ə

Penso di non aver mai scritto così tanto in tedesco in vita mia.
E, mentre cerco di farmi diventar naturali i vari “con ciò”, “dei quali”, “al fine di” (nonché tutte le varianti tedesche dei “ci” e “ne” italiani che da soli tutto riassumono), mi domando come io abbia fatto anni fa a scrivere saggi brevi in tedesco sulla letteratura e storia tedesche. Che acrobazie ho fatto, non tanto per scrivere correttamente quanto per, semplicemente, scrivere qualcosa di sensato?
Probabilmente la risposta fa rima con “esigenza” e “pietà”.

Nel giro di due settimane si è passati dalla tarda estate all’inverno inoltrato.
Fa freddo, quel freddo insistente tipico dei primi giorni di gelo, come se l’intera città – mio corpo incluso – dovesse ancora abituarsi a resistergli. Il freddo è scivolato sotto le porte, tra le finestre, attraverso i vestiti, e si è conquistato pavimenti, pareti, lembi di pelle. Sono giornate da passare in casa sepolti da una coperta, un tè al fianco (il mio è in preparazione) e all’altro il lasciarsi andare al sonno di chi è stanco di combattere il calo delle temperature.

Settimana prossima finisco il corso di tedesco B2.2 e a fine mese inizio il C1.1.
(Per chi si fosse persə* le puntate precedenti, i livelli sono: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, a loro volta suddivisi in A1.1 – A1.2 – A2.1 – A2.2 – etc… L’A1.1 è «Io chiama Tizia e viene da Italia», più o meno. Il C2 è una strana creatura tutta immaginaria che parla l’italiano di Umberto Eco ma senza essere madrelingua.)
Ovviamente, come ho appena cercato di far intuire, i livelli del Quadro Europeo sono tutt’altro che obiettivi descrittori. Mentre frequenterò il C1.1 avrò ben poco della fluenza e del vocabolario che le descrizioni del livello suggeriscono, ma è già un bel raggiungimento. Anzi, è soprattutto una curiosità: non ho mai studiato l’inglese fino a questo livello, lasciando che fosse la “vita vera” (enfasi qui, grazie) a insegnarmi gli ultimi livelli. (C’è poi da dire che i livelli di complessità dell’inglese più complesso effettivamente usato non sfiorano neanche quelli più che raggiunti e superati dal tedesco – o dall’italiano – di pari livello. Anche perché altrimenti «Adieu, lingua di scambio internazionale!») Ma abbandoniamo il Quadro Europeo e la sua incoerente astrattezza e andiamo in direzione di un astratto più concreto:
Sto leggendo in tedesco.
Dopo essermi avventurata per le pagine di Der Vorleser, già letto in italiano (e film visto in italiano e inglese) e suggerito appositamente per il livello B2, ho fatto il salto dal trampolino: sto per finire un romanzo in tedesco che ho iniziato a leggere dal nulla, nella piena e totale e disorientante ignoranza. E – l’ho detto? – lo sto per finire. E questo è – indovinate? – rassicurante. E sapete perché?
Perché adesso posso entrare in una libreria di Berlino ed effettivamente scegliermi un libro. (Magari dalla prosa meno complessa di quello che mi attende sul comodino, definito da un madrelingua “poco comprensibile anche per unə tedescə”.) Perché sempre più potrò, sepolta da una coperta e con una tazza di tè al fianco, rilassarmi leggendo libri che posso trovare in qualsiasi libreria. Perché, insomma, costruisco passo passo la mia Gemütlichkeit a Berlino.

* Vi piace lo schwa ( ə ) usato per creare il genere neutro?
Facciamo partire le scommesse su quantə grammar nazi che sbagliano l’uso di “alcunə” e non conoscono la differenza tra “egli/lui/esso” lo troveranno insopportabile? Per chi fosse curiosə, invece, ecco la pronuncia. Trovate lo schwa in inglese, tedesco, francese e – per i conservatori dell’identità linguistica nazionale – in napoletano e piemontese. Adotta anche tu lə “ə”! (Ok, qui ho esagerato di proposito.)

Lingue e culture (più o meno personali).

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, in un tramonto che già sa di crepuscolo, gli occhi secchi che sbattono dalla stanchezza e il chiedersi se esagerare con l’ennesimo caffè.

Oggi in classe si è parlato di come l’inglese sia entrato, neanche tanto di soppiatto, nel tedesco.
Conoscete l’effetto: viene preso per il culo nella parlata milanese. Immagino che l’acredine che scatena sia dovuta al fatto che l’inglesismo viene abusato per una questione di status. Lo capisco: l’inglesismo è il nuovo latinismo. Eppure…
Oggi in classe si è parlato di come sia importante tutelare le lingue dall’influenza dell’inglese. E lo capisco, quando si parla di un mero impoverimento. Ma quando e come è un impoverimento? Non sarebbe, in teoria, un arricchimento, l’avere a disposizione un maggior numero di termini differentemente connotati?
Oggi in classe si è arrivati a parlare di come l’inglese sia superusato come seconda lingua. Si è arrivati a parlarne male, generalmente male, nel senso di: in termini generici, senza che io potessi più capire che si stesse dicendo.
Si è parlato di tradurre qualsiasi parola, anziché importarla come prestito, e al contempo dell’unicità delle lingue e quindi dell’intraducibilità di alcune parole. Nello stesso discorso.
E io mi sono persa.

Che problemi abbiamo con le lingue?
La mia, di lingua, ha dalla sua quell’unicità che si rivendica per tutte le lingue madri. Solo che la mia, di lingua, è una mescolanza di altre lingue. Parlo, ascolto, leggo, scrivo, penso e sogno in italiano e in inglese. Un po’ anche in tedesco, a volte, ed è solo questione di tempo: ancora qualche forse mese, forse anno, e andrà a far compagnia all’italiano e all’inglese. Chissà a quale sfera semantica, o a quale agglomerato di sensazioni, si uncinerà.
Al momento – in questo periodo di tartassante studio della lingua tedesca – tutto si mescola.
Gültig, ad esempio, in questi giorni ha bellamente soppiantato valid. Smetterà, lo so, ma chissà poi a che cosa toccherà. Per non parlare poi di quel breve verso gutturale che ho cominciato a fare anziché alzare le spalle e dire «Boh!». (Devo insegnarlo, il «Boh!», spalle comprese, come insegnante di italiano.) Non se sia questo a essere il miglior esempio del livello di pervasività che il tedesco sta avendo sulle altre lingue che parlo, o la mia sintassi italiana e inglese, che stanno andando a puttane (ossia stanno seguendo quella tedesca come due deliziose fan). Si assesteranno anche queste cose in un nuovo equilibrio, ma non so che ne verrà poi.
Dopo l’inglese, ad esempio, il mio italiano ha acquisito la forma stare facendo, che sfocia in stare essendo (con il verbo essere si nota di più che con altri verbi, ma la pervasività con cui ha sostituito altre strutture italiane c’è ed è generale), stare venendo fatto, etc… Parliamo poi dell’essere supposti essere, che ha compensato alla mancanza, in italiano, di una differenza tra must-müssen/should-sollen. Non c’è purtroppo una coppia di verbi italiani che io possa contrapporre per rendere questa sfumatura, e così sono caduta sull’essere supposti essere in alcune frasi.
Non riesco a vedere questa come una perdita. L’italiano, come ogni lingua, ha carenze (l’inglese e il tedesco mancano della varietà di tempi verbali al passato dell’italiano; l’italiano della varietà di tempi verbali al futuro dell’inglese; al tedesco manca il gerundio; all’italiano due modi diversi di usare l’impersonale passivo), e a queste carenze il mio cervello sopperisce pescando dalle lingue che conosce. Non sentirei il bisogno di sopperirvi, probabilmente, se non concepissi quello che all’italiano manca. E’ proprio questa mancata percezione della ripartizione del mondo tipica di una lingua straniera X a renderne veramente difficile lo studio. Il resto è ripetizione in un contesto.
Ora, intendiamoci: non scriverò un articolo accademico abusando di stare essendo ed essere supposti essere. Ma perché dovrebbe essermi più difficile dell’evitare di scriverlo scrivendovi c’ha o gli sta bene? Abbiamo (o, perlomeno, necessitiamo d’avere, se vogliamo fare certe cose) padronanza di diversi tipi di sottolinguaggi, e la capacità (o, perlomeno, necessitiamo d’averla, se vogliamo fare certe cose) di selezionare quelli adatti al contesto. Sappiamo modulare il lessico, la sintassi, persino la struttura del testo. Perché dovrebbe essere diverso quando si parla di parlare più lingue?
Le parole italiane che più s’indeboliranno nella mia testa saranno probabilmente cose come contrassegno, ossia quelle parole che non userò più in italiano, e per cui userò un equivalente in tedesco. Ma ci sono poi intere strutture mentali nella mia testa che l’italiano l’hanno visto di sfuggita: non saprei, ad esempio, scrivere un articolo tecnico nell’ambito delle relazioni internazionali, avendo appreso il discorso – e quindi le parole, ma anche il reasoning – direttamente in inglese. (In realtà ormai non saprei neanche scriverlo in inglese, non parlandone da eoni.) L’immaginario fantasy è stato scolpito nella mia testolina di bambina giocando a videogames in inglese. Ditemi mischia e penserò a una cosa: ma melee è altro. Include mischia e ressa, e… ha qualcosa di diverso, come enjoy non è godersi che non è genießen. E tutto questo fa letteralmente parte della mia esperienza. Fattuale.
Se dovessi lamentarmi di come la mia cultura personale va disperdendosi, non più rappresentata dalla lingua, avrei perso in partenza. Forse per questo non capisco i discorsi sul purismo del linguaggio: unificare la mia parlata spontanea a una sola lingua, fosse pure l’italiano, significherebbe rinunciare a parti di me. E’ così che si sente chi, cresciuto in un (teorico) monolinguismo, si trova davanti alla propria lingua modificata? (Come se le lingue, storicamente, non cambiassero in continuazione.)
(E non parliamo di come io abbia appreso molte varianti colloquiali dell’italiano verso i quindici anni, studiandole a tavolino nei discorsi e cercando di capire quando e come applicarle.)

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, a crespuscolo ormai spento, ad ascoltare musica blaterando di questioni astratte che il mio cervello non ha ancora riorganizzato.
Vorrei parlarvi di come in questi giorni io stia studiando la forma dadurch, dass per mostrarvi quali salti tripli la testa debba fare in certi casi per ri-pensare il pensabile ed esprimerlo, ma per parlarvene dovrei condividere con voi buona parte della grammatica tedesca che la precede. It sucks, oder…? Che per condividere si debba aver condiviso.

La finestra sul cortile.

Il vecchio che vive nel palazzo davanti al nostro deve essere stato un mago. O così diciamo.
Esce sul balcone perlopiù per dare da mangiare agli uccelli. Posa il cibo e poi, furtivamente ma con grazia, rientra. Subito dopo i volatili arrivano a frotte. Si cibano, si attardano, volano via. Lui esce di nuovo e pulisce, con quei gesti da mago da cabaret che sono il suo marchio di fabbrica. Se lo incontrassi per strada e avesse le braccia legate non lo riconoscerei. Ma lo riconoscerei a cento metri di distanza, se sollevasse una mano.
Lo vedo al mattino, a volte, mentre sciacquo la tazza del caffè. A volte esce sul balcone e basta, senza apparente ragione, se non per dispensare la dose quotidiana di mani svolazzanti che disegnano opere d’arte nell’aria. A volte penso sia stato un direttore d’orchestra. O forse solo un musicista che, invecchiando, ha passato alle mani la musicalità che prima comandava le sole dita, o la sola voce, o magari solo le orecchie.
Vado adesso alla finestra e lo vedo comparire dietro il vetro. Fa uno sbrigativo gesto, come se stesse dicendo a un uccello: «Su, muoviti!» E poi scompare. Forse non parla con gli uccelli, ma con tutti noi qui fuori. Per questo ce lo immaginiamo cresciuto nella DDR, e immaginiamo quest’enorme fraintendimento: noi che guardiamo lui credendo gesticoli nella nostra direzione; lui che gesticola perché pensa di essere osservato. Chi lo sa? Qui tutte le ipotesi sono parimenti credibili: il mago, il direttore d’orchestra, il musicista, il paranoico. Direi anche «Il pazzo e basta.», ma qui non ci sono pazzi e basta. Si è sempre anche qualcos’altro.
Torno alla finestra mentre lavo quattro pesche tabacchiere (le adoro, e qui abbondano) e lui non c’è. Peccato. Ma ci sarà dopo.

Nell’ultimo anno in Italia uscivo sul balcone per fumare. A volte, sul balcone a sinistra al piano superiore, sedeva un vecchio coreano, lui e la sua bellissima pianta la cui specie ignoro. E lui mi ignorava, perlopiù, se non per qualche raro sorriso lieve nei rari momenti in cui distoglieva lo sguardo dall’orizzonte.
Il vecchio è morto, lasciando la moglie a vivere sola nell’appartamento. Durante le pause-sigaretta ci salutavamo: un lieve cenno della mano accompagnato da un sorriso, poco più di quello che accadeva tra me e il marito.

Queste persone non sapevano, non sanno, e forse non sapranno mai, quanto siano importanti per la mia vita quotidiana. Lo sono più di quelle con cui scambio parole – dal proprietario della panetteria sottocasa con cui ci si scambiano convenevoli di cuore all’insegnante di tedesco che mi fornisce chiarificazioni fondamentali. La loro importanza risiede proprio nell’anonimato. Siamo una persona chiunque l’una per l’altra, e in questo essere chiunque condividiamo l’intimità più insospettabile: quella della quotidianità. Quando poi viene apertamente riconosciuta con un sorriso e un saluto, a manifestarsi è il presupposto del convivere civile in senso positivo: ci si può aiutare a vicenda a far iniziare bene la giornata anche non conoscendosi. Basta un sorriso, o un cenno della mano.
Non so e probabilmente non saprò mai a chi siano rivolti gli aggraziati gesti del vecchio tedesco. Se stesso, gli uccelli, noi, il mondo. Ma, intanto, ce ne fa dono. E io ogni tanto torno alla finestra nella speranza di vedergli disegnare nell’aria una grazia che in un’altra vita sarebbe acclamata da una folla – e forse lo è anche in questa, solo che non lo so.

Alcibiadi emancipati e mignoli dolenti.

C’è qualcosa nei personaggi recitati da Di Caprio che mi strugge nel profondo.
Non tutti, s’intende. Ma c’è una continuità nel modo in cui ha ricoperto ruoli apparentemente non così simili, ma in qualcosa quasi indistinguibili. È l’essere intrappolato in vendette proprie e altrui (Gangs of New York), o il rimorso che consegue a un amore perduto (Shutter Island, Inception), o quando a tale perdita reagisce con una disperazione grandiosa (The Great Gatsby). È quel senso di oppressione della vita sulla nuca, una vita così colossale nei prezzi che chiede di pagare da prendersi fette di te per saldare il debito. Non sono esattamente le trame in cui ha recitato a essere collegate da un filo rosso (nonostante Gangs of New York e The Departed e Blood Diamonds abbiano molto in comune nel protagonista, così come Shutter Island e Inception), ma credo siano in qualche modo accomunate dal fatto di poter essere completate da un personaggio di quel tipo. Del tipo Di Caprio. Che non saprei come altro definire, facendo per me genere a sé.
Ma comunque.
C’è qualcosa nei personaggi recitati da Di Caprio che mi strugge nel profondo, e non so se sia più il suo essere un prediletto tra i miserabili o il rabbioso silenzio interiore di una persona che ha perso l’amore. Non lo so proprio. Però mi strugge e conforta al contempo. M’immagino questa vita che non ti lascia più molto spazio d’azione, se non uno così tanto ristretto da scatenare la piccola bestia isterica che risiede nell’uomo, e che ha il potere di realizzare grandiosità partendo dalla disperazione.
E questo nel corpo di un ex attricetto su cui nessuno avrebbe scommesso, con quelle fattezze da giovane promettente che si realizzerà al meglio bruciando, come una falena (Total Eclipse). Dà speranza. Come un Rimbaud non morto insensatamente. Un Antinoo non annegato. Un Alcibiade che ce l’ha fatta.

(E mentre mi struggevo sensualmente chiamando all’appello angeli sessuati, la vita ha affossato il lirismo facendomi sbattere il mignolo del piede sul bordo del letto e facendomi bestemmiare per tre minuti.)

Il dilemma del trapassato prossimo.

Mentre faccio pausa dalla preparazione della lezione di martedì (vorrei tanto parlarvi dei miei apprendenti – passati, presenti e futuri – ma non soltanto c’è di mezzo la solita questione della privacy, che rispetto, ma anche un accordo di riservatezza firmato: affinerò sempre più l’arte di parlare di tutto senza parlare di niente, o viceversa), riprendo in mano il romanzo che sto leggendo (L’uomo che metteva in ordine il mondo di Backman) e lo apro all’altezza del post-it a pagina 123:

Un’ora più tardi, sono di nuovo nel garage di Ove. A quanto pare, l’imbranato ha un braccio e una gamba ingessati e dovrà restare in ospedale qualche giorno. Mentre Parvaneh lo informava, Ove aveva dovuto mordersi il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora toglie i fogli di giornale dai sedili della Saab, che puzza ancora orribilmente di gas.

Notate qualcosa di strano? No? Rileggetela di nuovo.
Ancora niente?
Neanche se vi dico consecutio temporum?
Dirvelo, più che aiutarvi, vi confonde? Un po’ confonde anche me, lo ammetto. Non sono neanche sicura di non averla menzionata a sproposito. A dirla tutta, non sono neanche sicura che lì ci sia un errore. D’altro canto l’uso del passato prossimo e del trapassato prossimo, quando usare l’uno e quando l’altro a seconda del tempo principale della narrazione, o meglio, del tempo a cui si riferisce, è stato al centro di diversi scambi che ho avuto con gli autori e le autrici di alcuni racconti che ho editato (nonché di qualche scambio con un’editor di professione).
Potrei, come ho fatto con gli autori e le autrici e l’editor di cui sopra, parlarvi di come il trapassato prossimo si usi per riferirsi un’azione che è passata rispetto al passato. Quel giorno mi svegliai alle 6. Mi era già capitato di svegliarmi così presto. Così come il passato prossimo si usa per riferirsi a un’azione che è passata rispetto al presente. No, grazie, non mi va un caffè. Ne ho già bevuto uno. (Paradossalmente, ma neanche troppo, ho imparato a razionalizzare l’uso del perfetto in italiano apprendendo quello inglese. Ma comunque.) E quindi:

Mentre Parvaneh lo informava, Ove si è dovuto mordere il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora…

(C’è un’altra postilla, a proposito di modali e tempi verbali: in teoria si dovrebbe usare, come ausiliare dei modali, quello del verbo che segue il modale – mordersi, qui, e quindi essere. Ma questo è in qualche modo secondario nel discorso che sto cercando, molto alla larga, di farvi.)
Gli scambi che ho avuto con autori e autrici mentre editavo sono stati dovuti proprio al caos che si spalanca quando in una narrazione usiamo flashback. C’è una linea narrativa al presente (No, grazie, non mi va un caffè, ne ho già bevuto uno.) e una al passato (Ma ieri sera lo avrei accettato: alle sette non avevo ancora bevuto un goccio di caffè.). Così sembra semplice. Quando però ci mettiamo a scrivere un racconto in cui presente e flashback si intervallano e richiamano l’un l’altro, il tutto sulla scia dell’ispirazione, a volte ci si perde. Per una frase, o per interi paragrafi, o addirittura per interi blocchi di narrazione.
Ma sto divagando.
(Ho detto che la sto prendendo molto alla larga, vero?)
Se ho messo un post-it all’altezza di quella pagina è stato perché quel trapassato prossimo poco convincente mi ha fatto ri-riflettere su una questione più ampia: quella della semplificazione della lingua. E non semplificazione nel senso di: Diciamo la stessa cosa ma con meno parole. E’ più un: Smettiamo di dire certe cose perché perdiamo la capacità di utilizzare le forme con cui esprimerle.
Oppure diciamo, senza volerlo, cose diverse, o cose ambigue:

«Ti va un caffè?»
«L’avevo già preso questa mattina.»
«Sì, ma adesso te ne va un altro?

Oppure succede il contrario: la mancante padronanza di una struttura fa sì che non venga neanche riconosciuta.

«Dal suo punto di vista, se tu l’avessi trattato bene, ti avrebbe risposto diversamente.»
«Ma io l’ho trattato bene!»
«Ma dal suo punto di vista l’hai trattato male. Quindi, se
dal suo punto di vista tu l’avessi trattato, diciamo, diversamente da come l’hai trattato dal tuo punto di vista…»
«Ma io non l’ho trattato male!»

Per casi come questi (e la loro escalation che fa sì che una serie di notizie in congiuntivo vengano rilette come fatti assodati all’indicativo; o che eventi di vent’anni fa vengano riletti come se fossero accaduti l’altro ieri, quindi come ancora rappresentativi delle tendenze attuali, senza considerare le svolte che hanno seguito un trapassato prossimo) si esce dalle discussioni prettamente linguistiche e si sfocia in altro. Non so bene che cosa sia, quest’altro. Non so quanto distante o vicino sia (d)all’analfabetismo funzionale. So che è un qualcosa che non riguarda più soltanto la padronanza di strutture della lingua, ma la capacità di rappresentare fatti e opinioni e di interpretare le rappresentazioni linguistiche di un fatto o di un’opinione. Che è una questione che è tutt’altro che intrappolata nei libri: è il pane quotidiano di tantissime cose, tra cui la pubblicità (che, nella maggior parte dei casi, non mente, perché non può mentire; ma può usare la lingua apposta perché sia vaga e conduca, nella sua vaghezza, all’interpretazione più utile a chi vende).
Non è un problema nuovo, né per il mondo né per me. Ma sta diventando un problema per me più cruciale ora che vivo in Germania. Ora che, ossia, la mia esposizione alla lingua italiana è limitata, e quella alla “buona lingua” dipende sempre più da ciò che leggo. Ed è importante, ciò che leggo, in queste settimane in cui il mio numero di refusi ed errori in italiano è esponenzialmente cresciuto mano a mano che apprendo il tedesco. E’ una fase e da tale passerà. Nel frattempo, dipendo dalla lingua esterna a me come una poppante. Dipendo dalla lingua a me esterna come qualsiasi persona le cui abilità linguistiche stiano andando formandosi (beh, dai, un po’ meno – o forse un po’ più, chissà). Per questo, quando inciampo in una frase che non mi convince, vado in paranoia in loop:
Ma quella frase è veramente scorretta?

Di cose che ricorrono senza mai essere occorse.

Winter is coming.
Lo si dice tutt’attorno. Lo dice il cielo certi giorni, e la luce che entra spenta come se si fosse in un interno artificialmente illuminato. Lo dicono le persone, quelle di qui e quelle che qui sono arrivate. Di premunirsi, dicono, prendere tutto il sole possibile, ricaricarsi come piante, e preparare le vitamine e i colori, colori in casa e luce di candele e lampade che ridiano alle camere un po’ del calore estivo.
Me lo diceva qualcosa, quest’estate, mentre cenavo con amiche. Ho detto loro di questo mio timore, questa mia quasi soggezione all’idea dell’arrivo dell’autunno. Di quanto spietata la sua idea sappia essere.

Viaggiare ridimensiona l’esoticità delle cose.
Qualche mese in Inghilterra, ed ecco che l’immaginario di Burton sembra un’appena creativa scopiazzatura di una vecchia casa inglese mal tenuta.
E ora, qui a Berlino, la minaccia di quest’inverno che arriva.

Intanto, le routine riprendono posto.
Sul tavolo: libri di tedesco, dizionari, schemi e appunti.
Sul letto: libro di italiano, fotocopie, lista presenze per il prossimo (si spera, se viene confermato) corso a venire.
Nel frigorifero ancora cibi da mangiare crudi, in testa già zuppe fumanti in cui intingere pane turco ricoperto di sesamo.

Le letture, questa volta, sono un po’ fuori ritmo, così difficilmente associabili alla quotidianità.
C’è un Der Vorleser da riprendere e finire, e intanto un L’uomo che metteva in ordine il mondo in lettura. Nella sua traduzione è inelegante, incespicante, mancante di sprezzatura. Così ieri, distesa sul letto per prendere altro, ho riaperto Il colpo di grazia di Yourcenar, ricordandomi del come, quando e perché me ne fossi innamorata. Potrei rileggerlo, così come dovrei rileggere L’opera al nero. Intanto, ci sono altri libri in attesa.
Il Mittner – colossale antologia della letteratura tedesca – nei suoi tre volumi che vanno dal 1820 al 1970 (e quanto mi spiace che Mittner, essendo morto, non possa scrivere di ciò che è venuto dopo). Un libro sull’etimologia delle parole tedesche, un Genet (l’ultima cosa sua in prosa che mi rimanga da leggere – e poi esaurito, come la Yourcenar, nell’attesa di poter, forse un giorno, leggerli in francese e innamorarmi da capo), un noir/thriller/whatever tutto contemporaneo da recensire, e poi chissà che mi riserveranno i mercatini delle pulci in inglese e tedesco. Verranno probabilmente altri romanzi di Schlink, la cui prosa è approcciabile in tedesco, e un giorno – chissà quando – Die Kunst der Bestimmung, romanzo che a detta di un madrelingua è a malapena approcciabile dei madrelingua (ma me ne sono innamorata; della storia, dei personaggi, dello stile che riesco a sfiorare quanto basta per desiderare leggerlo). E, nel mezzo: altri Foucault. Le parole e le cose che attende di fianco al cuscino. Un paio d’altri libri in italiano, un saggio sul Seicento. E poi chissà. Potrei divorarli tutti (a parte l’inapprocciabile ai madrelingua) in pochi mesi o vederli languire per metà anno, o forse più.

Una volta mi struggevo al pensiero di non riuscire a riportare accuratamente, e in un modo che mi permettesse di renderli ripercorribili, i miei percorsi mentali. Non so se nel frattempo io mi sia arresa, o se sia venuta meno la motivazione, ma è da un bel po’ che smetto di preoccuparmene. In compenso, ora vorrei fare lo stesso dei piccoli passi che compio quotidianamente. Non interiormente, né nel mondo là fuori: mi basterebbe tracciare quelli assorbiti dalle assi di legno di questa casa. Lo scricchiolare e il gemere dei pavimenti, il vento che bussa alle doppie finestre, lo scrosciare di un temporale estivo. Il quasi atono miagolare della gatta, il suo grigiore quasi perfetto, la luce azzurrina di alcuni momenti della giornata, così opposta a quella quasi dorata di altri. Cose così. Quel che compone una quotidianità. Per non parlare di quello che scopro all’esterno.

Credo di stare riuscendo nell’intento di vivere con vividezza il presente – che, credo, sia un modo estremamente ridondante di dire semplicemente “vivere il presente”. Ma tengo a quella “vividezza”: è ciò che mi fa fermare, a volte, in punti diversi tra loro o che si ripetono, annusare l’aria, o ascoltare un suono, o fissare un punto, e sorridere. Nel suo bene e nel suo male, mi sento come immersa in un quadro vivente. Del quadro ha quella perfetta e imperfetta al contempo miscela di elementi selezionati ma che occorrono con naturalezza, ma è vivente, e mi ci muovo e lo percepisco. E’ in qualche modo mio: entra direttamente a far parte della mia esperienza senza bisogno di essere rielaborato a posteriori. E sono atroci, questi momenti: sono così improvvisi e sfuggevoli da svanire in fretta dalla memoria.
E a proposito di memoria (tema tanto importante in questa città): a volte, camminando per una via, mi sembra di riscovare vecchi ricordi, di quelli che sono quasi pura sensazione. Non è né il palazzo sotto cui sto, né la luce delle sue finestre, né quella naturale che tutto circonda, né la musica di sottofondo, né la temperatura impalpabile: è l’insieme scomposto di tutto questo. E così torno a momenti così indietro nel tempo da non saperli datare, né so più dire che cosa, ai tempi, avessi associato a quella sensazione. Erano aneliti, parte di quello che poi avrei potuto chiamare Sehnsucht (nel senso più generale, quello che amo), e ora si ri-realizzano, e con ciò aggiornano, modificano, come se stessi girando una nuova versione di un vecchio film mai girato.

Cinica Amélie.

Ho appena finito di fare un esercizio di tedesco. Lessico, perlopiù. Negazioni. Tutti, nessuno. Ovunque, da nessuna parte. In ogni caso, in nessun caso. Non mi piace costruire frasi-esempio con negazioni: il cervello s’arrovella per trovarne alcune in cui non credere troppo, in cui non cristalizzarsi troppo. La verità è che non mi piace essere negativa. Ma non mi piace neanche essere, in reazione, mielosamente e ciecamente positiva. Per questo procrastino e procrastino prima di decidermi a scrivere qui sopra.

Sto leggendo Le ore di Cunningham, purtroppo in italiano. E’ comunque godibilissimo, e mi fa riscoprire il piacere della scrittura. La plasmabilità delle frasi, delle percezioni. E di nuovo mi domando quanto ancora procrastinerò prima di rimettermi a scrivere fiction, e se davvero sto avendo così tanti problemi con la mia madrelingua perché troppe parole sono state abusate, depauperate, vanificate.

Tornare in Italia per un paio di settimane mi ha un po’ terrorizzata. Dovrei, per economia, dire “spaventata”, che dovrebbe per logica significare proprio “un po’ terrorizzata”, ma il bello della lingua è anche la sua capacità di plasmare anche la logica finché non diventa, in alcuni casi, un inutile reminder. La verità mia verbale è proprio che l’esperienza mi ha un po’ terrorizzata.
E qui non vorrei cominciare con i soliti discorsi, miele per chi vuole semplificare nell’intento di riassumere, di comparazione tra l’Italia e la Germania. Conosco poco la prima, infinitamente meno la seconda. Conosco qualche luogo della prima, e la sua TV e una parte delle sue espressioni dai media più o meno mediate, e pochissimo della seconda (e ricordiamoci che vivo a Berlino, che non è esattamente “Germania”). Lasciamo da parte le semplificazioni e le generalizzazioni. Lasciamole da parte del tutto, in generale, in questo e in ogni altro discorso. Perché una delle cose che mi ha un po’ terrorizzata è la tendenza a far sembrare iper-semplici questioni che sono di una complessità tale da far venire capogiro e nausea. Almeno a me.
Facciamo che io parlo della mia limitatissima esperienza e basta, e se voi trovare un esagerato numero di punti coincidenti con le vostre, beh, se ne può parlare, altrimenti prendetela per quel che è: una personale esperienza.

Sapevo che prima o poi avrei sentito di persona, e da una persona conosciuta da anni, e da una persona che solo con la nostra volenterosa ingenuità e omertà si può descrivere come “insospettabile” (e qui non mi riferisco, purtroppo, a una singola specifica persona), che l’Islam tutto (nozione utile quanto “Paperopoli”, in quanto a utilità descrittiva) è fanatico fondamentalista. Lo sapevo già quando, a Berlino, stavo discutendo pacificamente di gender e dell’importanza del pensiero critico contro l’acritico indottrinamento religioso con un amico musulmano. Seduta nella nostra sala ufficiali, in pace dei sensi, tra un primo piatto italiano e un dolce arabo. Lo sapevo teoricamente, un po’ come si sa che in alcune note località turistiche esotiche l’acqua non è potabile.
Non mi aspettavo invece di sentirmi rispondere, dopo il mio dire che conosco musulmani progressisti come musulmane senza velo, un «Non ci credo».
Come spiegarvi quanto alienante ciò sia?
Finché si parla di vaghe conoscenze (come l’acqua non potabile in alcuni luoghi) capisco il «Non ci credo», anche se si basa su premesse fallaci. Più che capirlo, semplicemente, non mi tange personalmente. Ma un «Non ci credo» rivolto a qualcosa che hai direttamente vissuto, che ormai fa parte della tua vita, è diverso. E’ un po’ come quando mi sono trovata a spiegare a un tizio illetterato e cresciuto in non ricordo quale cultura africana in cui la famiglia era, più che centrale, essenziale, che non volevo sposarmi, e questi mi ha detto un candido (e per me insopportabile) «Non ci credo». Ecco, più o meno così.
Ma questa è ancora aneddotica, da certi punti di vista.
Quel che mi ha un po’ terrorizzata è stato il sentire una delle proprietarie del bar sotto casa nominare l’esigenza di ricorrere alla giustizia privata mentre si parlava di un gruppo di richiedenti asilo che sono stati temporaneamente collocati nel quartiere. E non si parlava di aggressioni, stupri, furti. Si parlava di come costoro, una notte, si fossero seduti ai tavolini del bar (chiuso) a chiacchierare. Di come uno di questi volesse fare fotografie al figlio della proprietaria. (Ricordo come un amico italiano stanziatosi a Berlino avesse dovuto spiegare alla candida madre che non è una buona idea fare foto ai graziosi bimbi tedeschi che giocano nei giardini dei loro asili, neanche se sei un’innocua signora anziana.) Di come niente contro di loro, ma quando sono così tanti tutti assieme. E poi così, a sproposito come una sonora flatulenza durante un pacifico rinfresco in veranda d’estate, la giustizia privata. Come una persona che si abbassa le mutande tra un «E da dove vieni?» e un «E che lavoro fai?». Così.
E ho il timore di risultare pure stupida, scrivendo questo. Ho il timore di scatenare pensieri come «E tutte queste storie per una cosa del genere?», o come «Ma sono solo discorsi», o come «Si è espressa male, ma…». No, non ho il timore: ho un lieve terrore.

Non vi sto dicendo (e vi prego di non leggerlo tra le righe) che qui a Berlino non esistano discorsi simili. I neonazi esistono e si vocifera che molti vivano raggruppati nello stesso ghetto – così come c’è una specie di ghetto arabo-musulmano. “Specie di”, sottolineo, prima che passi qualcuno che – similmente a un tizio incontrato per caso su Facebook – pensi che in Europa tutti i quartieri a predominanza musulmana siano luoghi in cui sei fortunato se ne esci vivo. Si può non solo entrare senza timore di uscirne morti in tutti i quartieri di Berlino, ma ci si entra anche per passarci la serata. (Ho portato un amico italiano a bere e mangiare nella stazione più tristemente conosciuta di Berlino per malavita e piccoli crimini. Come esperienza. Esperienza di ben poco, e questo era il punto.) Questo non significa che non esista un odio su base razziale, o il libro del mio ultimo corso di tedesco non si chiamerebbe come un tizio che è stato vittima di neonazi. Non sono, almeno che io sappia, e di certo non potrei dare numeri e tendenze, i fatti a cambiare nella loro profonda natura. E’ l’impunità dei discorsi a fare la differenza. E non solo dei discorsi.
Mi sono sentita, in quel bar, messa di fronte a un vecchio dilemma: quello tra l’etica personale e la convivenza sociale. Con la mia mentalità ancora viziata da questa strana città in cui vivo, mi sono detta: Dovrei denunciarla. E proprio perché vengo da quel quartiere, ci ho vissuto per un sacco di tempo, e quindi chi in primis, se non io, dovrebbe agire?
(E temo, ancora, di scatenare un «Tanta aria fritta per una frase», o un «E che sarà mai?» e bla bla bla.)
Quel che temo è che da queste guerre dei poveri nascano conflitti più palpabili. Esasperazioni, fazioni. E lo temo perché in quel quartiere – come in altri quartieri in cui situazioni simili vanno costruendosi – vivono creature a cui tengo. Non ho in mente terze guerre mondiali, ma quel misto di paura e aggressività che fa vivere in un costante stato d’allerta. Una specie di stato d’allarme promulgato silenziosamente dall’impersonalità di malcontenti condivisi anziché dall’alto. Nessuna guerra nucleare, semplicemente quello stato delle cose – che a quanto mi è stato raccontato è già norma in alcune bolle in Italia – in cui veramente esistono luoghi in cui la gente non va perché pensa che non ne uscirebbe viva, in cui la polizia non entra. Già ho letto commenti di persone che non osano più andare sul lungolago della mia cittadina d’origine perché lì c’è un campo di richiedenti asilo. Quello per i cui abitanti insegnavo italiano come volontaria. E non si legga tra le righe che sto dicendo che siano tutti buoni come il pane. Sarebbe assurdo. Sarebbe illogico, contro ogni statistica. Come lo è pensare che siano tutti portatori di pessime intenzioni. Come ogni generalizzazione così ampia da raccogliere in sé elementi che, in comune, arrivano ad avere giusto il fatto di essere collocati nella stessa generalizzazione.

Mi è già stato fatto notare che me ne sono andata. Che sarei potuta rimanere, se ho tante insoddisfazioni da esternare, se farei così anziché cosà, e cosà anziché così. Ho risposto che non si sceglie dove nascere, e ora penso che effettivamente – come pure ho detto parlando con altri italiani qui a Berlino – quel che ancora mi lega all’Italia (quella contemporanea che va avanti, non quella che ho vissuto e mi ha formata per poi diventare parte del passato) sono gli affetti. Mi interessano i climi generali che sottostanno ai voti perché quei voti vanno a modificare il luogo in cui chi amo vive. E un po’ mi spiace, avere queste preoccupazioni: vorrei saper scindere lucidamente le cause dei miei interessi. Saper scindere l’interesse personale da quello storico da quello culturale da quello contestualizzato in Europa da quello contestualizzato nel mondo da bla bla bla.
Concludiamo com un classico del relativismo che secondo me non viene usato abbastanza: ognuno vive dove sente di vivere meglio, a prescindere dai fatti obiettivi (qualsiasi cosa siano).

E così mi verrebbe, su questo blog, di scappare da quel po’ di terrore e da certe frustranti ansie sfociando indegnamente nell’arte del quadretto zuccheroso e mieloso. Mi verrebbe da scrivere cose che neanche Amélie.
Mi piace la musica dell’est che sale fino alle finestre qualche mattina anche se non so da dove provenga. Mi piace scovare con lo sguardo il coniglietto che vive nella via parallela alla mia, quando mi dà le spalle, e poi vederlo scappare dietro la siepe. Mi piace fare gli occhi dolci ai cani del quartiere, che mi guardano scodinzolando e poi subito si rivolgono all’umano che li accompagna, come se gli stessero chiedendo: «Hai visto anche tu che cosa mi ha fatto?». Che il turco sotto casa, cercando di intuire perché io prenda sempre un panino vegetariano, mi avvisi del fatto che il Bretzel che ho scelto contiene del burro (non si sa mai, no?), e mi indichi l’alternativa vegana. La dignità con cui i non rari strambi devastati che s’incontrano per strada camminano, come se sapessero che qui nessuno può detronizzarli («Tu sei pazzo, figlio mio, devi andare a Berlino!»). L’eleganza tronfia ed esagerata di alcune signore slave di Charlottenburg, con i loro regali cani. Bere una birra nel locale gestito dagli abitanti del sovrastrante palazzo occupato, seduta su un divano malamente sistemato. E bla. Bla. Bla.
Ma ci sono anche i lati negativi, tanti quanti in qualsiasi altra parte del mondo, e che farebbero mal tollerare questa città a molte delle persone che conosco.
Berlino puzza di se stessa, un miscuglio di metro, Döner di pessima qualità e gente che non si lava. I berlinesi sanno essere scontrosi (più o meno come un milanese), e sbrigativi e impazienti (sempre più o meno come un milanese). Sanno essere pedanti, puntigliosi sulle cose più astratte e noncuranti su quelle più concrete. Sanno essere dei cialtroni, artisti improvvisati, nullafacenti con tanta faccia tosta. E puoi incontrare gente che si sente in diritto di farti quarantacinque minuti di lezione sul complottismo in mezzo alla strada, e ovviamente il peggio di tutte le culture che vivono qui: gli spagnoli che parlano urlando, i britannici ubriaco-molesti, i turchi che esprimono complimenti ad alta voce, bla bla bla. Ma generalizzare ha poco senso, ovunque tu sia, perché rischi pure di trovarti uno spagnolo o un britannico o un turco di fianco che negherà quel che dici, o perlomeno negherà di far parte di quel cliché, e dopo dieci persone che negano il cliché sotto cui vengono fatte ricadere i cliché diventano goffi e controproducenti marchingegni. La burocrazia non è né tedesca né non tedesca: c’è un po’ di caos, ma va sbrigato ordinatamente. Puoi incontrare l’impiegato statale iper-cortese o quello scontroso e svogliato, e non puoi mai prepararti prima, perché non c’è avvisaglia che aiuti. Soprattutto, trovare un caffè a Berlino – un normale caffè tedesco, non un espresso – diventa sempre più difficile. (Guardate Un caffè a Berlino.) Se poi lo nomini, diventa pressoché impossibile. Un po’ come i bagni pubblici, che vorresti ovunque e ci sono così raramente. Li vorresti ovunque perché i luoghi in cui puoi finalmente prendere un normale caffè di norma non hanno il bagno. O caffè o bagno, insomma. E i bagni dei locali sono di norma completamente ricoperti di scritte (non belle, non decorative, no: semplicemente scritte, e tante). Se chiedi a un tedesco se parla inglese, ti parla in tedesco. Se parli in tedesco a un tedesco, ti risponde in inglese. Solo a me? E le api sono tante e si sentono in diritto, a differenza dei tedeschi, di strainvadere il tuo spazio vitale. Vuoi ammazzarle? Le pubblicità progresso in metro ti suggeriscono che se lo fai sei un mostro. O asozial. Ed essere asozial in Germania è peggio che essere antisociale in Italia, ma questa è una vecchia storia. Ma comunque.
Comunque.
Comunque sono giunta alla conclusione che un luogo ci piaccia davvero quando ce ne piacciono le contraddizioni.
Tutto qui.
E io troverò una via di mezzo tra fosche lamentele e beate-beote osservazioni sulla vita quotidiana. O una terza via.