a.d.1630

I’m aware that I said I wasn’t going to write here…

At last I’m writing. Several writings.
There’s an Understurmführer and a Hauptscharführer (and I’ll end up writing “Unterscharführer” or “Hauptsturmführer”), 1944, somewhere in Germany, before the attempt on Hitler’s life, in collaboration with cauchemar_73. I asked her a Russian Jew who’s been converted into a pangermanist, but she didn’t understand my irony. We ended up writing a plot in which the Zar isn’t dead, my Understurmführer (Gestapo) is searching for him in order to replace Stalin and defeat Russia. There’s a camp and lot of soap. Different kind of irony.
In collaboration with Hyoga I’m going to write something about Vietnam, 196-. There is a tattooist, American, and a Vietcong. It’s not going to be a love story, but it will be enjoyable. Blood, powder and vaseline (tattoos, you know).
I also have written something more about Horton, who’s my favorite one: he doesn’t do anything but I always may write about his boring daily life pretending it’s interesting. As long as people believe he has something to convey, I’ll write of him.

There are Donato Torchia and Zacharie Richard Vidal de Noger, A.D. 1630, Venice and Paris.
Yeah, I started writing.
Yeah, I’ve gone back to the Thirty Years War again. I resumed the old files, opened them, and then cut and copied, cut and copied, cut and copied, giving that summary a sort of sense. Venice, France, England, the Empire, how-to-give-birth-to-puritan-America, and so on.
Vietnam War, WWII, Siege of Sarajevo, Thirty Years War… What else? I see cute young Vietcongs running along the Black Forest, Waldstein on the top of a hill giving orders against Serbian people while Peiper rides a Tiger in Magdeburg. (To ride a Panzer? I hope.) Venetian nobles who speak with Milosevic about the future of the House of Habsburg, general Wastemoreland argues with Richelieu (“Eat frogs, monsieur”), B52 over Berlin. I’m just a bit confused.

On Monday I’m walking in Boves, keeping Mr Zucconi company. We’ll stare at a hill, wondering how were that same hill about 70 years ago. I’ll leaf through books and sheets watching Peiper’s smile, Peiper who laughs, Peiper who asks information, Peiper who meets Hitler, Peiper at the swimming pool, Peiper on the East front, on the West front, Peiper during the trial, while Mr Pumpkin tells me that Peiper has been on the West front, on the East front, what he’s done, what he’s said, deserved, won, lost, wanted, searched, thought. And it won’t be boring.

I thought I had to study history as a continuum. I knew something about Varangians, something about the XIII century, something about Reformation and Counter-reformation. I said to myself those were just the notions I would have needed when I finally were to study contemporary history. I thought of them as pieces I should have laid into a wardrobe. I was wrong.
I thought of history as a matter of time. Something that slips along eras. But human actions seem to be always the same few ones, and history becomes a sheet, 2D. The difference I’m searching is not between today and yesterday, but amongst the several kinds of future every “today” may fancy.
I wonder how people feel history. How they feel time, as I can’t help struggling because of this lack of time.

(Among or amongst?
Some people make a distinction between these, using amongst with verbs that imply movement: we stood among the trees but: we walked amongst the trees; the money was shared out amongst the members.

Among —> Dativ
Amongst —> Akkusativ
More or less.
Thanks, German.)


Just a memo. Too many books but little memory.

Books I’ve read:
“Profession: Peacekeeper”
“Night of the Long Knives”
“History of the Vietnam War”
“No Logo”
“Stella del mattino” by Wu Ming 4

Books I’m reading:
“The Man without qualities” (it’ll never come to an end)
“German History” by Poidevin (uni)
“The Outlaws” by Ernst von Salomon

Books I’ve ordered:
“Hope and Glory” (uni)
“International Law” (uni)

Books I’d like to order:
“Discipline and Punish: The Birth of the Prison”
… And something about Peiper.

Gesù.

Pausa mentre stampo una cartina del 1600. La geografia si rivela, ogni volta che studio storia, il mezzo ultimo per assestare il quadro d’insieme, e scovare i perché. Mi spiaccio del fatto che analisi quali quelle di geografia storica, per definire un canone tramite cui analizzare la storia anche da quella prospettiva, tendano a perdere di vista il singolo uomo.

Leggendo il saggio per storia contemporanea, al capitolo relativo a ciò che l’autore chiama sacrificio fondatore, riconsidero la figura del Cristo. Cristo che, innocente per definizione, mostra agli uomini un paradosso umano: l’esigenza di un capro espiatorio per riaffermare l’unità del gruppo. Lettura figlia di una visione che giustifica i massacri contemporanei con l’ipotesi dell’esigenza di un capro espiatorio, irrazionale – che ha riscontro anche nei rapporti “sociali” delle scimmie – un’ipotesi che tendo a seguire.
Ciò nonostante, l’idea di considerare la morte del Cristo come una svolta fondamentale per l’umanità mi confonde. Non apprezzo la cultura che ne è derivata, che crea il falso altruista=vittima e viceversa, e non ho mai avuto particolare simpatia per il Cristianesimo – se non confrontandolo alla derivazione Protestantesimo, che negli ultimi tempi mi sta poco cordialmente sulle palle in quanto causa non secondaria dello sviluppo della borghesia individualista e del whatever (Dio ha già scelto per noi, il libero arbitrio va a puttane, quindi… whatever).
Vuoi vedere che finisco veramente a patteggiare per i Gesuiti? Non credo di essere pronta ad accettare ciò da parte mia. E poi, sarebbe drammatico trovare un soluzione per far coesistere questa vocazione con il paganesimo norreno. O_o’

Mi piacerebbe imparare il russo.

Pensiero randomico del momento. Quando ho troppi pensieri tendono a essere espressi quelli più inconcludenti e stupidi, non so perché.
(Benché mi piacerebbe veramente amare il russo. Non ha l’ausiliare “avere”, sapete?)

Stamattina il mio cervello ha ignorato la sveglia.
Ciò, oltre a farmi perdere due lezioni, ha fatto sì ch’io dessi buca a Silvia-per-il-whiskey. (Non posso sempre chiamarla Silvia-e-qualcosa per distinguerla da Joglar, devo trovarle un soprannome… Lei usa “Baumwollpflanze”, pianta del cotone, ma è lungo. Le chiederò come posso chiamarla.) L’ho chiamata alle 10.10, appena svegliata, dicendole che non avrei potuto onorare l’appuntamento alle 12.30. L’ho richiamata poi, dicendole che sono in debito e può farmi fare penitenza. Ha detto che penserà a qualcosa di pietistico, ad esempio inginocchiarsi sui ceci. Io mi sento un accumulo di feci perché sono incorreggibile e le persone osano anche perdonarmi.
Silvia-e-qualcosa è una creaturina simpatica, veloce nel cogliere e fare battute, dalla mimica particolare. Una di quelle persone con cui sparare cazzate senza sentirmi chiedere “Ma davvero? Wow!” ogni dieci minuti, il che la rende anche rilassante.
Camminerò di ginocchia sui ceci, o qualcosa del genere.

Una mia omonima, vecchia e fugace conoscenza, ora vive a Milano. Poiché una mia regola morale mi urla sempre che non si deve essere noiosi, e non bisogna infliggersi agli altri senza ripagare con qualcosa, vi linko il MySpace di uno dei suoi gruppi sì che possiate giovarne. Ha una voce davanti a cui inginocchiarsi, ceci o meno, e permanere in ascolto togliendosi dal DoveQuando contingente. Ci sono inni che ti fanno pensare di poter contemplare il Creato e vivere di ciò. Prima che si pensi ch’io mi stia sciogliendo in complimenti solo perché la fanciulla è piacente, chiariamo che non di complimenti si tratta, ma del modo in cui una certa musica si pone. Sono un esserino che continua a ribadirsi che suo compito è buttarsi in questo DoveQuando, quindi una melodia che si emancipa suona come dolce tentazione.
L’omonima mi ha invitato da lei, incontro dopo anni senza essersi mai conosciute (e io amo queste cose, tanto adatte al mio essere una Gemini), pernottamento incluso, e ciò non suona per me differente da come suona la sua musica.
Devo calcolare il tempo, dovrei dire.
La verità è che il tempo si trova sempre.
Quindi non so se devo esattamente calcolare o se invece devo capire se la mia testa esiste ancora in qualità di cosa scissa dagli impegni.

Vorrei mandare una mail a Levati, docente di storia moderna, per domandargli:
“Mi è ricapitato tra le mani questo libro di narrativa su Wallenstein, che fa un buon quadro storico, e bla bla bla…
Il suo corso mi ha fatto ripiombare nel prima e nel dopo dell’A.D.1630. Per l’esame dobbiamo fare tre letture, a scelta per area linguistica, e io mi ritrovo una Guerra dei Trent’Anni tra le palle. Inutile dire che è cosa piacevole. Prendere in mano il libro su Wallenstein, oltre ad avermi dato un utilissimo riassunto storico delle cause, sta riportando alla sfera cosciente tutte le informazioni su quel periodo storico che nel tempo ho ingurgitato.

Wallenstein.

Wallensteins Lager, Die Piccolomini e Wallensteins Tod. Trilogia schilleriana. Tre capitoli a essa riservati sul Mittner.
Wallenstein, romanzo di Sergio Valzania, attende sulla scrivania di essere letto.

Die Piccolomini: mosse iniziali di quella grande partita che sarà Wallensteins Tod. Ove vi sono forze opposte non potrà che esservi urto; si tratta quindi di attendere il momento migliore per l’attacco.

Anche la tattica ha quel suo incontestabile fascino.
E poi, è la Guerra dei Trent’Anni…

A.D. 1630 tra le pieghe.

«È così… deliziosamente aspro

Nicola è un profilo romanzo sulla laguna che non sa essere immota. Sempre un’onda, nascosta ai bordi del canale, riesce a farsi sentire mentre si infrange.

Nicola è una presenza notturna, perché ama essere il piacere che ti coglie tra le pieghe di un lenzuolo; proibito, per essere più acuto quando ti balza addosso; impossibile da afferrare, perché, una volta avvinghiato, le tue dita siano ben lontane dall’intenzione di lasciarlo andare.

Nicola canta, quando non geme. Donna Camilla ha sussurrato, divertita, che il giovane Corner non è ciò che vuole apparire: non è né un impudico nobile che si finge pudico, né tantomeno una pudica cortigiana che si finge impudica.

Nicola è un ragazzo che vorrebbe spezzare il cielo con la voce e che Venezia ha circonciso nella naturalezza anziché castrarlo negli attributi per renderlo il castrato che avrebbe voluto essere.

È quindi naturale che qualsiasi barbaro suono sia, alle sue orecchie, ammaliante. Altrettanto naturale è che si tenda verso l’asprezza che la lingua di una guerra promette.

La promessa di una guerra: nelle mie braccia saresti diventato qualcosa di diverso.

Sarebbe sopravvissuto, il giovane Corner, a quell’asprezza?

Ora la corteggia accarezzandola sulle labbra dell’amante, perché ne esca ancora un po’.

«Non so se potete capire… Vi sarete così abituato, intendo, da non poterla sentire come la sento io. Ma il modo in cui cadenza la vostra parlata… Riuscite a rendervene conto, Donato?»

«Non credo.»

«E come vi renda agli occhi delle persone, ve ne accorgete?»

Sapere dall’altrui sguardo ciò che si è diventati: destino di un uomo che ha deciso di distogliere gli occhi da sé. Per timore, per paura, per pudore acquisito nei confronti della mortificabilità umana. Siano i veneziani a cercare nel volto del maturo Torchia cosa abbia, dalle terre del Palatinato, da portare alla Serenissima. Si soffermino sulla cicatrice che gli svela oscenamente il mento, perché non riusciranno a guardare oltre – a meno che non abbiano visto ciò che quel taglio ha accolto in sé.

Sarebbe sopravvissuto, il giovane Corner, a quell’asprezza?

«Immagino di no…» sospira ora, e si rivolta nel letto. Solleva il busto, troppo gracile per essere armonioso, verso la luna; vuole esserne baciato, perché un’altra entità lo onori di attenzioni; la ringrazierà cantando, magari in una delle stanze di Palazzo Torchia.

Donato potrebbe chiederglielo, per questa notte.

Chiedere le prestazioni della voce anziché del corpo, e pagarlo in preghiere anziché in gioielli e vestiti e la nomea d’essere amante di uno dei più strambi patrizi primogeniti della Repubblica.

Un canto italiano, solitario, in beffa a ogni confuso madrigale, potrebbe essere la voce che zittisce il mormorio delle onde.

Eppure, Donato ricorda, c’era un’infanzia in cui il silenzio non nascondeva sussurri morbosi, e le voci umane erano promesse e non minacce. Una preghiera, alzata a un Dio che era unico e non lama tra le due fazioni di una guerra, era pace e quiete – non un dialogo con il vuoto che alberga nell’uomo.

«Parlate così poco… Ma se poteste ascoltarvi, parlereste tutto il tempo. C’è un rigore, che trapela dal modo in cui scandite ogni singola parola, ogni lettera per proprio ordinato conto, che è minaccia e rassicurazione a un tempo. Come il latino, ma… Se m’intendete… Il latino ha quest’aria di non avere alcun senso se pronunciato dal singolo uomo. Suona come minaccia vuota, come rassicurazione fasulla. Non so di Lutero e di questioni teologiche, ma posso capire come molti abbiano, ascoltando dalle sue labbra la Bibbia in volgare, deciso di ascoltarlo. Non è stato così, per voi?»

«Cosa…?»

«Quando siete andato nelle terre degli Asburgo, non siete stato rapito dall’accento che ora portate in bocca?»

La lingua della guerra, che è vera e falsa è Venezia.

La lingua in bocca al capitano di un futuro esercito di mercenari, la cui sola voce avrebbe convinto chiunque a dargli vita e fede nelle mani.

Chiunque.

Anche il più debole e folle patrizio veneziano – figlio di un ambasciatore della Repubblica, in missione con il padre per redigere un senso a un conflitto di fede che sta diventando uno sterminio.

Sette anni prima, valicando le Alpi per sfuggire a una Serenissima troppo stretta per una mente debole e folle.

Sette anni dopo, una mente debole e folle in corsa verso la madrepatria, pronta a inginocchiarsi e umiliarsi pur di essere nuovamente accolta. Come se ci si potesse lasciare alle spalle una vita, una consapevolezza, il solco che divide chi ha visto Dio aizzare i propri figli uno contro l’altro e poi svanire quando il campo è un cimitero scomposto.

Una vita senza questa consapevolezza è vita?

E questa, è vita?

«Se siete restio a parlarne…»

«Canta.»

«Ora?»

La vita vissuta da un uomo che sarebbe dovuto morire, a rigor di logica, al posto di tutti gli uomini e le donne – e i bambini battezzati e non, i vecchi senza una fine serena e quelli strappati a questo mondo senza riconoscimenti – è vita o Dio che imbastisce la pantomima di un aborto?

Non sapresti sopravvivere al più ferito dei miei soldati. Non dimenticare perché sei ancora qui.

«Ora. Potresti…?»

Nicola è un sorriso da indovinare nel tenue chiaroscuro. Rizza il busto, ruotando il collo per sgranchirsi. I piedi nudi incontrano la pavimentazione gelida – ma quale statua tremerebbe poggiando sul marmo?

Nicola canterà, per la felicità di un patrizio veneziano che spende il proprio tempo cercando un attimo in cui il tempo non gli aliti mementi lungo la schiena.

Canterà perché il canto è fatto per coprire le urla.

Sarebbe sopravvissuto, il canto, a quell’asprezza?


Un Honorato Torchia che rispunta dal mio studiare Goethe.
C’entra qualcosa?
No, ma se non scrivevo impazzivo.
Sorbirmi le paranoie di morti letterati non troppo nascostamente megalomani è come guardare film porno d’autore; non sono capace di contemplare e basta, si sa.

Varie & eventuali.

Einstufungstest.
Iscritta.
La mail del simpatico dottor Tizio in attesa tra le altre.
Sarà un test molto impegnativo, questo, dovendo io rispondere il nulla a ogni quesito per farmi collocare nel girone più basso dei corsi di tedesco. Ci piace. Ah, ci piace la sede di piazza S. Alessandro. Guardate che bella chiesa barocca (1602). Una di quelle piazze in centro da cui passi sempre e in cui mai ti fermi.
La sede di anglistica ha altrettanto vecchiume architettonico, unito a un degrado tipicamente post-moderno. Odio ammetterlo, ma mi piace.

Non so quante ore ho dormito stanotte. Sono rimasta a lungo a letto – ci rimani perché non puoi non dormire, anche se non hai speranze di riuscire a farlo. Forse ti sei addormentato, forse ti sei svegliato. Quando la sveglia è suonata non stavi dormendo, ma non eri neanche sveglio.

Trovate le due sedi (trovato siano comode da raggiungere, tra l’altro), fatto ciò che dovevo fare.
Sono poi finita a osservare un’insegna: libreria esoterica.
Mi sono trovata con le dita sporche di polvere mentre rovistavo tra i libri del reparto “religione ebraica”, cercando la parolina “errante” con cupidigia. L’Ebreo Errante. Anche nel reparto “miti e leggende”. Anche in quello cabalistico. Tre tomi di narrativa in ricordo della Seconda Guerra Mondiale e tutto-ciò-che-gli-ebrei-subirono titolati “L’Ebreo Errante”. Vaffanculo alla Seconda Guerra, io voglio la leggenda storica, non la cronaca romanzata dell’ultimo secolo.
(Però ho letto le paroline “Talmud” ed “Enoch”, e cose che dovrei leggere e ancora non ho letto…)


Arriviamo al programma con Caine per venerdì e sabato.
Arriviamo a Venezia.
Un bel by night nella città che tanto amo, sì.
Un retro-arsenale in cui portarlo, di torcia muniti per camminare su passerelle illuminate solo dalla luna.
Venezia e le calli vertiginose.
Venezia e la notte silenziosa in cui chiunque può sentire i tuoi passi. Le maschere, certo, e i palazzi fatiscenti. Venezia che è puttana dove le puttane sono cortigiane e sono da rispettare, onorare, adorare.
Insomma, speriamo non ci sia acqua alta.
Non eccessivamente alta.
Per il resto, è preventivato che moriremo di freddo e sonno.
(E per ciò ci si lascia la possibilità di rifugiarsi in qualche hotel.)
(E di riscaldarsi con dosi alcoliche.)

(Rincorrerò Donato Torchia per le calli, ja.)

L’Ebreo Errante.

Il vaffanculo day di Sna si perpetua.
Non per altro, la tisana fa sempre schifo. Anche se zuccherata. Mi si accartoccia la gola, da quanto è amara. Dovrebbero usarla come penitenza.

Svegliata di merda.
Verso le 11.00, giù di lì.
Svegliata di merda: atteso madre per urlarle addosso una ramanzina. No, non chiedetemi i dettagli. So che ero indecisa tra:
1) Sciogliermi in lacrime davanti a lei per muoverla a pietà.
2) Urlarle addosso a un centimetro di distanza, che può essere considerata aggressione fisica? Magari, se porti virus, sì. Magari se la sposti con le tue urla, sì.
3) Cominciare un tenue e diplomatico e glaciale discorso.
Alla fine, usando come sempre l’improvvisazione, sono giunta a un cocktail delle tre cose, che dovrebbe essere stato utile. Spero. Suppongo. Prego. È uscita di casa per portare fuori il canide e mi sono ri-seduta al PC tremando. Deve essere stata la febbre. Più la tachipirina. Più l’attimo epico. Più l’urlato anelare interiore a una condizione pacifica e non stressante. Dopotutto la testa mi girava anche prima.

A proposito di condizioni pacifiche e non stressanti, ringraziamo purple_vertige, che si è offerta di venire qui a portare buon cibo ben cucinato e siparietti di coccole. Ringraziamola di cuore.
Ringraziamo anche edkidna che è fin troppo d’aiuto per quanto mi conosce. Spero di saper essere altrettanto utile con chi non conosco abbastanza.

Comunque, la tisana fa proprio schifo. ma è depurativa, eh. Meglio del caffè e della birra, si suppone, e alle 16.00 ho turno al lavoro fino alle 22.00. Per questo ho fottuta tachipirina in corpo. Ma uscire e muovermi, magari, mi farà riprendere. Spesso funziona così: muoviti, e non sentirai male. Anche se, in verità, non sento male: solo un fastidio atroce.

Ringraziamo cauchemar_73, che tempo fa mi consigliò Le Chair et le Sang, film dell’85 ambientato nel 1501. Vi riporto il titolo in francese perché in francese lo trovai, e ieri lo vidi, e molto lo apprezzai. Film con Rutger Hauer, giusto per destare il vostro interesse – di cui ho amato il personaggio, Martin. Dopo la visione di questo film, potevo ri-vedere – in suo onore – Blade Runner, oppure vedere finalmente La Passione.
Ho visto il secondo, che tra l’altro è meno truculento de Le Chair et le Sang, e ho riflettuto lungamente.
Anche sul fatto che idiota è idiota oggi come allora. Una parola su cui mi ero soffermata qualche mese fa, grazie a quel librone di storia totale che sto leggendo. Idiota: Colui che menta vita privata al di fuori della buona società e lungi dai pubblici uffici. Fa riflettere.
In stato febbricitante, ho anche riflettuto sull’umana tendenza del capro espiatorio, e di come Gesù si sia posto come soluzione. Ha un suo senso. Ha un suo senso anche che l’intero popolo ebraico si ponga come capro espiatorio storicamente. Ha tutto un suo senso. Solo che dovremmo essere tutti Gesù, ecco, dettagli. Intanto, ci rifletto.
(Per la cronaca, ho adorato Rosalinda Celentano. Scontato? Scontato.)
Il film è vagamente antisemita. Giudei colpevoli della morte del nostro caro Gesù. Avevo trovato questo inceppamento storico studiando l’Ebreo Errante, quel povero sfigato che tra tanti prese per il culo Gesù mentre questi saliva sul Golgota, e che Gesù decise avrebbe portato sulla schiena la stessa sofferenza fino a che Gesù stesso non fosse tornato a portare La Giustizia.
Perdonali, Padre, perché non sanno…
L’Ebreo Errante si trova suo malgrado a sapere, però non ascende. Insomma, se la passerà peggio di Gesù. Umanissimo uomo molto byroniano. L’Ebreo Errante e l’A.D.1630, gh…

La tisana fa schifo, comunque.