più grandi imprese.

Intensità.

Ho fatto uno strano sogno, vivido come lo è la realtà onirica, più tridimensionale del reale perché il reale è un’architettura sostenuta da più limiti.
Ho sognato di partire – un Leitmotiv.
Partivo per tornare in Italia – cosa che accadrà martedì – e, una volta in Italia, sentivo una tristezza immensa risalirmi lungo i condotti lacrimali. Era una sorta, ma non solo, di nostalgia nei confronti dell’Inghilterra. Non di tutta – ci sono tante cose, qui, che mi fanno venire voglia di andarmene e in fretta – ma di quelle cose che non potrò trovare altrove. Le persone, ad esempio, e con “persone” intendo il vicino medio in cui puoi incappare, il negoziante, il vecchietto al villaggio vicino a cui vivo.
Poi il mio cervello ha deciso di rivelarmi uno dei tanti misteriosi modi in cui i cervelli umani funzionano. Nello specifico, mi ha mostrato come le emozioni se ne sbattano delle coordinate spazio-temporali, e quella vaga tristezza causata dal congedarmi dall’Inghilterra si è travasata in una più vecchia, molto più atroce nostalgia: quella per Kiel.
Mi sono svegliata con il cuore in gola, ancora intrappolata nel sogno. Mi sono svegliata dicendomi che dovevo svegliarmi del tutto, o forse sedarmi di nuovo, iniettare uno stordente a quelle sensazioni che avevo rimosso – sono così brava a rimuovere, e così in fretta, una bravura che mi fa sospettare una certa psicopatia mai indagata in modo soddisfacente. E’ un’abilità su cui rifletti quando, per l’appunto, ti svegli alle quattro del mattino con l’impressione che, se non scappi da quell’emozione che si è appena risvegliata in te, quell’emozione ti divorerà. Fisicamente. Cominciando dal tunnel che ti sta scavando dal cuore allo stomaco.
Ho, così, ricordato quanto dannatamente male ero stata quando ero tornata dalla Germania. Quel sogno è stato come Eolo che soffia in una soffitta intoccata, la polvere si solleva dagli specchi, e tu ti vedi e ti vedi e ti vedi, e non puoi evitarti, sei ovunque.
Ho ricordato i sogni strazianti, in cui Kiel era ancora fresca nella mia memoria.
Ho ricordato il cielo immenso – di quell’azzurro che ha l’intensità del blu, ma è più chiaro, per quanto paradossale possa essere per chiunque conosca un minimo di teoria dei colori – ho ricordato l’erba di un verde pungente, e le nuvole e quella sensazione di libertà che i paesaggi nordici mi comunicano.
E non so neanche se io voglia parlare di Kiel o se dell’emozione con cui Kiel è stata evocata. E’ stata così forte da farmi dubitare di me stessa.
Sono qui da settembre. Otto mesi strani, unici come tutti i viaggi dovrebbero essere, ma alienati.
Cerco di psicanalizzarmi, ci ho provato nelle brevi pause che mi sono concessa, e sono giunta alla conclusione che l’inizio del mio soggiorno abbia cadenzato i seguenti mesi. Che piombare in quelle due settimane così stressanti abbia insegnato al mio cervello a distaccarsi, estraniarsi, per sopravvivere meglio, e che poi io non abbia più avuto il tempo di cambiare strategia.
Mi domando se sia così che vive quella “persona normale” che il mio cervello ha sempre avuto come riferimento, quella persona la cui normalità era la mia alterità, quella capace di una quotidianità cadenzata da priorità settate da qualcun altro, capace di posporre urla e gioie per lavorare sul presente, capace di normalizzare tutto – far ingoiare tutto dalla vita quotidiana, sì che ogni dramma e miracolo acquisisca le dimensioni moderate di una quotidianità organizzata.
Non so se quella “persona normale” sia effettivamente la persona nella norma o una mia nuova forma di psicopatia mai sperimentata prima. Non credevo sarei stata in grado di fare ciò. L’ho fatto, posso dirmelo, e poi arrivano i sogni come quello dell’altra notte.
Ho una teoria anche sul perché il mio cervello rimuova così in fretta e bene. Credo sia una questione di sopravvivenza. Non sarebbe mai capace di computare due, tre, quattro ricordi intensi come quello di quel sogno assieme. Impazzirei. E so, razionalmente so, di avere decine e decine di intensità simili – ho passato anni a rincorrere intensità, e in qualche modo lo faccio tutt’ora. Le prime due settimane in Inghilterra sono state una festa dell’intensità, che ho vissuto dispiacendomi di non poterle ricordare, riportare, tramandare – troppe e troppo veloci – perché trovo sempre incredibilmente importante poter dire “Ecco, questo esiste, questo è possibile!”. E’ la mia arma contro tutti i normalizzatori, contro tutte quelle persone e istanze che cercano di appiattire le possibilità, in bene e in male, di moderare – perché moderare serve, suppongo, o il mio cervello non rimuoverebbe tanto.
Ora le valigie sono fatte, il pacco da spedire è pronto, e come altre volte è successo osservo la mia vita riassunta in qualche bagaglio. Mi aiuta a tirare le somme, vederla così. Ridotta ai minimi termini. I dettagli, intensi o meno, spesso rimangono dove li abbiamo conosciuti.
Nelle ultime due settimane ho vessato L – perché L mi piace, e io tendo a vessare chi mi piace infliggendo la mia intensità – parlandogli di tutto questo muoversi. Gliene ho parlato una sera, accompagnandolo al pullman, mentre lui mi parlava della sua vita moderata e che vorrebbe, credo, esserlo meno, ma credo L tema l’immoderatezza. Non sono semplicemente i suoi impeccabili modi British – perché, poi, un atteggiamento tanto contegnoso mi piace così tanto, in alcune persone? – ma qualcosa di più profondo, più vicino al carattere.
Parlavo a L delle cose che si muovono, quella sera. Di come viaggiare sia aprirsi e chiudersi – aprire le prospettive, chiudere le porte che ci lasciamo dietro. Sorprese e rinunce.
Parlavo a L, una settimana dopo, al di fuori di una discoteca, di come io cerchi di arraffare ogni momento. Mi sono domandata, mentre sputavo parole inglesi tanto lette e mai usate – L e il suo ottimo inglese forbito da madrelingua acculturato, che mi fa sentire libera di tirare fuori il mio – se il mio amore per l’intensità sia in qualche modo collegato alla mia consapevolezza della caducità. Di quante cose mi lascio dietro. L, ad esempio. Lo avevo davanti a me, ero grata alla vita di ciò, mentre sapevo che avrei potuto assaggiarne così poco, costruire così poco del potenziale. Devo averlo terrorizzato. Ho un po’ terrorizzato me stessa, mentre gli parlavo di questa vita come una partita di carte in cui per giocare devi puntare.
Ho desiderato, con L, di avere tempo, di non avere fretta. Di godermi tutti i momenti prima e quelli dopo, di bere il tè delle cinque cinque volte in cinque luoghi diversi, di passeggiare per Bath perché Bath è fatta per passeggiare, di chiedergli di mostrarmi Cambridge, dove vive, dove essere nati deve essere terribile, chiusi fuori da una delle università più prestigiose del mondo.
Vorrei tempo, ma mi servirebbero vite, vite e vite per avere tutto il tempo che mi serve. Ci sono cose che non puoi riassumere, intensità che devono avere il tempo di maturare. Come VB, l’altra sera, che ha consolato il mio umore rabbioso-triste trascinandomi su una panchina come un’amica, e dio – quello che volete voi – sa quanto io sia grata per questo rapporto che non si è mai lasciato l’amicizia alle spalle.

Mangio una barretta ripiena di frutta, simile a tante che si possono comprare in Inghilterra, bevendo caffè solubile. Ho appena fumato una sigaretta rollata, abitudine derivata dal prezzo delle sigarette, davanti alla porta di casa, controllando come al solito quanti ragni avrebbero potuto esserci. Siedo sul materasso poggiato sulla moquette – struttura del letto mai comprata – questa moquette che sa di polvere in un’aria che sa di umidità, con un camino non funzionante che ai suoi tempi d’oro deve aver visto fasti, che oggi sarebbe di gran valore, se oggi fosse stato realizzato, ma è solo un residuo del passato, rimasto come tante cose in Inghilterra semplicemente rimangono. Non ho mai pulito i suoi interstizi, perché semplicemente non si può – la grata non si può sollevare. Né potrò mai sapere a cosa porta la canna. Non potrò neanche mai sapere se quel rumore di unghie che strisciano che talvolta ho sentito nel dormiveglia appartenga al sonno o se vi siano veramente topi tra queste mura vecchie più di due secoli.
Ci sono cose dell’Inghilterra che mi mancheranno. Ogni luogo ha un che di unico. Mi mancheranno come mi manca Kiel, e S e T, e mille altre cose. In questi mesi mi è mancata la Tuscia, e quella deliziosa libreria-caffè a Tarquinia, bere un prosecco mentre osservo i titoli dei libri e mi chiedo non tanto cosa vorrei comprare, ma cosa sono.
Sono simile a una persona che potrebbe vivere in una cittadina intrisa di storia, da qualche parte nel Lazio? Sono più vicino a quei caratteri scorbutici e isolati che si troverebbero tanto bene in una vita solitaria in Valsassina? O assomiglio più alla placida e triste e infinita Kiel? Non appartengo a Bath, e lo so, ma qui vive il mio vicinato ideale.
Ho scaricato articoli e articoli da Nations and Nationalism, una rivista il cui tema potete intuirlo. Voglio scrivere la mia tesi su questo tema. Sono una persona simile a quei ricercatori la cui vita ho intravisto alcune volte? Per anni, dall’infanzia alla maturità, ho agognato una vita riassunta in uno studio di legno pesante e lucido, con ampie librerie a raccogliere e riassumere la mia conoscenza. Poi ho realizzato che ho già fin troppi libri per le dimensioni di quello studio ideale. E Musil mi ha fatto realizzare che spesso vogliamo essere un qualcosa non per quel qualcosa in sé, ma per l’odore dello studio in cui potremmo esserlo – pelle consunta, mobilio lucido, sigarette spente e tutto lo status sociale, morale ed emotivo che ne deriva. Il mondo mi aiuta, oramai, rileggendomi come accademica prima che io possa fare accenno alle mie visioni – è così facile, la strada? Finalmente il mondo mi dice per cosa sono fatta? Come se una delle nostre attività, sia pure la più importante, possa renderci ciò che siamo.

Di Camorra e tassi volanti.

Sono le sette del mattino e tutto va più o meno bene.
L’Inghilterra è lesiva alla mia salute, è dimostrato. Tale nocività (termine trovato in un saggio scritto in italiano dalla mia docente non-italiana – mi piace la creatività non intenzionale dei non-madrelingua) si esprime in molteplici modi, a partire dalla mia pelle rovinata (e pensare che era un mio vanto), passando dai mal di testa con cui mi sveglio, arrivando alla tosse che ho oggi, e che mi porto dietro da un po’ di giorni.
So perché non aggiorno il LJ da eoni: è perché non ho tempo di essere me stessa – o, perlomeno, quella me stessa che capitava, una volta, abbastanza di frequente.
Me ne sono resa conto tornando a casa a piedi dalla stazione dei pullman. Una quarantina di minuti, penso, alle 11:30 di sera (i pub chiudono a quell’ora), dopo una sidrata in compagnia di L. Camminavo, auricolari nelle orecchie, tra le file di architetture georgiane di Bath, imponenti quanto l’architettura inglese può esserlo, e riscoprivo quelle sfumature e quelle luci che ti fanno dire che il viaggio consiste proprio in ciò: lo scoprire dettagli infinitesimali che possano modificare la tua prospettiva sulle cose.
Ho realizzato tante altre cose, quella sera, ma sono svanite come i pensieri di un ubriaco – e non lo ero. Forse i pensieri da ubriacatura svaniscono perché li facciamo appartenere a un’altra dimensione, non alla quotidianità – quella che decidiamo essere la quotidianità.
Il fatto è che non ho avuto tempo di essere tutto quello che comprende l’essere me stessa. E’ da quando sono piombata qui a settembre che non l’ho avuto – e che me lo dico, che non ne avrei avuto il tempo, e così è stato – e i voti nel primo semestre sono stati alti (A) e urrà.
Nel tentativo di creare un ponte tra queste due quotidianità – la vecchia me, pre-Settembrina, e l’attuale – vi aggiornerò elencando i saggi del secondo semestre:

1) Per “Britain and Europe” abbiamo: “Analyse and explain continuities and change in British political discourse on the European Union, with reference to at least two political leaders”.
2) Per “European Foreign Policy” abbiamo: “Which concept of European power do you think is most apposite in studying the European Union as an international actor? Discuss conceptually and justify empirically”.
3) Per “International Security” abbiamo: “‘The resolution of the Israel-Palestine conflict will have only a marginal impact on the underlying strategic and security problems of the Middle East and North Africa’. Discuss.”
4) Per “International Organisations” abbiamo due reports: uno sull’ISAF (missiona NATO in Afghanistan) e uno sui blood diamonds.
5) Per “Organised Crime in Europe” abbiamo invece un bel saggio sulla Camorra, scritto per metà.

Non vi chiederò di simpatizzare con me al punto di entusiasmarvi, ma, sapete, questi saggi rappresentano la mia vita da febbraio a oggi. La mia testa è un mix di politiche europee, discorsi sulla sicurezza (di matrice anglosassone, quindi – dal mio punto di vista – paranoici e neo-imperialisti), conflitti sparsi per il mondo e gente che non si comprende. L’ultima, soprattutto.
Qualche giorno fa è venuto a farci lezione un ex-funzionario alla difesa britannica, che ha lavorato per milleseicento cose, tra cui UN e NATO. Mentre parlava con quel delizioso tono elegante & distaccato degno di un funzionario in un film di James Bond, lo immaginavo sculacciare bambini iracheni con grande godimento. So che non dovrei dirlo – il clima serioso di questa università, coadiuvato anche dalla presenza di ex-funzionari in giacca e cravatta, mi ha insegnato un po’ di “rispetto sociale”, ma non a rispettarlo – e so anche che il collegamento mentale è figlio di un misto di cliché e antipatia. I cliché sono quelli ben esemplificati dallo scandalo Mosley del 2008 – il classico cliché dell’alto borghese conservatore che si scopre essere un perverso di una carnalità sconvolgente – l’antipatia è quella che provo naturalmente dinnanzi a persone con una certa tendenza alla normatività e nessun interesse per l’auto-critica, soprattutto quando queste persone hanno il potere di formare politiche nazionali (quest’uomo c’era durante la questione irlandese – brrr). Poi ti rendi conto che la persona media che forma politiche nazionali è così, ma ci si sfoga mentalmente con quello che si ha tra le mani, no?
Essere italiana mi è utile, perché m’impedisce di puntare arrogantemente il dito contro i difetti altrui. E’ la storia del bue e dell’asino. Potrei anzi dire che essere italiana mi avvantaggia, perché ho ben poco da difendere, e posso partire da una specie di intoccabile vacuum.
Come accennato, sto scrivendo un saggio sulla Camorra. Ho visto cose che voi umani… No, non è vero: molti di voi sapranno molte più cose di me sulla Camorra, ma io sono io, quella persona che dieci anni fa – post liceo artistico, ambito in cui studi storia per sbaglio – dopo aver letto un libro sulla storia contemporanea, e aver realizzato in che mondo viveva, piombò in uno strano stato di passiva contemplazione negativa. Mi capita spesso, quando realizzo. Nel mentre si sviluppano anticorpi, un carattere e delle aspettative diverse, ma la mia reazione è sempre la stessa: distaccarmi.
Il mio attuale distacco prevede un approccio altamente superficiale – o altamente profondo, a seconda della prospettiva. Studio la Camorra e mi faccio affascinare dai termini poetici coniati per parlarne – le “cattedrali nel deserto”, per esempio, o la natura “magmatica” della Camorra, per non parlare di quella commistione tra kitsch e sublime tipica dei nomignoli affibbiati ai camorristi (parliamo di O’ animale e del perché si chiama così).
Insomma, mi manca un po’ il processo creativo. La mia mente rigurgita idee in momenti più o meno inaspettati – una passeggiata di quaranta minuti o una sigaretta di cinque fuori casa. Ho visto di tutto, in quei frammenti, ma ripeto: sono come le rivelazioni di un ubriaco, e da tali tornano subito nell’inconscio. Uno dei pochi rimasti prevede l’inizio di una storia, che inizia così: un tasso morto piove dal cielo e finisce su un’auto in corsa. Sto, insomma, sviluppando una particolare passione per il stranger than fiction, but real, così reale da apparire irreale. Penso, a volte, che se solo fossimo così sinceri e semplici da riportare quel che accade, senza aspettative a filtrare, (ri)scopriremmo mondi.
(No, non mi è piovuto un tasso sull’auto, comunque.)

Italia -> Bath

Ha nevicato, e io ho inutilmente atteso che qualcuno – una qualche entità impersonale – pulisse le strade, o le cospargesse di sale, o qualcosa del genere. Poi, è arrivata una dolce signora inglese che, mentre infornava Yorkshire pudding, ha spiegato che le strade non verranno pulite perché c’è crisi, non ci sono soldi, e le cose funzionano così quando c’è crisi, con quel tono sereno ma arreso (o arreso ma sereno) tipico di chi ha vissuto una guerra, e io sempre più penso che Bath viva al di fuori del tempo.
Comunque, non puliranno le strade. Mentre fumo sigarette rollate a mano fuori dalla porta di casa, osservo britannici camminare come zonbi sui marciapiedi scivolosi. E’ frustrante. E’ da tre sere che devo portare fuori A per una cena neo-post-green, e che rimando.
La cena “neo-post-green” è nata dalla mia tendenza a strafare e dalla sua a incastrarmi. Le ho chiesto che genere di cena volesse – romantica, easygoing, neo-post-green…? Ha scelto l’ultima, e ovviamente “neo-post-green” non significa nulla, se non un tentativo di prendere per il culo – come sempre – le tendenze green in A. Mi ha incastrato, e io ho dovuto ingegnarmi.

Rinchiusa in casa, studio per l’inizio del prossimo semestre.
Studiando le relazioni estere dell’Europa, mi imbatto nella war on terror, stamperie americane. Rileggo quest’espressione, war on terror, astraendomi da questo dove-quando, le cui coordinate mi suggeriscono a cosa “terror” si riferisca, e realizzo che war on terror, detto così, da solo, sembra uscito da una fiaba. Una bella campagna epica contro la paura. Cerco dunque di recontestualizzare, ridare senso a quel terrore, dargli coordinate storiche e volti, e penso che anche nella realtà la war on terror è un po’ una campagna epica e fiabesca contro la paura.
Studio i frustranti tentativi di creare un fronte comune europeo in materia di sicurezza – leggasi: qualcosa per cui si possa dire che l’Europa va in guerra. Sto studiando su un manuale di stampo britannico, in ambito britannico, e da quando sono arrivata qui mi disturba tutta questa britannica enfasi sull’armarsi. Armarsi contro chi? Mi vengono citati gli attacchi terroristici in Spagna e a Londra, e penso che per la maggior parte si tratta di un problema britannico, derivato da un certo attaccamento alle posizioni americane. La war on terror. La battaglia epica contro la paura richiede spade e baliste.
Ma nessuno può negare che, in Europa (qualsiasi cosa l’Europa sia), l’Inghilterra se la sia sempre cavata egregiamente in guerra – questa landa di razziatori e pirati. Forse la Gran Bretagna, semplicemente, porta il suo punto di vista storico: “Meglio armarmi prima che o la Russia o la Germania o qualcun altro cerchi, di nuovo, di conquistare quel continente a cui non voglio appartenere ma che non deve appartenere ad altri”.
Studio il crimine organizzato, galvanizzata da Gomorra. Adoro la prosa di Saviano. So che non dovrei farmi galvanizzare dalla forma con cui un argomento viene posto, ma dal suo contenuto, ma approfitto della mia umanità per accendere un certo interesse nei confronti dell’argomento, dato che a febbraio inizio un corso sul crimine organizzato a livello internazionale. Studio questioni terminologiche (“Cos’è il crimine organizzato?”) e metodologiche (ciao, odiata teoria dei giochi, che un giorno amerò), mi informo sulla docente, cazzeggio, attendo che mi vengano riferiti i voti dei saggi (il secondo è stato valutato 72/100, che significa “A”, che significa il massimo – qualsiasi cosa sopra il 70 significa il massimo, e so che ciò è assai poco logico, soprattutto considerando che il massimo di fatto è 85), vado a fare colazione da un francese con croissant al prosciutto e formaggio bevendo chai tea.
Insomma, mi sono re-integrata.

Copio/incollo qui sotto una entry che ho scritto prima di tornare in Inghilterra, dall’Italia. E’ lamentosa e inutile, ma in generale anche io sono lamentosa e inutile.


E così, alla fine, ho scritto tutti e cinque i saggi previsti nel primo semestre. Devo dare una limatina agli ultimi due, grazie al più che sacro aiuto offerto da Ghiro, e consegnarli. Nel mentre, vago in quel limbo conosciuto ai frenetici che si trovano con ore di vuoto davanti a sé.
La pagina Facebook di Occupy Wall St. continua a comparire imperterrita con i suoi posts anti-tutto, con quel vago accento antisemita che a noi occidentali sembra non mancare mai. A proposito, guardatevi The Believer: è godevole, per il principio per cui solo un ebreo può insultare a dovere gli ebrei. Ironia a sproposito a parte, dà un’interessante lettura dell’auto-percezione ebraica (ed è il primo film che, con mio godimento, fa notare che il termine “antisemita” è scorretto). Non ho scritto saggi sull’antisemitismo (strano, eh?), ma su Occupy Wall St. sì, con il risultato che vedo la maschera di Guy Fawkes almeno una volta alla settimana.
Non sono soddisfatta dell’ultimo saggio, ma l’università inglese mi ha reso pragmatica, e – per spirito di sopravvivenza – capace di fare spallucce dinnanzi a una performance solo passabile. E’ che sono troppo stanca. Stanotte ho sognato che una mia compagna, che nella realtà non esiste, scoppiava in lacrime nel corso di una lezione perché non ce la faceva più. Strutturalmente. Non è né stanchezza, né stress, né rabbia: è semplicemente cedimento.
Il 13 torno in Inghilterra, e non posso dire che le persone a Bath mi siano mancate, perché la mia mente ha deciso da eoni che il mio habitat naturale è quello internazionale, ove esso sia trovi, ed è solo un piccolo, fastidioso e seccante caso che io abbia passato la maggior parte della mia vita in ambienti non internazionali (ma per fortuna c’è Internet). Le persone a Bath mi sono mancate come manca il voler tornare a casa, insomma.
Ciò si scontra con il fatto che una buona fetta di “tutto il resto” a Bath è lontano miglia da ciò che mi fa sentire a casa. L’umidità, la sporcizia, la puzza, quel costante e sottile odor di muffa, la società classista, e altre piccole e grandi cose – ma, soprattutto, non poter fumare in casa. Mi mancano un po’ gli abitanti, di Bath, con quella loro cortesia intoccabile, indifferente a tutte le miserie umane, e quell’agglomerarsi di ubriaconi nei miei amati pub. Ce n’è uno, di pub, in cui non ho ancora bevuto una birra. E’ vecchio, collocato in un crescent dall’aspetto bathoniamente georgiano, è piccolo, pesante, e non filtra molta luce – e sembra un covo di pirati. Ci piacciono, i covi di pirati. E mi manca anche un po’ quello sballottarmi da una parte all’altra di quella piccola cittadina collinare, dalle umide e fredde strade ai rimbombanti pub, stringendo boccali umidi di birra e chiacchierando con amici, conoscenti, sconosciuti e barboni.
Mi mancherà, la casa – che sarebbe poi casa mia – in cui ora sto scrivendo. Mi mancheranno quelle piccole cazzate che fanno dire al resto dell’Europa che in Italia le persone sanno veramente vivere: la cura nelle piccole insignificanti cose, la pulizia come atto d’affetto (non importa nei confronti di chi), quel gusto che ci viene inculcato fin da bambini, per cui sappiamo magicamente abbinare due colori anche se non abbiamo fatto studi in proposito, e via discorrendo.
Molte altre italiane cose, ovviamente, non mi mancheranno. A proposito, sto leggendo Gomorra. Appena iniziato. Lo faccio perlopiù a causa di un corso sul crimine organizzato in Europa che frequenterò nel secondo semestre. Dato che l’Italia è una campionessa in proposito, vorrei non essere del tutto ignorante in materia. Gomorra, con la sua prosa fatal-altisonante altamente godibile, non mi renderà un’esperta in materia, ma mi predisporrà.
Poco prima di partire, a Bath, mi sono trovata nelle Claverton Rooms con una I totalmente in crisi. Doveva concludere un saggio in tre ore, non aveva dormito e stava per esplodere. Essendo I un paradigma della tedeschicità del nord, tutto ciò è stato espresso con un silenzio significativo e uno sguardo agghiacciante. I è stata consolata, coccolata, riempita di té e rassicurazioni e quant’altro, e poi trascinata fuori dalla sottoscritta per fumare una sigaretta. Adoro I. Non la adoro come un raro esemplare di umanità, né come persona che adempie a un certo ruolo. La adoro basta. Mi piace averla accanto. Mi piace il suo posato e tagliente modo di approcciarsi al mondo, il modo in cui sarcasmo e genuinità in lei si mescolano.
Poche ore più tardi, a saggio consegnato, in un momento che non sapeva di nulla – uno di quei momenti che servono a riempire lo spazio tra un evento e l’altro – I mi ha chiesto se Berlusconi fosse carismatico. Me l’ha chiesto come lei sa chiedere, ossia senza preconcetti né insinuazioni né un tono fintamente interessato. Me l’ha chiesto come avrebbe potuto chiedermi se c’era ancora zucchero in dispensa, e io ho balbettato interiormente.
Nessuno si aspetta che io, o chiunque altro, sappia rispondere a una tale domanda. Credo che la risposta sia un mistero della fede. Si possono solo balbettare ipotesi e accatastare frasi introdotte da un “considerando che” o “nel caso in cui”. Ma spesso, troppo spesso, mi capita di vedere nei discorsi altrui, quando “altrui” non è passato dall’Italia se non per le vacanze estive, delle immagini troppo bidimensionalizzate per rendere alcune realtà italiane. Eppure, pur vedendo una fallace bidimensionalità, non ho le nozioni – né le capacità, credo – per correggere quelle che mi paiono mistificazioni, in bene e in male. E’, semplicemente, frustrante.