Durchbruch

Cedevolezza.
Non è la parola giusta. Non lo è mai.
Mi sovviene solo nei momenti intensi, che nella mia vita da scimmia corrispondono al sesso e all’alcol. E così provo tentativi mentre ti scopo o adesso, con un po’ di alcol in corpo.
Cedevolezza, mi è sovvenuto, ma è solo un lato del prisma che descrive quel nonsoché che tanto mi sa far sciogliere.
Ogni volta sovvengono parole diverse, quando sono con te. Cedevolezza, forse, e… quali altre? Non le ricordo, ora, mentre questa s’imprime sulle altre.
È quel nonsoché che ti ha sotto o sopra di me (statisticamente più sotto, diciamocelo) mentre il tuo essere si scioglie suo nonostante, e io me ne abbevero come una brutta e ingrata bestia a cui viene rivelata la sua santità.
Cedevolezza, dice stasera.
Ma forse quel termine che cerco e non trovo non esiste, semplicemente, in nessuna lingua che io conosca.

Osservo la sagoma del mio corpo in una vetrina nel riflesso di una notte illuminata.
Larghe le spalle, larghi i fianchi.
Nodose le spalle, morbidi i fianchi.
Vorrei dire alla Me diciottenne che si può. Eccomi qui, mia amata. Più o meno come mi avresti voluto, inclusa la nota dissonante che tanto ami. Oggi essa prende forma nel fisico un po’ abbandonato a se stesso che mi ritrovo. Usali quei muscoli, quelle fibre. Sono un ramo nodoso pronto a irrigidirsi quando serve.
Mi piace irrigidirmi sulla tua cedevolezza – ma ancor più farmi sciogliere da questa.

Ho parlato a Ghi di una parte di me come de La Bestia. Lo so che è naïve, lo so che è tardo-adolescenziale di adolescenza ottusa (che in non rari individui perdura fino alla morte), ma dare un nome a una cosa è un inizio.
All’inizio, la Bestia era ciò che era oltre al Cane.
Al Cane ho dato nome Cerbero su improvvisazione: Cerbero è a guardia del mio subconscio, cane idrofobo pronto a sbranarmi non appena apro la porta di quei recessi.
So che dovrei andare lì e risollevare questioni seppellite troppo in fretta.
Lo scotto da pagare è il braccio che mi trema mentre parlo al telefono con te, la mia voglia di divorarti.
Ma non si può pianificare uno scontro se non si conosce la grandezza del nemico, suppongo. Chiamiamolo nemico, considerando ogni nemico un sacro amico. Permango nella fase della strategia perché, ancora per un po’, mi sento accampata in un territorio sicuro. Non è esattamente casa mia, ma non è neanche altrui. E così permango, pianificando l’impianificabile.
Piangerei, se mi ricordassi come farlo.
Non che io non ne sia in grado, intendiamoci. Piango per film visti, musica conosciuta, sentimenti già digeriti.
Ma non riesco a piangere per questo. Per questo conosciuto sconosciuto. La Bestia, o qualunque cosa sia. Non riesco a piangere, gioire, morire e rinascere come essa vorrebbe. E’ che non so se l’ultimo punto sia incluso nel pacchetto. E’ che non so – peggio ancora – come sia sopravvivere a tutto ciò.

Guardo il muro e vi vedo la traccia di una falena graffiata. Sconosciuta è la falena, conosciuto il graffio dei gatti con cui vivo.
Mi ricorda macchie di cera di un muro di questa casa anni fa. Era un capodanno, allora, evento che evidentemente prendevo abbastanza sul serio da significarlo.
Ho evocato me stessa, allora.
Una Me stessa in parte sconosciuta che volevo conoscere.
Ero più giovane, allora, e dei giovani occidentali avevo la proprietà di sapersi splendidamente sacrificabile.
Mi sono sacrificata, ed eccomi qui.
E’ questo, in un certo senso, il problema.
Che si sopravvive, ma non sai come.

Le canzoni con cui ti evoco parlano di essere a casa e avere ali.
In una soffro della tua distanza – ed eccoti, invece, qui – nell’altra ti chiedo di portarmi a casa tua – in cui non sono mai stata.
Siete due persone diverse, ma eccomi qui, unica e comunque, inesorabilmente, spezzettata. E vivo, paradossalmente, ogni parte al contempo. Convivo con me stessa. Siete le scale per salire nella soffitta in cui ho stipato me stessa prima di nascere.

Bevo Redbull per tenermi sveglia, per tenere sveglia la parte più testa di cazzo di me. Quella impulsiva, violenta – quella paradossale, ridicola. E’ la piccola sacra scimmia che tutelo, quella che ricorda la verità quando io la dimentico, quella che suona incessantemente piatti che voglio ignorare.
E’ quello con cui potrei essere seppellita, se fossi qualcun altro. La croce che mi farebbe svanire, la maledizione per sotterrarmi.
E’, nel mio caso, ciò che mi tiene qui quando tutto il resto preme.

Preferisco, ancora, spaccarmi i denti stringendoli.
Finché stringo, forte forte, anche se mi dolgono i muscoli e mi trema il braccio, posso avervi qui.
A ognuno, in fondo, la sua piccola rinuncia.
Ma non ho ancora capito quale bestia io stia pascendo.
Non che importi. L’altro piatto della bilancia pesa così splendidamente che va bene così, ora, perché il presente mi riempie. Con quella sua capacità di rendermi, in un modo che non comprendo, assetata e felice di esserlo.

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