Hey Bu

Ho conosciuto Bu in un lurido ostello inglese.
L’ostello era uno di quelli con scale strette e cigolanti, moquette umida e puzzolente e lenzuola assottigliate e indurite dai troppi mali lavaggi. Un ostello inglese, insomma. Camerate come rifugi di fortuna per gruppi di studenti in cerca di un alloggio in una città con pochi e cari appartamenti. La sera tutti al pub sottostante, dove ritrovi l’esatta atmosfera che ti sei immaginata mentre leggevi della working class di Liverpool di inizio Novecento. Tutto ha un suo fascino. Certe situazioni di precarietà, ad esempio, creano legami atipici e meravigliosi.
Ci siamo conosciuti perché eravamo entrambi con i piedi ammollo in quella precarietà. Ho conosciuto lui come ho conosciuto Ben come ho conosciuto Ma. L’italiana, il turco, il francese, la spagnola. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma no: era l’inizio di un piccolo e coeso gruppo di fortuna con cui socializzi davanti a una birra (e due… e tre…), consolandoti a vicenda. Hai trovato un alloggio? No, troppo caro. No, troppo piccolo. No, troppo lontano. Ma tanto, vedrai, ce la faremo.

(E ho la solita punta di mal di testa, e avrei voluto e dovuto sdraiarmi sul letto a leggere finché sonno non ci colga, ma questa non voglio lasciarla svanire così. Non di nuovo.)

Bu era un bel ragazzo, e non in senso oggettivo.
In senso oggettivo immagino lo fosse, con la sua somiglianza con Kabir Bedi. Bu era un bel ragazzo nel senso che mi sono trovata a pensarlo, nonostante il prototipo Kabir Bedi mi faccia sentire come una lesbica felice di non dover toccare gli uomini, se tutti gli uomini sono così. Ma l’ho pensato, in ostello o forse in discoteca dove a turno minacciavamo vanamente al telefono un tizio di ridarci la borsa rubata all’amica, guardando il suo sorriso carismatico, il suo modo di muoversi carismatico, il suo essere una di quelle persone che sanno ravvivare un’atmosfera. Nonostante fosse chiassoso come un turco, come cliché vuole, e quel chiasso poco mi piaccia, in lui era coniugato a una strana gentilezza nei modi, ben lontana dalle smancerie e dall’etichetta.
Bu sembrava l’amico che vuoi avere, tra gli altri, perché diffonde allegria e fiducia senza aver bisogno di chiedere nulla in cambio. Comunica forza senza aver bisogno di schiacciare il prossimo. Comunica gentilezza di cuore senza nausearti.
Mi è spiaciuto, quando è cominciata l’università, essere così tanto impegnata ed essere quello che sono: una persona che antepone gli obiettivi che si è data alle piacevoli serate in compagnia di amici. Mi è spiaciuto tanto. In un qualsiasi giorno, da quando l’ho conosciuto, avrei avuto piacere – un piacere sincero, da sorriso che ti scalda lo stomaco – nel rivederlo.

Nelle ultime foto gli occhi di Bu sono sottili, due fessure tra le palpebre e le borse. Ha lo sguardo stordito e stanco, a volte ingenuamente sollevato, della persona che si è appena svegliata da una nottata di abuso di stupefacenti. E’ stata una sua scelta, ha esagerato, ma anche quella è stata una sua scelta. Andando a ritroso, anche l’avere una vita che prevede certi risvegli è stata una sua scelta. Eppure, nel suo sguardo ancora confuso, c’è una punta di perplessità. Come se si fosse perso qualcosa, nel corso della nottata, ma già avesse perso la speranza di poterla recuperare.
Nelle ultime foto Bu indossa una divisa militare.
È inutile cercare correlazioni, farne causalità, dedurre, persino addurre ipotesi. Conosco poco Bu, per nulla l’esercito di cui fa parte. Non so come sia, tanto meno che cosa possa essere negli occhi di un Bu e quindi perché abbia scelto di indossare la divisa con fierezza e ostinazione. L’ostinazione è quella che gli tiene aperti gli occhi stanchi e un sorriso che non gli avevo mai visto. Della fierezza so ancor meno. Magari è stremato (e chissà da che cosa), magari è la maschera che preferisce indossare per la lunga occasione. Magari è creta molle che modellerà splendidamente nel corso degli anni, e che solo indossando quella divisa potrà far divenire la bellissima scultura che ha in mente. Chissà.
Per quanto mi riguarda, in quelle foto, Bu potrebbe indossare una divisa di McDonald’s e poco cambierebbe. A farmi aggrottare la fronte, assottigliare gli occhi, è l’espressione perplessa del tossico che sta male e non sa se sia del tutto una sua scelta: non lo ricorda e sa per esperienza che non può ricordarlo. A farmi aggrottare la fronte e assottigliare gli occhi è il profilo squadrato che la sua testa da Kabir Bedi ha preso. I volti sono creature vive e in movimento, motivo che rende irriconoscibili i morti. Il suo, di volto, è mutato con le espressioni che lo modellano. Niente più baffi né basette sulla mascella che è ceduta, e non perché sia ingrassato, anzi: le guance si sono scavate, ma gli zigomi si sono gonfiati, donandogli l’assurda espressione di un bambino demente quando sorride. Il sorriso, anziché incidergli quelle fossette attira-ragazze, tira sui lati, scavando le voragini di malcontento che alcuni vecchi si portano nella tomba. La gentilezza è rimasta, ma sembra costernata.

Oggi è il compleanno di Bu, e gli ho fatto gli auguri. Una mera scusa, ovviamente. Voglio lasciarmi aperta la possibilità – con questo atto simbolico – di vedere come sarà la sua faccia fra altri tre anni. E poi tre ancora. E ancora tre. Come una birra che tira l’altra.

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