Città arm und chic e torri di vetro.

Forse sono finalmente riuscita a capire da che cosa dipenda la mia presenza o assenza su questo blog.
(Ho detto “forse”.)
In questo momento – in cui vivo nella città dei miei sogni, in una casa vicina a quella dei miei sogni, in un periodo in cui l’arte visiva ha ripreso violentemente il posto della parola scritta – ho un’ipotesi. Piccola, fugace e assoluta. E quest’ipotesi ha timore di pronunciare il proprio nome, come ogni cosa timida perché minuscola.
Forse più taccio quanto meno ho da dire.
E non nel senso che smetto di avere pensieri. Non è il contenuto, a mancarmi. Quel che mi manca è il destinatario. Un destinatario ideale. Un “voi”, coevi e posteri, a cui rivolgermi. O chiunque altro. Potreste non essere voi – potrebbero non essere né i coevi né i posteri – ma allora dovrebbe essere qualcun altro, me stessa inclusa.
Chi? Chi?
Credo il mio silenzio dipenda dal non avere risposta a questa domanda.

Eppure, vista la faccenda da un altro punto di vista, è vero il contrario.
Ho troppe cose da dire a troppi destinatari, ideali e non, e si sono accumulate così tanto che non saprei da dove cominciare. E il vago terrore da ciò causato viene ulteriormente peggiorato dalla consapevolezza che ogni parola detta, ogni parola rivolta, ha conseguenze. Minuscole e immense. Fa scattare meccanismi, e poi tornano indietro. E non ne ho voglia. Proprio non ne ho voglia. Da bruciare tutto, per intenderci.
Non so da che cosa questa immobilità causata dalla consapevolezza delle conseguenza derivi. Solo da me? O da un Internet che è sempre più copia del mondo che chiamano reale? Dalle pieghe che la mia vita ha preso? Da che cosa?
Non lo so, ovviamente, e quindi, probabilmente: da tutte queste cose assieme.

Mi sono scoperta più riservata anche di persona. Mi sono osservata, alcune sere, parlare senza dire. Esprimere senza esprimermi. Conoscere il prossimo senza farmi conoscere. E non è pudore, il mio – che cos’è, il pudore? – né timidezza – che cos’è, questa sconosciuta? – e anche in questo caso non so che cosa sia, ma so che c’è, e mi rende possibile – cosa inaudita – trovare piacevole uno scambio in cui non mi espongo. Denudo. Dispiego.

Una volta osservavo le persone vivere senza innestare la propria vita sull’esprimersi e lo trovavo assurdo. Ora è quasi vero il contrario.

L’arte visiva è più semplice, perché è – in un certo senso – un fallimento a priori. Sai già che una serie di persone – lo sai a priori – osservando il prodotto della tua espressione reagiranno in un modo che va dal «Ma che cosa volevi dire?» al «Ma che cos’è esattamente?» passando per il «Ma che cosa rappresenta?». Non ho bisogno di spiegare il senso e l’effetto di tali domande a una qualsiasi persona che faccia quella che viene chiamata arte visiva (e non solo), e non so se sia possibile spiegarlo a chi non la fa. Non so come spiegare il come non appena una di tali domande si manifesta, si erga un muro. E scatta una rinuncia a priori. Una certa rassicurante rinuncia a priori: non devi neanche stressarti l’animo chiedendoti se la comunicazione stia funzionando. Il disegno è lì, in balia di tutti, e le aspettative sono così basse che non è neanche più un tuo problema. Non è neanche più un problema. Tu esisti, ti esprimi, eppure smetti di dover dipendere dalla comunicazione con gli altri. Paradossale, ma funziona. La torre di vetro di chi è in attesa per mancanza di aspettative.

(Avrei voluto continuare a sverginare questo mio soggiorno berlinese con un qualcosa di più arm und sexy o shabby & chic o insomma quella cosa che per me Berlino è e che mi fa voglia di celebrare questa città, ma that’s it. Forse è solo un: Du bist verrückt mein Kind, du mußt nach Berlin. Amen.)

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11 comments

  1. Riflessioni mattutine:
    mi hai fatto pensare al fatto del cambio di medium, all’avere del contenuto ma domandarsi “per chi” e “tramite cosa”. O meglio: se il “per chi” è una domanda che arriva piuttosto esplicita, lo slittamento da un medium all’altro è qualcosa che ci si ritrova fra le mani, a cose già più o meno fatte.
    Mi hai fatto pensare al mio sentire un’assenza di senso in quel fallimento annunciato che è l’arte performativa (scrivo una drammaturgia per chi? Ma non solo: la mancanza di senso è ben più pragmatica, forse prima ancora che “intellettuale”).
    Forse quando arriva questo smarrimento si passa a quel qualcosa che ci sembra più immediato: non credo nell’arte come espressione del sé o come forma di comunicazione e penso che chi prova a farla sia attratto dal medium che, in maniera più organica, incornici quella porzione di reale che si intende mostrare.
    “Il disegno è lì, in balia di tutti, e le aspettative sono così basse che non è neanche più un tuo problema.” Non è neanche più tuo, in qualche modo? Questo, per me, si avvicina molto al concetto di arte: lontano dall’espressione del sé, slegato dall’ego dell’artista. Più “facile”, o più immediato, dunque, che trovi un chi, un destinatario.
    Mi hai fatto pensare al mio allontanarmi da quel medium che credevo “giusto” e al mio avvicinamento a tutt’altra scrittura, a tutt’altro chi (strano poi per me, che mi ero convinta che la forma fosse tutto).
    Altra cosa: gli spostamenti geografici secondo me sono connessi a questi slittamenti, anche se devo ancora capire bene perché e come.

    1. [la mancanza di senso è ben più pragmatica, forse prima ancora che “intellettuale”]
      E’ questo che porta al silenzio. Finché si giustifica una fallimento sulla base di una gerarchia – intellettuale, sociale, whatever, che ci rende speciali – si può – a ragione ma penso più a torto – dirsi che sono altri a ‘sbagliare’, e noi possiamo a ragione insistere.

      Ho, da che ricordo, sempre provato una strana ammirazione per chi si dedica ad arti, o in generale cose, che per definizione hanno un risicato pubblico, una risicata chance di diffondersi. Non ho mai saputo se vedervi del coraggio, del menefreghismo, o il sapersi arrendere al proprio piccolo, vedendolo come bastante a essere un tutto.
      Ora vedo le cose diversamente. Mi sono un po’ arresa – in bene e in male – al fatto che il mondo è a nicchie (più nicchie nella stessa persona, ovviamente, e ciò lo rende più comunicante con se stesso, ma sempre nicchie), e quindi le mie aspettative – e di conseguenza quel che faccio – si sono modificate.

      [“Il disegno è lì, in balia di tutti, e le aspettative sono così basse che non è neanche più un tuo problema.” Non è neanche più tuo, in qualche modo? ]
      Per ora lo è, ma temo smetta di esserlo. Mi vedo come una persona comunicativa e temo che, tolta la comunicazione, ci sia un po’ meno ‘me’. Se avessi costruito una vita su passioni che non implicano la comunicazione umana (chessò, la contemplazione dei paesaggi naturali), non lo temerei.

      [Altra cosa: gli spostamenti geografici secondo me sono connessi a questi slittamenti, anche se devo ancora capire bene perché e come. ]
      Non è la geografia, credo, ma quel concetto di ‘comunità immaginata’ per cui, se si è fisicamente in Italia, ci si sente più come parte di quell’Italia (immaginata, perché si vive solo in un minuscolo luogo), e quindi ci si interagisce.
      So che, ora che vivo a Berlino, come già mi era successo in passato vivendo all’estero, mi sento finalmente (interiormente) libera di non prendere parte a certe discussioni. Penso a una questione a me vicina, quella del gender: che mi cambia, ora, se l’Italia su Internet, ma anche di persona, mi mostra idee per me potenzialmente lesive? Tanto non ci sono, in quell’Italia, e quindi non potranno ledermi. Il problema, in un certo senso, non mi riguarda più. Mi serve meno, ora, comunicare con il prossimo per capirlo, per far loro cambiare idea, per far cambiare la mia. Se sono in Germania, d’altro canto, è perché non avevo nessuna intenzione di cambiare alcune idee, né di spendere la mia vita facendo cambiare i trends di un Paese. Tanta comunicazione, di conseguenza, viene meno.

      (Non vorrei fare la solita trapianta a Berlino che si dà indecentemente al radical-chic, ma dai un’occhiata a che potenziale avrebbe l’arte performativa qui. Questa è la città in cui tanti creano, e cose di nicchia, per tanti che vi si interessano. Sembra, a tratti, un enorme circolo culturale con nulla in comune. Si vive nel proprio piccolo ed è proprio tale vivere nel proprio piccolo che rende questa città così multiforme.)

      1. «[la mancanza di senso è ben più pragmatica, forse prima ancora che “intellettuale”]
        E’ questo che porta al silenzio. Finché si giustifica una fallimento sulla base di una gerarchia – intellettuale, sociale, whatever, che ci rende speciali – si può – a ragione ma penso più a torto – dirsi che sono altri a ‘sbagliare’, e noi possiamo a ragione insistere.»

        Non so se interpretarla come una spietata verità o come il ribaltarsi della mia prospettiva (per cui non sono sicura di aver colto 🙂 ).

        Sul concetto di ‘comunità immaginata’ ci hai preso. Nel senso che io lego la mia vita, e le sue diverse fasi, alle città in cui ho abitato (originaria di una realtà che per certi versi è Italia, per altri è davvero un mondo a parte, difficile da spiegare a chi non lo conosce) e alle differenti comunità, anche non “immaginarie”, di cui ho fatto in qualche modo parte. Indubbiamente il mio ultimo spostamento fisico mi ha resa distante, anche mentalmente, dalla comunità artistica che frequentavo, rendendomi lontana (libera?) da una serie di gabbie, di ruoli, di ossessioni sul “dover essere/dover fare”. Da qui il cambio di medium (i contenuti tanto te li porti dietro, maledetti).

        Su Berlino sarebbe un discorso lungo 🙂 La conosco un po’ e ne apprezzo tante cose. Mi è capitato di lavorare e portare dei miei progetti a Colonia, che è diversa, ma che in comune con Berlino (e con altre città “a nord di”) ha una cosa che ho sempre invidiato: la disponibilità di spazi fisici, spesso giganteschi, in cui creare, dai centri poli-artistici alle scuole e accademie attrezzate con materiali desiderabili, e così via.
        Eppure c’è qualcosa che mi disturba nelle nicchie autoreferenziali, così simili a quelle dalle quali ho voluto allontanarmi, negli spazi creativi concessi a chiunque, giustamente, a costo zero, che però danno vita a progetti che allo zero si fermano per quanto riguarda prospettive di paga. Vivo un momento di sfiducia generalizzata per le performing arts, sfiducia che travalica anche le Alpi e, sicuramente, per l’idea di “vivere d’arte”. Quando sarò libera da questa frustrazione riuscirò a vedere il bello (spero) di quella città, dove sono comunque in pochi a vivere d’arte, ma la cosa non è vissuta come un problema.
        Spero invece tu te la goda al meglio 🙂

        1. [E’ questo che porta al silenzio. Finché si giustifica una fallimento sulla base di una gerarchia – intellettuale, sociale, whatever, che ci rende speciali – si può – a ragione ma penso più a torto – dirsi che sono altri a ‘sbagliare’, e noi possiamo a ragione insistere.» ]
          [Non so se interpretarla come una spietata verità o come il ribaltarsi della mia prospettiva (per cui non sono sicura di aver colto). ]
          Facciamo che espandi sulla tua prospettiva con più dati? Così magari riusciamo a capirlo, e capirci, meglio entrambe 🙂

          [Sul concetto di ‘comunità immaginata’ ci hai preso. Nel senso che io lego la mia vita, e le sue diverse fasi, alle città in cui ho abitato (originaria di una realtà che per certi versi è Italia, per altri è davvero un mondo a parte, difficile da spiegare a chi non lo conosce) ]
          Ossia? Se me l’hai detto non lo ricordo :/

          [Indubbiamente il mio ultimo spostamento fisico mi ha resa distante, anche mentalmente, dalla comunità artistica che frequentavo, rendendomi lontana (libera?) da una serie di gabbie, di ruoli, di ossessioni sul “dover essere/dover fare”. Da qui il cambio di medium (i contenuti tanto te li porti dietro, maledetti). ]
          Questo è un altro aspetto degli spostamenti, ma diverso da quello di cui parlavo. Quelle gabbie, quei ruoli, etc, li ho percepiti come aspettative dove abitavo in Italia, ma non mi hanno portato a realizzarli. Ciò nonostante, mi disturba l’essere in una società con aspettative che non condivido, perché c’è la possibilità che si realizzino, e più si realizzano più vivrò una società in cui poco mi riconosco.

          [Eppure c’è qualcosa che mi disturba nelle nicchie autoreferenziali, così simili a quelle dalle quali ho voluto allontanarmi, negli spazi creativi concessi a chiunque, giustamente, a costo zero, che però danno vita a progetti che allo zero si fermano per quanto riguarda prospettive di paga. ]
          Non so dirti quanto qui paghi fare arte. Conosco persone che ne fanno e vengono pagate, e ho l’impressione che qui sia un po’ più fattibile che altrove, ma questo anche perché il costo della vita in questa città è così basso che qui ci si può permettere di lavorare meno. A parità di stipendio, qui ci sono molte più opportunità che in una Milano. Il fatto che vi siano molte occasioni a costo zero (dai musei alle mostre alle serate alle installazioni ai concerti) fa sì che anche una persona sotto Jobcenter (ossia una persona che vive con una specie di sussidio) possa avere una vita culturale e una vita sociale. Ma questo a patto che si ami il vivere in una città che è, appunto, ‘povera e sexy’, e sexy nella sua povertà (povertà relativa: povertà rispetto alle altre più ricche città tedesche), che è shabby e chic, ossia chic nell’essere shabby.
          Questo non esclude che a Berlino si possa vivere una vita più ricca. Una passeggiata a Mitte, nel quartiere vicino al Reichstag, mostra una fauna umana non diversa da quella di qualsiasi quartiere europeo ‘istituzionale’. Ma la differenza, nella mia percezione, qui è che c’è sempre una scelta, e non tra il vivere di sogni e quasi morire di fame o il mangiare ma senza più sogni.

          Tornando alle nicchie referenziali…
          La situazione dell’arte a Berlino mi ricorda quella dell’editoria online italiana: da quando chiunque può autopubblicarsi, e in generale pubblicare è diventato accessibile (economicamente) a chiunque, ovviamente online trovi di tutto, e un tutto che include la feccia della letteratura, in una piramide che fa ovviamente sì che la media letteraria di oggi sia qualitativamente ben inferiore a quella di dieci anni fa. Ma è il prezzo da pagare, ed è un prezzo che pago con piacere. E il prezzo da pagare, per il singolo fruitore, diventa il dover esplorare la nuova enorme bolgia di prodotti di basso costo per trovare quei pochi che hanno valore. Perché gratis, o a basso costo, non significa necessariamente di bassa qualità, ma statisticamente sì.
          C’è dell’autoreferenzialità, in tutti questi libri autopubblicati? Un sacco. Ma questa nuova situazione mi permette di poter fruire di autori che prima – quando a dettare legge erano le case editrici, e le case editrici pubblicano ciò che vende e non ciò che ha qualità – non avrei mai potuto trovare.
          Credo sia avvenuto qualcosa di simile anche per le lingue. Lo dico da linguista: le lingue che sono state parlate (più che scritte e lette) per più tempo sono quelle che più hanno subito un processo di semplificazione (vedi l’inglese). E’ il prezzo dell’aprire l’espressione a un numero sempre maggiore di persone _prima_ di aver richiesto loro di raggiungere un certo livello (anche perché come puoi aprire l’alfabetizzazione a una persona per poi dirle che non avrà però il diritto di usare la lingua fino a che questo uso non sarà gradito dallo status quo?). Idem per la pubblicazione e le occasioni di fare arte.

  2. Intendevo che, dato che trovo il fatto di giustificare il proprio fallimento sulla base di una gerarchia un po’ ingenuo e a volte irritante, mi è sembrato di cogliere una spietata verità nel tuo “è questo che porta al silenzio” e mi sono chiesta se non fosse adatto alla mia situazione: sto rinunciando al teatro perché mi sento incompresa e esclusa dall’élite che “comanda”. (Ok, a rileggerlo do l’impressione di avere una gran coda di paglia! 😀 e forse ho pure frainteso)

    Sono abbastanza d’accordo con ciò che dici rispetto a tutto ciò che si può trovare a Berlino, rispetto alla qualità varia e all’accessibilità, e a come le due cose si siano influenzate.
    Sono stata viziata da anni di performing art italiana di alta qualità (sarà, banalmente, anche il disagio e la difficoltà che viviamo a rendere il teatro di ricerca così interessante e di alto livello). In Germania e a Berlino ho visto certe cose belle, altre di un’ingenuità tale che mai si sarebbero viste in un festival italiano, e questo mi ha lasciata perplessa. Questo, unito alla celebrazione esterofila della città in cui “è facile fare arte” (si, ok, ma ci vivi?).

    Sono una snob, viziata da tanto teatro off italiano bello e snob, leccato e perfetto, anche quando è punk e anarchico. Un po’ paradossale. Ma forse questo parziale allontanamento mi aiuterà a de-snobizzarmi (altra contraddizione: apprezzo molto l’informalità degli spazi che ho visto in Germania e che inizio a vedere in qualche festival ibrido in Italia).

    Ah, comunque, sono di Cagliari. Ovviamente è Italia a tutti gli effetti (anche se la geografia pesa), ma è davvero un universo culturale a sé -_-

    1. [Intendevo che, dato che trovo il fatto di giustificare il proprio fallimento sulla base di una gerarchia un po’ ingenuo e a volte irritante, mi è sembrato di cogliere una spietata verità nel tuo “è questo che porta al silenzio” e mi sono chiesta se non fosse adatto alla mia situazione: sto rinunciando al teatro perché mi sento incompresa e esclusa dall’élite che “comanda”. (Ok, a rileggerlo do l’impressione di avere una gran coda di paglia! e forse ho pure frainteso) ]
      Se ci sono code di paglia, non sta a me vederle. Sta a me ringraziarti per avermi aiutata a capire 🙂

      Circa l’alta qualità ma i risicati spazi (materiali e non) VS l’abbassamento della qualità dovuto a un ampliamento delle possibilità di espressione…
      Ovviamente, finché si ha un filtro che dall’alto fa il suo dovere, si ha una selezione dei prodotti. Avveniva per i libri, immagino avvenga per tutto. La mia domanda è: ma a che prezzo?
      Il prezzo dell’ampliamento della possibilità dell’espressione è che ci si ritrova con una piramide la cui base viene allargata enormemente, e ciò a discapito della media della qualità. Quel che ci si guadagna è il poter accedere a opere che il filtro di prima non avrebbe mai fatto passare – perché non fruttuose come prodotti commerciali, perché non capite (o non volute capire) dalla critica, etc etc…
      Il prezzo del filtro per me è questo: vedersi serviti menù scelti da qualcun altro. Una minor scelta. Certo, ci si guadagna in tempo, ma non in qualità, nel senso che: i prodotti di qualità ci sono sempre, anzi, più la piramide si allarga, più ce ne sono (è matematica), solo che è più difficile trovarli, perché per trovarli ci vuole più tempo.
      Il mio timore, semmai, è che la nuova media (di qualità inferiore) possa settare gli standard per i prodotti futuri, andando per il ribasso.

      1. [Circa l’alta qualità ma i risicati spazi (materiali e non) VS l’abbassamento della qualità dovuto a un ampliamento delle possibilità di espressione…
        Ovviamente, finché si ha un filtro che dall’alto fa il suo dovere, si ha una selezione dei prodotti. Avveniva per i libri, immagino avvenga per tutto.]

        Indubbiamente avviene anche per l’arte performativa (unico mercato che posso dire di conoscere e del quale posso parlare). Ma questo accade anche nel cosiddetto teatro “off”, anche se l’espressione in realtà è poco usata nel panorama italiano: si preferisce continuare a distinguere, con mille virgolette, imbarazzi e giri di parole, tra teatro di ricerca e teatro istituzionale. E forse sta anche qui il punto: in paesi come la Germania, o in UK, questa distinzione non è così presente: quel teatro di ricerca che in Italia fatica a trovare un riconoscimento anche dopo anni e anni di attività, lì entra con più facilità negli spazi istituzionali.
        Da qui, forse, il mio storcere il naso per il teatro “off” che ho visto in Germania: paragonato a quello che è per me la ricerca italiana (gente che lo fa da 30 anni, o anche gente più giovane, che però continuamente si confronta e si rifà a questi modelli “finti giovani”, che altrove sono riconosciuti ufficialmente come maestri) è spesso naif, perché, appunto, senza dei filtri dall’alto (è off sul serio, insomma!).
        Tutto ciò che i festival “minori” in Italia fanno passare come il non commerciale, l’indipendente (siamo vittime di un sistema che per anni e anni si è retto solo sui fondi pubblici) è in realtà già filtrato, già di alta qualità, supportato da una critica militante e un po’ elitaria (laddove elitario sta non per “grosso e potente” ma come “super nicchia”).
        Forse hai ragione, vale la pena di sacrificare un po’ di qualità per vedere fin dove si possono spingere i veri indipendenti, per vedere qualcosa in più dei soliti nomi, anche se di ricerca.
        E ho comunque un conflitto: il medesimo timore che la nuova media abbassi gli standard qualitativi futuri in contrasto con la voglia (e la necessità) di allargare la base (poi, rispetto al “vivere d’arte”, sto inziando a mettermi l’anima in pace – non solo per quanto riguarda me stessa).

        Ah, durante tutto maggio, se lo fanno anche quest’anno, c’è il Month of Performance Art: un buon esempio di ciò che può essere la scena berlinese, tra hipsterìa e ingenuità da centro sociale, passando per creazioni geniali e artisti bravissimi. Con molti appuntamenti gratuiti 😉

        1. Direi che siamo giunte allo stesso dilemma partendo dai lati opposti.

          Pare che qui la Hypsteria sia un elemento immancabile.
          Facciamo così: se ti andrà, mi segnalerai delle date gratuite a cui tu andresti. Io non ho le basi necessarie per discriminare e scegliere. Introducimi all’ambito 🙂

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