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Introduzione all’antologia “Effimero panico” di Sol

Introduzione
all’antologia
EFFIMERO PANICO
Di Sol

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PERCHÉ NON DOVRESTE LEGGERE QUESTO LIBRO

La funzione di un’Introduzione è di introdurre, condur­re in un luogo, prendere per mano il lettore e por­tarlo sul­la soglia tra il fuori e il dentro, tra il prima e il dopo. Pri­ma di aver letto l’antologia di racconti, dopo averla letta.
Cosa cambierà in me se dovessi leggere queste storie?
La domanda non ha risposta universale e perciò l’In­troduzione porge con finta umiltà un vassoio da degusta­zione. Il primo assaggio, si sa, è gratis. E allora assaggia, Leggente: Io-Introduzione sono qui per tentarti. Ma mi è stato chiesto di tentarti al contrario: indossando gli abiti di Caronte. Chiudi pure il dizionario etimologico, Leg­gente – ma non metterlo via: potrebbe servirti mentre procedi nell’antologia – e pensa semplicemente a ciò che Caronte fa: traghetta. Ti aspetta per condurti sulla soglia tra il fuori e il dentro, tra il prima e il dopo.
Cosa cambierà in me se dovessi farmi portare sull’al­tra riva?
La domanda non ha risposta universale – a ognuno il pro­prio supplizio infernale, a ognuno la propria esperien­za di lettura – ma Caronte non può esimersi dal fungere da spauracchio. Guai a voi, anime prave! E allora ascol­ta, Leggente, perché Io-Introduzione sono qui per spie­garti perché non vorresti proseguire nella lettura.

Sol non è un autore mainstream.
Non scrive per tutti, né è sua intenzione farlo. Ed è pro­prio perché la sua scrittura viene conformata in un ben preciso modo dalla funzione che ha – modo che o si ama o si odia – che è importante capire se tu, Leggente, stia cercando Sol o se tu stia invece cercando di evitarlo. Sa­rebbe utile, ora, poterti dire esattamente perché e per chi Sol scriva, ma per mia esperienza la conoscenza – e la trasmissione della stessa – non serve a capire in che di­rezione andare, ma soltanto a evitare di errare, nella spe­ranza di non imboccare il sentiero sbagliato e accorger­sene troppo tardi – ad esempio, quando tu sarai già a metà antologia. Questa Introduzione non potrà dirti per­ché potresti voler leggere Sol – solo una let­tura com­pleta potrebbe darti una risposta tanto esaustiva – ma una cosa può farla: suggerirti dei motivi-cardine per cui po­tresti non voler leggere Sol.

Sol non scrive letteratura d’intrattenimento, o perlo­meno non nel senso comune e attuale.
Quindi, Leggente, se nella letteratura cerchi svago e distrazione, non è Sol che stai cercando. Non offre quel genere di narrativa che nul­la chiede al leggente se non di farsi guidare a occhi chiu­si in un parco giochi dove massima è l’adrenalina, ma minimo il rischio. Niente trasgressioni addomesticat­e, nel mondo di Sol. Nessuna pasticca dalle proprietà allucino­gene che basta ingoiare per poter giungere nel­l’Ade o nell’Eden. Avrai sentito dire da alcuni che le so­stanze stupefacenti sono scorciatoie: che l’essere umano ha in sé tutto il necessario per creare quegli stati che la so­stanza ricrea artificialmente. Ed è questa via – questa non-scor­ciatoia, Umweg, digressione – che Sol ti chiede di intra­prendere per giungere nell’Ade e nell’Eden. Per­ché? Per­ché se ci arrivi con le tue gambe, e non sulle spalle di un Morfeo divulgatore, allora saprai tornarvi da solo. Quan­do vuoi. Con o senza un racconto che ti guidi. E an­che per questo Sol scrive: per emancipare.

Sol scrive letteratura d’intrattenimento, se per “intrat­tenere” s’intende far indugiare, trattenere presso di sé.
Non vorrai quindi leggerlo se non hai intenzione di attar­darti, ampliare il tempo della lettura per concentrarti, ri­flettere, valutare per accogliere o scartare interpretazio­ni, o addi­rittura per cercare termini a te sconosciuti – e po­trebbe capitarti di scoprire che non basta un dizionario per esau­rire il significato di alcuni, ma che ti servirà un’enciclo­pedia. Perché dovresti informarti per capire un racconto? Se non hai risposta a tale domanda, Leggente, è improba­bile che Sol possa offrirti qualcosa.

Sol non scrive in sfumature di grigio.
Genauigkeit und Seele, suggerisce Musil, accuratezza e anima al contem­po – e così immagina Sol: con un bisturi in mano mentre incide un corpo ancora vivo, e incidendo soffre del dolo­re causato. Com-patisce. Senza lasciare che una tale im­mersione nelle profondità umane gli faccia tremare la mano, però. Le parole scelte non sono casuali, eppure il quadro finale non è una sterile sperimentazione stilistica. La sua è un’unione di opposti che non compiacerà nes­sun fanatico delle posizioni pure. Se non sopporti una prosa colloquiale, parla-come-mangi, farcita delle volga­rità che sporcano la bocca di chi parla, che offende senza andare per il sottile allora chiudi questo libro: t’infastidi­rà. Ma chiudilo anche se mal tolleri la prosa raffinata, ri­cercata, a tratti involuta, o che carica le sin­gole frasi di così tanti termini sconosciuti – tra parti in la­tino, tedesco (senza la cortesia di una traduzione) e parole che, seppur italiane, ti risultano ugualmente inde­cifrabili – da costrin­gerti a fermarti, sbattere le palpebre, e leggere di nuovo. Chiudi questo libro se non tolleri la letteratura che blate­ra come il volgo, chiudilo se senti puzza di torre d’avorio al primo termine desueto. Ma chiudilo anche se per te violenza e delicatezza non posso coesistere, perché il chiaroscuro che caratterizza la sua prosa non è che l’altra faccia della medaglia, la forma che scaturisce dal conte­nuto. Sol incide con delicatezza gesti violenti; e con vio­lenza dipinge fragili attimi. Se per te gli ossimori non sono nient’altro che figure retori­che, vuota forma che au­toreferenzialmente nulla cela, al­lora, Leggente, quest’an­tologia ha poco da offrirti: Sol scrive le cose per come sono nella sua percezione, e nel­la sua percezione l’asse che scinde Ade ed Eden potreb­be non essere dove te lo aspetti.

Sol scrive, come tutti, per far vibrare corde. Ma, come vale per alcuni, lo sforzo che compie per comunicare non si situa tra se stesso e il leggente, ma tra se stesso e quel­l’interiorità che – se si crede nei simboli – è in poten­ziale in ogni leggente. Dare forma a quella sostanza si­gnifica – sempre se si crede nei simboli – rivolgersi a chiunque legga alla stessa profondità da cui Sol scrive.
Credi nei simboli, Leggente?
Se la risposta è “no”, lasciami smettere i panni dell’In­troduzione e parlare come persona: assaggia quest’antol­ogia e scopri se comunque, nonostante il tuo scet­ticismo, i simboli credono in te. Il peggio che possa capi­tarti – un “peggio” che non auguro a nessuno, in que­st’antologia e nella vita – è che a lettura terminata nulla in te sarà cam­biato.


Con il saggio di Giovanni Battista Accinelli: “L’importanza della scrittura ermetica nella narrativa”

L’antologia contiene anche racconti di:
– Arianna Köerner
– Ivan Bruno
– Kamikaze
– Ariela Rizzi
– Marzio Odescalchi

Grazia

Leggo i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e faccio pausa. Ancora, ancora e ancora.
Cerco una canzone da ascoltare – una canzone che ho reso Leitmotiv, simbolo, cerchio disegnato per evocare una ben determinata cosa, che tale è per le parole tracciate a terra, ma che, quando giunge a me, è vaga e confusa – ed eccola, di sottofondo, con la sua chitarra e il suo accento americano e tante piccole altre cose che poco avrebbero, di prima impressione, a che spartire con la grazia.
Non so avere quella grazia.
La contemplo in Lei e in Lui, la ammiro e rimiro, provo gratitudine – e poi ascolto questa sgraziata canzone, perché così vibro: con la voce irrochita, un accordo dissonante, un’inesatezza. Celebro la difformità.
E poi amo essere una testa di cazzo, soprattutto se questo porta a sentirmelo dire con affetto. Sei una testa di cazzo. Cogliona. Non cambi mai. Ditemelo ancora. Mi aiuta a ergermi sullo sgangherato trono di Jan di Leida – tra bottiglie rotte e puttane che scimmiottano sante – nell’unica epica che conosco: quella che deride l’epica.
Anche se poi mi trovo a leggere i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e a farmi smuovere dalle perfette forme dei suoi disegni. A farmi com-muovere.
Ed ecco lo Streben, ecco la Sehnsucht.
Bentornata anche in questa casa.

Non avrai altro Io all’infuori di questo.

Ennesimo racconto concluso e mandato per avere un feedback. S’intitola “Mesa Blues” fondamentalmente perché ho sempre desiderato avere un titolo che finisse in “Blues”. E poi per qualche altro dettaglio, come il fatto che dovrebbe essere un Mesa Blues.

Ascolto la cover di un tizio che mi trovo tra i preferiti di YouTube. Non conosco la cover, ma conosco il tizio – che incipita il video con un pesante accento del Nord dell’Inghilterra, e così ricordo l’incontro in ostello, il suo bere e bere e bere, e sciogliersi in quel mix di simpatia giullaresca e malinconia e oso-guarda-quanto-oso degli inglesi che si ubriacano.
Mi hanno detto che per fare amicizia con un inglese devi ubriacartici.
Solo con gli inglesi?
In ostello si faceva chiamare “Captain”.
E’ bello avere nei propri ricordi qualcuno che si fa chiamare “Captain” come è bello avere un racconto intitolato “Mesa Blues” – con la stessa malinconia.

Dopo aver finito il racconto, ho riletto una recensione sull’ultimo romanzo di Salvatori scritta qualche giorno fa, lirica e analitica quanto il racconto è colloquiale e inconsapevole.
Mi dicevano, come dicevano anche a voi, che crescendo avrei trovato una mia identità, e quindi un mio stile, un mio approccio, delle mie preferenze.
Dire “cazzate” sarebbe riduttivo e inesatto, perché c’è un filo rosso che rende mio quel che io ho scritto, ma credo sia ben distante da quell’idea di univocità che mi è stata promessa con la magnanimità di una minaccia.
(Ho sovente avuto, nella mia infanzia e adolescenza, l’impressione che gli adulti mi dicessero certe cose per invidia – che non avrei potuto io perché non potevano loro, che non ce l’avrei fatta io perché non ce l’avevano fatta loro. Sospetto di aver avuto ragione, allora.)

Di letteratura, Hoodoo e Dei che ridono.

Scrivere è il modo in cui l’uomo si fa sciamano, prescinde da sé e si fa cavalcare dall’intera comunità – diceva Ishmael Reed, mescolando letteratura e Hoodoo.
Mi ha risolto un dilemma, quell’uomo, permettendomi di spazzare via un po’ dell’intellettualismo che ammanta la letteratura, soprattutto in Italia. Scriveva con ironia, quell’ironia dissacrante che alcuni scrittori post-coloniali hanno, così forte che l’ho trovata persino in un serissimo manuale di teoria di sicurezza internazionale.
D’altro canto, se non può finire ovunque, che soluzione è?
Ne cerco una rovistando tra quello che mi capita sotto mano.
Cerco una prosa, che poi è cercare un approccio, che mi permetta di emanciparmi da entrambe le tendenze, quella intellettuale/riflessiva e quella popolare/compiacente. Ci deve essere, una via di mezzo – e mi viene in mente la storia della lingua italiana, cosparsa di personaggi in cerca di una lingua, da Dante a Manzoni, e ancora siamo qui, e ancora non esiste un fornito italiano popolare che non sia regionale, e ancora c’è la torre d’avorio e il popolo offeso, e ancora la torre d’avorio si crede superiore e il popolo inferiore.
Cerco in Rush in Peace e sotto ai baffi unti di Chef Rubio, nel lirismo europeizzato di un video dei 30 Seconds to Mars e nella rude accoglienza di un bar tra le montagne.
La scrittura, questa volta, ha fatto quello che profetizza Reed: mi ha aperto alla “comunità”.
E così questi sono, a loro modo, à la DiosBIOS, giorni intensi. Devo aver aperto le porte, mentre scrivevo l’ennesimo racconto per l’ennesimo concorso, e le persone sono arrivate. Mi mancavano, ma lo sapevo. Sono una creatura sociale, anche se a intermittenza, e lo si realizza ovviamente quando ci si è autoesiliati.
Perché mi sono autoesiliata?
Non ricordo.
… Poi è venuta l’Inghilterra e non avere il tempo di respirare, che forse era una scusa. È venuta l’Inghilterra e lo sguazzare in quegli ambienti accademici che ho sempre desiderato, al punto che – quando mi ci sono trovata – ho realizzato che ero lì, esattamente lì, in un luogo che era come l’avrei voluto, ma avevo dimenticato di averlo voluto.
Vorrei fare la ricercatrice, tra le altre cose. Vorrei farlo nonostante la comunità dei ricercatori, che dopo qualche anno non sopporterei più di quanto sopporti la bieca e beata ignoranza di piccolo paese chiuso in se stesso. Alla fine, sono la stessa cosa. Uno in alto, uno in basso, e sempre ci ricostruiamo attorno uno stretto recinto, vicino abbastanza da poterlo toccare, quel male conosciuto che conforta.
Viaggio e riporto a casa consapevolezze. Tra tutte, una vecchia e mai smentita: non è un luogo, che devo cercare, ma singole persone incontrate nei tanti luoghi.
Ho lasciato un pezzo di cuore in ogni luogo in cui sono stata, ma al fianco della perdita c’è l’accrescimento, come se quei frammenti continuassero a pulsare, lì, permettendomi di vivere estesa tra un Paese e l’altro, tra un ambiente a l’altro, un orecchio all’accademico che m’immagina teppista redenta e l’altro al teppista che m’immagina accademica irredimibile.
Poi, ci sono le singole persone.
Quelle che non scompaiono sullo sfondo, ridotte a soprammobili necessari in un ricordo. Quelle che fanno dolere le cicatrici al cuore, che alimentano l’ormai costante frustrazione – se potessi vederli cambiare, nel tempo che passa, vivere con loro scoperte e disillusioni.
E così, incontrando la SiC, mi torna un po’ in mente Maletta, e il suo dire che la scrittura è legata alla presenza dell’assenza. Si occupa di lettura psicoanalitica della letteratura, Maletta, e non poteva che pensarla così, probabilmente, ma non ho mai voluto darle ragione.
Neanche quando, vivendo in Germania esattamente come volevo, mi sono resa conto di non saper più scrivere. Stavo troppo bene.
Neanche quando, ora, in quest’Italia ora specialmente frustrante, scrivere mi riesce così naturale.
Darle ragione significherebbe ammettere che la scrittura sostituisce la vita, e l’affermazione non mi convince. Più paradossalmente, scrivere mi riavvicina alla vita. E’ come se Me suggerisce alla sottoscritta che c’è altro, oltre al presente punto di vista, ed è lì fuori e basta saperlo vedere, ma, dato che ne sono incapace, misantropa del cazzo, Me mi fa il favore di suggerirmi fiction informativa, depliant di luoghi da visitare, possibilità di quel mondo che, secondo Musil, Dio creò usando il congiuntivo.
Accanto a me, sulla scrivania, L’ebreo che ride di Ovadia è in lettura. Poche pagine sfogliate, e mi sono domandata quanto il mio personale Dio Che Ride abbia in comune con quel Dio che Ovadia vuole mostrarmi. Sarà, il suo, spietato e irriverente quanto il mio? Sarà crudele come un bambino? Vorrà, come un bambino, giocare assieme a me?

RiP e altri post-malattia.

La differenza tra l’uomo e la macchina è esiziale, gli ha insegnato l’AI. Sono asintotici, ma la maggior parte delle loro condizioni si trova in prossimità della curva.

Capitolo 39 di Rush in Peace appena iniziato.
Gioco con la matematica, riservandomi – come al solito – il diritto di appellarmi, poi, a qualche esperto perché limi ogni minima imprecisione terminologica. Ho detto che troppi studi linguistici mi hanno resa paranoica linguisticamente, no? Assommiamolo alla già presente, ma utile, paranoia sulla precisione in generale.
Ho mandato a Noes i capitoli 37 e 38. Il 37 lo conosceva già, ma ripassare per contestualizzare a quest’altezza è necessario. Il 38 è stato scritto negli ultimi giorni, tentennando, poi azzardando, anche perché non conosco altro modo di scrivere nella famosa seconda persona singolare le scene con Byron se non quello di azzardare. E’ Byron, no? Mi ha insegnato una filosofia di vita, dopotutto. Basta applicarla scrivendo.


Ascolto gli Ooomph! che non ascoltavo da eoni, ripetendomi che devo ripassare il tedesco. Poi mi dico che sto ripassando/studiando un po’ d’inglese accademico e faccio spallucce, mi batto una mano sulla nuca e mi dico: “Non pretendere troppo da te stessa!” Per dirmi certe cose devo sempre ricorrere a ricordi – a qualcuno che mi abbia detto qualcosa del genere – perché né me né Me oserebbero mai dirsi una tale assurdità.
Mi consolo sfogliando la biografia di Genet scritta da Sartre, edizione francese, e realizzando che capisco il francese scritto più o meno quanto capisco il tedesco scritto. Forse un po’ di più. Comunque, ciò mi dà una comprensione del francese scritto a livello B2, bonus. E’ come trovare €50 in un paio di pantaloni che non usavi da anni.


Sono in via di guarigione da un raffreddore fastidioso e sto fumando moltissimo. La causa è duplice: essendo malata non avrei dovuto fumare, e quindi ho fumato per reazione + essendo malata non riuscivo a fare nulla, e quindi ho fumato per consolazione.
Vorrei dire che in questi giorni ho fatto più o meno il solito, ma il raffreddore mi ha reso impossibile una gran quantità di soliti. I problemi di chi si rilassa concentrandosi e si ritrova con la capacità di concentrazione azzerata. Bella la vita, vero? Il Dio che Ride è sempre grato per tutta la fede che riverso in loro.
Ho fatto ben poco, nei giorni appena passati, a parte intrecciare fil di ferro, leggere Yourcenar e studiare Mittner (a malapena). Per questo, anche per questo, oggi ho scritto tanto RiP – e fatto tante altre cose – e per questo, anche per questo, sono le 03:37 ma io sono ancora piena di voglia di fare.
Domani sarà guarita del tutto. Domani ricomincerò a fare esercizi.
Amen.

Di fanatismi e distrazioni.

Una cappa di umidità asfissiante è nuovamente scesa, e così dovrò aspettare che si avvicini il tramonto – in questo luogo in cui il crepuscolo è così breve, e impercettibile, da confondersi con tramonto o notte – per i miei amati esercizi.
Ho coinvolto VB, che si stende come me a contare tre serie da dieci per volta. Le faccio sconti su addominali e braccia, e la faccio massacrare al mio posto sulle gambe.
Mi dà interiormente della “fanatica”, intendendo “fanatica di sé”, mentre mi guardo addome, braccia e avambracci dicendole:
“Guarda! E’ riapparso un muscolo!”
“Guarda come si è ingrossato il bicipite!”
“Awwww, guarda gli addominali alti gh gh gh!”

Ieri niente esercizi, ma niente riposo.
Ridicolmente, e come è giusto che sia, un’ora di seduta dall’estetista mi stravolge più di mezz’ora di esercizi.
Odio la ceretta, in ogni salsa, da ogni angolazione e quale sia il motivo che mi spinge a farla. L’unico modo in cui riesco ad accettarla consiste nel far mia l’odiata ottica dell’espiazione, dicendomi che tanta sofferenza sicuramente (?) porterà in automatico a qualcosa di buono. Di per sé. E’ l’ottica dell’espiazione, no?
Prima dell’ora di centellinato insopportabile dolore-fastidio, ho giocato con Ari, il pincher dell’estetista, il dobermann in miniatura che mi ha preso in simpatia e ha passato dieci minuti eleggendo la mia mano a giocattolo da rincorrere e mordicchiare.
Volevo mostrare a VB come un cane nell’atto di giocare morda con cortesia, modulando la forza con cui serra le mascelle a seconda della reazione più o meno dolorante.
Volevo mostrarglielo perché Eva, la pitbull afona che la madre di VB sta per portarsi a casa, è una pitbull, è una pitbull e sta ancora in canile e non a casa, e così diviene mitologica nel proprio essere pitbull: i cani da combattimento su cui sono sorte tante di quelle leggende che al confronto i pedofili possono sentirsi poco marchiati dal timore sociale. Eva che ignora gli altri cani, potendo, e che deve stare da sola in gabbia perché l’ultima volta che ha incrociato un molosso ha attaccato e ne è uscita con cento punti di sutura. Eva che ogni tanto, raramente ma inesorabile, sbarra i suoi occhietti vivacissimi su un target, come quella volta che l’ha fatto con il manico di una scopa, per poi azzannarlo alla velocità della luce facendo scappare l’inserviente. Eva che solleva discussioni sul tipo di guinzaglio da usare, museruola o non museruola, come si fodererà la cuccia che abbiamo montato per lei con i barboncini del quartiere.
E’ una cuccia in legno di abete, credo, o quercia – insomma, non ricordo e non conosco abbastanza l’ambito da dedurlo – che io e VB abbiamo montato sul terrazzo di casa sua rimpiangendo Ikea e il gioco facile. Vorrei trovare la persona che ne ha progettato il montaggio, con viti negli angoli interni che mi hanno costretto a posizioni ridicole e a un paio di vesciche, e sensibilizzarla alle esigenze di una donna sulla sessantina che vuole adottare una pitbull.
La madre di VB, espressivamente abbastanza asciutta, ha raccolto qualche secondo di silenzio per ringraziarmi con poche frasi dense, dicendomi che – senza me e VB – portare Eva a casa sarebbe stato difficile. Montare la cuccia, e la pellicola di plastica sul terrazzino per proteggere Eva dal vento, e i vasi da spostare, e altri pesi e piccole fatiche che per i suoi doloretti sarebbero stati immensi.
Ammetto di aver sudato sotto al sole asfissiante di questi luoghi, senza riserve, un po’ per sollevare un confronto tra me e l’Uomo Di Casa. Quell’uomo che giorni fa è sceso per strada, ha guardato me trasportare chili di pomodori e ridendo ha deriso la mia espressione un po’ affaticata. A cui è stato chiesto perché fosse sceso, che ha risposto che era venuto ad aiutarci con i pomodori, gli è stato fatto notare che li avevamo già presi tutti, si è offerto imbarazzato di alleviarmi da un sacchetto, e l’ha preso in mano accusando un peso che non si aspettvta. Quello stesso uomo che qualche giorno dopo mi ha detto “Provo io, che sono più forte.” e ha constatato l’ovvio: che quelle viti non andavano più a fondo. E via discorrendo.
Non sollevo paragoni per il mero gusto di farlo – benché questa sia una pratica a cui sono particolarmente affezionata. Lo faccio per destabilizzare strutture. Lo faccio per far vacillare l’ovvio – l’ovvietà che vorrebbe quell’uomo più forte di me, in cui crede, e che non viene confutata a parole. A parole, quando ho raccontato alla madre di VB l’episodio delle viti, ne ha riso e ha commentato abbassando la voce, perché lui non la sentisse sminuire il suo ruolo. Lo faccio per smorzare quel ruolo che lo investe di fatiche a lui riservate, che lo esentano da altri generi di fatica: apparecchiare, sparecchiare, portare bottiglie d’acqua per due piani di scale e via discorrendo – la vecchia fiaba dei ruoli genderizzati in casa.
Sollevo paragoni anche per opportunismo, dato che la madre di VB mi ha eletto a un ruolo posto a metà tra il genero e l’attendente: mi fa sgobbare. Mi porta a fare la spesa cercando di nuorizzarmi per mezzo di consigli sull’economia domestica, rinuncia sorridendone, e carica sacchetti e sacchetti di pesi che da sola non riuscirebbe a portare. Mi nuorizzo per alleviarla da alcune faccende quotidiane, trovandomi a cucinare per lei e il marito, e rispondo con un sorriso interiore ai consigli che mi chiede per farmi sentire parte della famiglia.
Mi sento una turista di usi e costumi aborigeni, che approccio come un parrucchierato esploratore da TV a pagamento farebbe in un documentario: resetto me stessa e provo il nuovo. Provo le faccende domestiche, la ricezione di consigli sul buon mantenimento di una famiglia che non formerò, perlomeno non con quella struttura, partecipo e rendo partecipi di piccole ovvietà. Quel modo di approcciarsi a cose che nella propria quotidianità si troverebbe assurde, ma che per una parentesi esplorativa si fanno diventare al pari delle proprie.


Ho letto L’apicoltore di Maxence Fermine, e ho riflettuto su questi narratori contemporanei manieristi. Perché ho pensato “Ecco cos’è il manierismo oggi!” finendolo, e rimasticando tra le sinapsi la struttura da fiaba morale, la retorica da saggio di periferia contemporaneo, e non trovando i contenuti che tale struttura e tale retorica avrebbero dovuto sorreggere.

Ho letto L’ombra e la meridiana di Maurensig, o meglio: ho letto Maurensig, stavolta L’ombra e la meridiana.
Maurensig è uno di quegli autori che fungono da casetta confortevole: lo conosco abbastanza bene, lo apprezzo moderatamente, ne conosco i difetti e le ripetizioni, ne degusto il valore individuale.
Quando, leggendolo, mi trovo a pensare che è veramente bravo, significa che i miei standard del periodo sono bassi. Intendiamoci: penso sinceramente che Maurensig sia bravo. E’ un ottimo osservatore. Sa, come credo dicesse Ungaretti – o quale altro poeta? – unire cose tra loro lontane. Ha una prosa adatta: forma e contenuto aderiscono bene l’una con l’altro. Ma finisce qui – sebbene quel “qui” sia molto al di sopra della maggior parte della letteratura che mi capita sottomano. Ma c’è un ma, benché non sappia bene quale sia.

Ho letto questi due romanzi in due notti. Sono brevi, e al confronto con Anni di cani si Grass divengono brevissimi.

Ho cominciato a leggere Lo scudo di Talos di Manfredi, a voce alta, con VB. Una nostra tradizione, il leggere a voce alta, mutuata da The Reader per affetto.
Lo scudo di Talos era in un autogrill, tra Monteromano e Civitavecchia, mentre bevevamo un caffè. Me l’ha indicato lei, mi ha rivolto uno sguardo noncurantemente interrogativo, ho risposto con un noncurante annuire.
Acquistato, VB mi ha detto che lo avremmo letto dopo la quotidiana sessione di esercizi. Le ho risposto che avrei urlato “SPARTANI!” a inizio e fine lettura. Nulla di ciò è stato seguito, ma abbiamo cominciato a leggerlo.


Fare esercizi fa bene al corpo e alla mente, come la Redbull e gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola.
Fa bene alla sottoscritta perché le lascia quella spossatezza da convalescente senza più doveri che fatico tanto a raggiungere, essendo una sedentaria speculativa. Ho bisogno di svuotarmi, ma non so farlo, così ho bisogno di farmi svuotare.
Sbattermi un po’ mi permette di rivendermi una mezza menzogna: “Hai fatto il tuo dovere.” Non è il mio dovere, ma ciò che conta è il percepirlo come tale.
A differenza dell’odiata ceretta, che è un migliorarsi per mezzo della sopportazione, dell’impotenza, del doversi arrendere, l’esercizio fisico è un esercizio di volontà, di ascolto di me stessa, di ragionare con il corpo anziché con la mente.
E poi ci sono i benefici secondari. Sono una fanatica, pensa VB, e mi accontento di piccole cose. Mi basta indossare la stessa maglietta dopo tre giorni e sentire come, ora, si tende sulle spalle. Come pieghe nuove si formino. Come il quadricipite formicoli. Mi bastano queste infinitesimali cazzate per distrarmi e non annoiarmi mentre cammino per strada e non ho altro da fare.