Del nero e di altre vanità

Tanto tempo fa, nel paese delle cose che chiamano reali, qualcuno mi disse che, quando si dipinge, non bisogna mai usare il nero. Mai.
Avrebbe potuto essere stato un docente al liceo artistico che frequentavo, conosciuto più per fama che nei fatti. Nei fatti è stato supplente per un paio di lezioni, sufficienti a rendere chiari i motivi della sua fama. Dato che la vita non è coerente, io, ovviamente, non ricordo il nome di tale famosa persona. Lo chiameremo “Costui”, giusto per ricordare il sacro potere degli esorcismi.
Costui era ammirato e riverito dai suoi studenti in quel modo che, se non lo esprime chiaramente, comunque sottintende una certa soggezione. Quella del “severo ma giusto”, per intenderci, con la postilla che ciò che faceva chinare il capo dei suoi seguaci non era la severità, ma quella certa cripticità che tanto eccita chi s’accosta all’arte per darsi un’aura di superiorità. Arroganza, la chiamano alcuni. Dipende sempre dai punti di vista.
La verità era che – come nella maggior parte dei casi – la colpa non era del tutto sua. Certo, Costui sapeva incarnare perfettamente l’Autorità da Contrastare, e certe figure nella vita servono, soprattutto se stai studiando in un liceo artistico. A che servi, come artista (qualsiasi cosa significhi), se non sai contrastare? E non solo i colori su una tavola senza usare il nero.
La Regola Assoluta sul Nero fu la seconda cosa da lui detta che io ricordi. Anzi, la terza. La prima era una domanda:
Che cosa significa arte?
Dinnanzi al silenzio più o meno ignorante o pavido o umile o menefreghista che ne seguì, disse la seconda. Che non ricordo nel dettaglio, ammetto. So che suonava esattamente come un:
Siete tutti delle capre.
E so che in quel momento io mi alzai e uscii, simbolicamente (ma anche per rabbia, siamo sinceri), dalla classe. Dovevo dire la mia. Se non sull’arte, sulla sua performance. E, vedendo la sua uscita come una performance atta a elicitare in noi quel che c’era da elicitare (se c’era), oggi, a posteriori, dovrei ringraziarlo.

Non confondete questo mio discorso con quelli, da vecchi (che pure sono – come già lo ero quel giorno), che a posteriori riconoscono e appoggiano un’autorità che da giovani contrastavano ciecamente. Insomma, non confondete il mio discorso con quello dei conservatori opportunisti (ne esistono di non opportunisti?), che pur di salvaguardare la propria attuale posizione benedicono un vecchio male conosciuto e allora ferventemente odiato perché tanto ormai quel male tocca alle successive generazioni. (Frase assurdamente lunga che potevo riassumere con la splendida espressione, per quanto di un sessismo orribile, “Fare il frocio con il culo altrui”.)
Non sto dicendo che Costui abbia coscientemente fatto qualcosa di utile per me e che la sgradevolezza dell’esperienza fosse necessaria perché – e qui parte l’odiata retorica – certi mali sono necessari (a cosa? O, meglio: a chi?). Forse era veramente un Maestro nell’anima, capace di far sbocciare caratteri a colpi di provocazioni. Forse era solo uno stronzo che si sentiva misero e fallito nel vasto mondo ma sapeva di poter essere grande nel piccolo di una classe. Forse non era nessuna di queste cose, ma semplicemente una persona che per noia procedeva a scossoni. Chi lo sa. Non importa. A me è stato utile, e non solo per avermi permesso di prendere una posizione (e quindi chiarirmela) e per la dritta sull’uso del nero. Più per quel che sta in mezzo alle due cose e le lega, direi.

Se qualcuno vi dice che, quando si dipinge, non bisogna mai usare il nero, ricordatevi che il mondo se ne fa ben poco di artisti (qualsiasi cosa siano) pronti a chinare il capo davanti al primo dogma che non comprendono. Che non sanno, né possono, comprendere, fino a che non si sporcano le mani (di colori). E sporcatevi le mani.

Nella vita quotidiana il nero è più un’astrazione che un fatto. Esiste più o meno quanto esiste la femminilità (il gender, non vagina e ovaie) – esiste, ossia, nella misura in cui è il risultato di un tentativo di dedurre leggi generali basandosi sui propri sensi, e – soprattutto – per la maggior parte del tempo esiste soltanto se ci credi.
Se credi nel nero, il nero è ovunque. Nere sono tutte le cose che compri perché sotto “colore” c’è scritto “nero”, ad esempio, o che hai preso dal reparto dei vestiti neri – di solito tutti messi assieme. Poi ci sono le cose per definizione nere, così tanto nere da essere sinonimi del colore. Nero come la pece, il piombo, un corvo. E il fatto che esistano tanti tipi di nero (come l’ebano, la notte, un pozzo senza fondo) dovrebbe cominciare a farvi dubitare del fatto che IL nero esista. Il nero assoluto, intendo. Quello che nelle tavolozze dei programmi di grafica starebbe all’estremità – il colore più scuro, e quello più insaturo. Ma su quale schermo? E in quali condizioni di luce? Il fatto che il vostro computer vi dica che #000000 è nero che più nero non si può fa sì che nella realtà pre-esistente ai computer nasca un nero senza prefissi né suffissi? Se vi dico “democrazia”, questa comincia esistere? E “giustizia”? E “Dio”?
A questo punto dovrei dire:
Ma ci stiamo perdendo…
Ma non ci stiamo perdendo più di quanto sia necessario farlo.

Mister Costui aveva portato il Veto sul Nero, probabilmente, perché si stava parlando di acquerelli, e gli acquerelli sono per definizione la tecnica dei colori brillanti, e se aggiungete del nero a un qualsiasi colore brillante per scurirlo il colore smetterà di essere brillante.
Volete fare una bella e lunga ombra sulla spiaggia al tramonto?
Usate il blu o il viola.
E un chiaroscuro netto e forte su una bella scena serale in un bar con luci al neon blu?
Osate con l’arancione scuro, scurissimo, ossia mescolando tutti i colori primari ma privilegiando rosso e giallo. Che creano l’arancione, che è il complementare del blu. E – puf! – mistero risolto.
Padroneggiate un po’ le basi della teoria dei colori e potrete dipingere qualsiasi (e lo ribadirò con l’enfasi di Costui: qualsiasi) cosa vogliate, Gioconda inclusa, senza usare una punta di nero. Anzi, se diventerete ancora più bravi un giorno, forse, riuscirete – mescolando i soli colori primari – a creare un nero che sia visto come tale e in assoluto da chiunque lo guardi. Ma ribadisco forse, e uso questa parola solo perché è sacra.

E’ con la parola “forse” che mi sono difesa da Costui. Ho preso il suo dogma sul Nero e l’ho fatto diventare una curiosità. E non me lo sentirete ripetere, mai, a meno che io non voglia essere provocatrice. Perché non è vero che quando si dipinge, anche con gli acquerelli, non si deve mai usare il nero. O che non bisogna mai usarlo. Vero è che non è per nulla necessario farlo, e questa è una buona nuova: potete creare incredibili tridimensionalità senza smorzare i colori.

Uso il nero, e spesso. Faccio un sacco di cose che non andrebbero fatte. Uso il nero per creare contorni netti e voragini scure, così come uso gli acquerelli in un modo che farebbe venire la pelle d’oca ai puristi della tecnica. (E non dirò che lo faccio perché tanto ormai la tecnica l’ho appresa e quindi posso giocarci: non sono mai diventata un genio in materia, avendo virato in direzione di un uso alternativo ben prima di poter far sfigurare gli imbratta-fogli che vendono vedute di Piazza San Marco a 50 euro il pezzo. Che sembrano pochi, trattandosi di acquerelli – ehy, fatti a mano individualmente! Ma che sono uno sproposito, quando sono fatti in serie à la Ford. Sempre a mano, chiaro. Come i palloni a mano cuciti.)
Uso il nero sapendo che è una scorciatoia e, ben peggio, una semplificazione. Il mondo, letteralmente, non è in bianco e nero: è sempre una mescolanza di tutti gli altri colori. Coprire metà volto in ombra di china nera significa ridurlo. Significa impressionismo istituzionalizzato, e va bene così, perché può significare anche un espressionismo coscientemente accolto: ci sono volti così scuri, nelle ombre che creano, che, per quanto l’occhio possa vederne i dettagli, la mente li percepisce come voragini. E passo e ripasso e calco e scolpisco con la penna nera i contorni delle sagome che disegno perché le voglio distinte, separate, concettuali. E incido perché, come ho scoperto grazie al Mittner (R.i.P.), da qualche decennio (quindi da sempre, rispetto all’arco della mia vita) a questa parte l’arte è (o meglio: può essere) sempre anche un po’ performance: il progetto viene costruito mentre lo si realizza. E così, per dire che quell’angolo è dolorosamente acuto, vi passo sopra la punta della penna tre, quattro, venti volte, anche se dopo la quinta la differenza sarà probabilmente percepibile solo da me e dagli strumenti di un laboratorio. E lo faccio in nero anche se non mi servirebbe per rappresentare la realtà, qualsiasi cosa sia, per il semplice fatto che non è mia intenzione rappresentarla fedelmente (cosa impossibile, date certe premesse, ma non perdiamoci ulteriormente).

Eppure, ovviamente, a volte sento la voglia di spiegare a qualcuno come il nero sia da usarsi con parsimonia – concettualmente, non nei fatti. Non per la brillantezza dei colori (e se li volessi pastellati e/o sporchi?), ma per il timore che qualcuno creda veramente che il nero non solo esiste, ma è ovunque e quindi essenziale. Che sia un fatto, non una rappresentazione. E qui potrei dirvi: “Perché c’è gente che ci crede veramente”, instaurando tra me e voi quella complicità da persone che stanno dalla stessa parte della barricata, tendenzialmente quella della ragione. Ma che ne sa la maggior parte di voi di che succede al rosso quando vi si aggiunge del nero, e quando del blu e del giallo? E perché mai sareste tenuti a saperlo? E che ne so io di diversi ma paralleli percorsi, lunghi anni e larghi epoche, che indagano ciò che io credo esistere e che invece è frutto della mia limitata percezione, della mia limitata esperienza?

Se pregassi, ora mi rivolgerei a chi di dovere perché mi spedisca sempre più illuminazioni. Non quelle fatte di luce bianca, ma di mille colori. Pregherei perché mi permetta di vivere il più grande contrasto nell’assenza di bianco e nero, e me lo faccia vivere anche e soprattutto in quelle regioni a me remote perché non ancora esperite. In bene e in male. Nel bianco e nel nero, come lesivi modi di dire si ostinano a dire. Nell’arcobaleno, preferisco – perché che facile e piatto e noioso mondo sarebbe, questo, se il male fosse semplicemente una mancanza di bene, e il nero (o il bianco) di colori?

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2 comments

  1. Passo le mie giornate fra dispense e lezioni che del colore fanno spesso il loro punto forte, perché la maggior parte di tutto quel che può attirare dei miei sassolini è proprio che siano così intimamente e fortemente (e Dio, grazie per gli avverbi qualificativi ora e sempre) colorati. Passo le mie giornate a cercare di far comprendere dove sia la differenza fra il rosso di un rubino e quello di un granato o una tormalina, a cercare d’insegnare come poter mettere quella differenza in una terminologia che sia tecnica ma comprensibile (rosso leggermente purpureo con saturazione vivida, e poi non significa niente più di quel che potrebbe significare “sangue di piccione”). Ogni attimo devo prendere la loro concezione di colore, la loro percezione dello stesso, tenerla stretta e renderla una proprietà ottica, un’interazione magnifica fra un materiale e la luce, senza che questo faccia loro perdere interesse sul materiale in sé.
    Parliamo di tutti i colori dello spettro. Parliamo di quando i colori mancano, e perché.
    Del nero parliamo poco.
    Perché nel nero c’è l’universo silenzioso dell’ignoranza. Quello del “no, non so perché questo materiale sia nero, ma posso esaminarne ogni suo singolo atomo finché non saprò cosa esattamente lo rende nero ai miei occhi”. Non è neanche detto che si debba andare così in profondità. E questo, alla fine, è davvero l’universo.
    Mi riempie di una tenerezza strana sapere e vedere come, malgrado le centinaia di chilometri di distanza, ci siano però tanti colori fra noi.

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