Di esseri umani, bestie, etica e altri grovigli.

So che ci sono ottimi motivi per non fare quello che sto per fare, ma lo farò comunque (con un non troppo lieve brivido di puro terrore al pensiero delle conseguenze).

Parliamo di bestie ed esseri umani.
Questa mattina è passato su Facebook l’ennesimo caso: bambino cade nella gabbia del gorilla, il gorilla viene ammazzato, il bambino ripescato. Ci sono mille dettagli con cui arricchire la descrizione dell’evento, dal comportamento del gorilla agli effetti dei sedativi a diosacosa. Tutte cose che potrete agevolmente trovare in quel marasma di informazione e disinformazione che è la Rete, con un po’ di pazienza, interesse, e mente lucida.
Ma vorrei andare oltre (ossia prima).
Vorrei andare al cuore della faccenda, al cuore di ogni simile faccenda, perché ho l’impressione che con tutti questi casi singoli – il gorilla ammazzato per assicurarsi che il bambino vivesse, i chihuahua con un’eredità che sfamerebbe qualche piccola città, chi mangia cosa e chi mangia chi – ci stiamo prendendo per il culo. Ci prendiamo per il culo ogni volta in cui astraiamo (si dirà così, in italiano? Spero di sì), ossia ogni volta che riduciamo ogni singola questione a un:
Sono più importanti gli esseri umani o le bestie?
E da questa domanda squisitamente astratta parte la seconda ondata di delirio. Da una parte, il delirio neo-etico: la poca eticità dell’evoluzione umana, l’empatia e l’equilibrio con la natura, etc etc. Dall’altra, il delirio pseudo-scientifico, e dico “pseudo” non perché non vi partecipino persone ben informate, ma perché quando viene usata la scienza per fare etica mi viene da stringere le chiappe: la sopravvivenza della specie, l’evoluzione umana in un altro senso, i comportamenti più o meno naturali e quindi quello che ci si può aspettare dagli esseri umani e quello che ci si può aspettare dalle bestie etc etc.
L’etica esiste, ma ha ben poco a che fare con quello che la madre del bambino finito nella gabbia del gorilla vorrebbe che succedesse al proprio bambino e al gorilla. E questo perché prima dell’etica, in questioni tanto scottanti quanto quelle affettive, c’è, appunto, l’affetto.
Se il principio etico per cui la vita umana ha più valore di quella animale fosse assoluto, come si dà per scontato quando si parla di questi temi per trarne lezioni di vita e giudizi su altri esseri umani, nessuno di noi avrebbe a casa animali domestici. Le associazioni animaliste non esisterebbero, né canili né gattili, e tutti i soldi e le energie spesi per tali attività finirebbero (o cercherebbero di finire) in qualche modo a vantaggio della quantità spropositata di bambini che ogni giorno sono a rischio di morte (e quindi ne è appena morto uno, e fra poco un altro) non per malattie mortali o incidenti, ma malattie curabili e condizioni di vita migliorabili. Ma non è così. Non è così per tutti.
Sicuramente ci sono al mondo persone la cui etica è così assoluta da far versare loro soldi ed energie solo a favore degli esseri umani – così come esistono persone che si dedicano completamente alle bestie. Ma non è certo la maggioranza delle persone. Immaginate una persona che boicotti tutti quei prodotti il cui ricavato va a favore di qualche specie animale. Esiste? Sicuramente sì. Quante ne esistono?
Si dice che – questa è l’etica ufficiale – la vita umana viene prima di quella bestiale. Questa logica viene ridotta nel piccolo quotidiano: compro da mangiare prima ai miei figli; poi, se ho ancora soldi, accolgo un animale in casa mia. Ma la logica dell’etica è assoluta (o non sarebbe etica), e direbbe di dare invece quei soldi a uno dei tanti esseri umani che morirà entro la prossima ora per la mancanza dei mezzi di sostenamento necessari a sopravvivere. L’etica quotidiana, quella che viene ridotta, ovviamente non chiede questo (proprio perché è applicata e non pura), e mi domando come mi rispondereste se vi chiedessi di agire sempre in questo modo (incluso il boicottare i prodotti di cui sopra). Ma è pura curiosità. Si arriva al delirio, al prendersi per il culo, quando ci si appella all’etica assoluta (La vita umana è più importante di quella bestiale) per giudicare e creare norme di comportamento nella quotidianità, quella quotidianità in cui pochissime persone portano avanti quel principio etico in modo assoluto (o, perlomeno, assoluto per quanto la propria consapevolezza lo permette).
L’etica presa in sé, assoluta, porta a criticare la persona che spende ventimila euro al mese per un cane mentre nel mondo tanti bambini muoiono. Che siano ventimila o venti euro, poco cambia se l’etica è assoluta. Se proprio si vuole rifarsi ai numeri, bisognerebbe ragionare in percentuale: è eticamente migliore chi dà a un cane il dieci per cento del proprio stipendio o chi ne dà il venti? E se il dieci per cento di una persona fosse ventimila euro, e il venti di un’altra fosse venti euro? E se la prima persona desse un ulteriore quaranta per cento del proprio stipendio a Save the children e la seconda il venti? Chi sarebbe più in linea con l’etica? Con quest’etica assoluta che rasenta il tragicomico quando si cerca ad applicarla a numeri? (Eppure non ci si esime dal giudicare chi spende ventimila euro per un cane, parlando di numeri.)
L’etica, nella maggior parte dei casi, non vive nella propria assolutezza. E non lo fa proprio perché i famosi i bambini sono il centro rovente che manda a puttane lo stesso impianto etico: perché il proprio bambino è, per motivi del tutto irrazionali, più importante di venti esseri umani. Si può arrivare a comprendere una madre che salverebbe il proprio figlio reo di aver ucciso qualcuno e che sacrificherebbe venti altre persone per salvarlo. Se non la si comprende, comunque, spesso si arriva a sospendere il giudizio perché è suo figlio, e l’etica va in tilt. E va in tilt perché l’etica è una sublimazione delle priorità umane, e spesso di quelle meno razionali. E l’irraziocinio (perdonatemi la parola) non riesce a essere, nonostante i mille discorsi pseudoscientifici sulla natura, spodestato da quello che si dovrebbe, per natura, sentire. Ripetere in mille salse, portando studi ineccepibili per metodologia, che l’essere umano dovrebbe porre la tutela della propria specie come prioritaria rispetto alla tutela di altri non ha fatto, e non fa, cambiare il sentire di chi vive con un gatto. Quella persona raramente se ne sbarazzerà per dare quei soldi e quelle energie a Save the children. Se quella persona è arrivata a quel punto, forse è perché la natura (qualsiasi cosa sia) non è quella cosa che impone strutturalmente a un essere umano di prediligere a priori un altro essere umano. Se una natura esiste, forse ha più a che fare con le strane configurazioni che vanno a formarsi quando le proprie priorità e il teorico impianto etico (che tutti abbiamo) interagiscono.
Perché nella maggior parte dei casi l’affetto è più forte della teorica etica, motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio figlio reo a scapito di cinque esseri umani innocenti. Motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio gatto a scapito di cinque gatti innocenti. Motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio gatto a scapito di cinque esseri umani innocenti. Motivo per cui, specularmente, una persona cosiddetta “animalista” all’estremo può voler dare la priorità alla vita di una persona a lei cara a discapito di bestie che a malapena conosce, o che conosce e a cui è affezionata.
Ed è qui, quando si realizza che l’affetto va in contraddizione con l’etica ufficiale (la vita umana è più importante di quella bestiale), che l’impianto teorico etico traballa. Se l’etica è figlia delle priorità, non dovrebbe entrarvi in contrasto. Non puntualmente, sempre sulla stessa questione. E, se lo fa, forse significa che quell’etica non è la sublimazione delle nostre priorità personali. Non è la prima volta che l’etica muta, non sarà l’ultima. Nel Cinquecento europeo i contadini erano visti alla stregua di mucche (nel bene e nel male; quel noblesse oblige è sconosciuto a molti dei datori di lavori dei lavoratori salariati di oggi), domani le mucche potrebbero essere l’animale domestico favorito.

Ma ho, ovviamente, divagato.
Se scrivo qui è perché mi perplime la quantità di persone che tirano in causa un’etica assoluta non essendo al contempo persone che la vivono con tale assolutezza. Non mi auspico una società in cui ogni madre ammazza il figlio pur di salvare cinque innocenti, perché ogni assoluto è inquietante. Ci sono state società in cui molti figli denunciavano i genitori in nome di un’etica superiore, e non se ne parla con orgoglio.
Trovo solo che far trionfare, nei discorsi, l’etica assoluta dimenticandosi che è sublimazione delle priorità umane, e quindi cercare di eliminare le priorità umane (che favoriscano esseri umani o bestie), trattarle come eccezioni alla regola, come devianze, sia come, non so, far morire venti persone di stenti per costruire un ospedale che ne salverà altre venti. E nella metafora, prima che si ritorni a esseri umani e bestie, i muratori sono le nostre priorità irrazionali, i pazienti dovrebbero esserlo (ossia lo sono in teoria, almeno fino a che l’etica non entra in contrasto con le priorità personali), e l’ospedale l’impianto etico. Ne vale ancora la pena, quando per salvare venti pazienti se ne fanno morire trenta? (L’ho detto che l’etica assoluta accoppiata con i numeri rasenta il tragicomico, vero?)

Trovo assurda la domanda “Sono più importanti gli esseri umani o le bestie?” per un semplice motivo: assoluta com’è, si appella all’etica assoluta; ma nella quotidianità la maggior parte delle persone attribuisce importanza (giustificandola con l’etica o meno) a una creatura partendo dalla propria irrazionale individualità, dai propri tutt’altro che universali affetti, e scontrandosi più o meno con l’etica ufficiale – scoprendo che quest’ultima le è più o meno, come ogni mezzo può essere, utile o dannosa.

Se ho scritto questo discorso è perché mi concepisco, mentre poggio il mio culo sano su una sedia che a me costerebbe un centesimo di stipendio e ad altre persone in altre zone del mondo costerebbe due stipendi, una fortunata beneficiaria di tante morti nel mondo. Se vivessi con assolutezza l’etica ufficiale, dovrei ristrutturare la mia vita per darle come priorità quelle dell’etica. Non lo faccio, e non considero ipocrita chi non lo fa.
Considero ipocrita chi, per criticare la persona che spende ventimila euro per un cane, tira in causa la maggiore importanza della vita umana rispetto a quella bestiale, senza aver prima ristrutturato la propria vita per rendere tale principio una norma di vita; chi parla di “la vita umana è più importante di quella bestiale” mentre di fatto mette in pratica “alcune vite umane sono più importanti di quelle bestiali” (idem per il viceversa, ovviamente: è facile fare gli animalisti solo perché si ha un gatto in casa che si ama moltissimo, confondendo amore ed etica).

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