Di sogni ed errare.

Nell’ultimo sogno il corpo che abbracciavo era solido e in sé, pieno, saldo abbastanza da saper restituire l’abbraccio.
Lo prendo come un buon segno.

 

Ogni tanto osservo foto su foto di leggiadre fanciulle coeve che fanno del fotografarsi un’arte, e dell’arte il fotografarsi. Sono leggere, cercano l’impalpabilità, ma al contempo reclamano il riconoscimento della propria carne. Godo più della malinconia che ciò mi suggerisce che del sembiante in sé – strano, vero? O forse non tanto. Forse sono i due lati della medaglia. Forse il sembiante ormai è diventato quello: la ricerca di un se stesso ideale.

 

Oggi ho trascritto una recensione negativa e ne ho scritta una, negativa anch’essa, ex novo. Non mi piace scrivere recensioni negative. Non mi piace per lo sforzo che devo attuare per non scivolare nei pensieri del mio intestino, e volteggiare invece a una maggiore distanza. Per correttezza, forse, o forse solo perché al momento concepisco una bellezza che è grazia, e una grazia che è distanza dall’imbruttirsi, e una bruttezza che deriva dallo scontento.
Forse forse forse.

 

Il processo di mappatura delle mie geografie oniriche ha preso il via tempo fa, e continua.
Sogno spizzichi di luoghi che avevo sepolto in epoche passate. Alcuni li ricordo al risveglio, altri no. Ogni volta che ne realizzo uno realizzo al contempo quanto siano potenzialmente infiniti, ma sopratutto come si partoriscano a vicenda. C’è, ad esempio, l’ala laterale non più vissuta di una villa, che ho realizzato essere il residuo di quello che – eoni onirici fa – era un monastero. Che aspettativa ho seppellito lì, eoni onirici fa?
Sogno strutture colossali, e colossale è il tempo nel mondo dei sogni. Tornare infante mentre riscopro un’architettura rimossa mi rende al contempo neonata e pluricentenaria, perché solo lo sguardo della seconda fa rinascere la prima.
Non sapendo che cosa, in questo periodo, io debba o voglia cercare (ma avendo una vaga-precisa idea di quello che per un po’ non devo visitare), mi limito a errare. Quanto amo questo termine. Quanto amo l’apertura che dona agli errori. Quanto amo.

 

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5 comments

        1. Forse…. anche se ti vedo più assorta (sempre vicino alle anatre, mentre gli lanci molliche) con lo sguardo perso un pò nel vuoto davanti, un mozzico di sigaretta a lato bocca, mentre cerchi di spiegare un concetto quantito a qualcuno

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