Crash test.

Oggi sono stata sbattuta fuori dalla vita di una persona che dalla sua vita mi aveva già esclusa. Fa sentire come essere giudicati dopo essere già stati sbattuti all’inferno.
Ma questo è solo un incipit d’impatto atto a esorcizzare. Come lexotan per sedarsi e non essere intralciati da impulsi soverchianti mentre si rielaborano i propri pensieri.
(No, non uso lexotan: mi piacciono le sfide. E poi ormai è troppo di moda, e io tengo al mio essere radical chic.)

 

Avrei potuto cominciare con un incipit meno d’impatto e più radical chic:
Questi giorni sono (stati) una reductio ad absurdum che si è realizzata. La prossima volta che qualcuno mi dirà di smetterla con le dimostrazioni per assurdo, dirò loro che l’assurdo è dietro l’angolo. Life is stranger than fiction. Bla bla bla.
Sapete a che servono le dimostrazioni per assurdo? A giungere ai minimi termini – quei fondamentali termini con cui costruire equazioni per ogni situazione, sì che si possa sempre disporre di un utile kit per prendere una scelta. Non importa dove, come, con chi sei: con il tuo utile kit, mio caro McGyver, potrai costruire qualsiasi cosa con quel che ti trovi sottomano.
Ma non l’avevo ancora completato, il mio nuovo kit. E’ un periodo così, di rimescolamento, tipo quando si fa la valigia per il viaggio di nozze (o così mi hanno detto): qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio. Poi, quando sei in viaggio in luoghi sconosciuti, non ricordi più se avessi portato la piastra per i capelli e, se non l’hai portata, con cosa l’hai sostituita per questa nuova Te?

 

Questi sono i giorni degli scontri titanici tra etica (in ricostruzione) e pressante immanenza. Sarebbe facile, se l’etica fosse salda e non in transizione. O se l’immanenza arrivasse con esigenze meno in contraddizione con l’etica.
Il risultato è un piccolo caos tentennante. Piccolo. Ma per chi sacrifica tante cose sull’altare dell’etica è immenso. Nessuno sconto è abbastanza per un prodotto difettato, se il difetto compromette l’intero sistema. E’ veramente così? Non lo so e non lo posso sapere adesso. Ho gettato il seme e raccoglierò i frutti in futuro. Ora disorientamento e frustrazione. E mal di testa.

 

Non fraintendetemi: non confondete “etica” con “agire per realizzare il bene altrui (tuo, proprio tuo di singolo, persona che leggi)” o, variante degli ultimi giorni, “non ferire il prossimo (tu, proprio tu, persona che leggi)”. Ho ferito il prossimo a me caro per tutelare la mia etica, che altro non dovrebbe essere che un mero mezzo per trovare una configurazione che ottimizzi il rapporto tra me e la società – nel piccolo e nel grande. Non il singolo prossimo a cui tengo o che odio (sentimento raro, in me) nell’immanenza, ma il prossimo generico. L’essere umano. Il Mensch che non puoi valutare e giudicare e che potrebbe essere chiunque, te stessa inclusa. Quello che non puoi (non vuoi) rendere un Altro da te.
Ma poi arriva una reductio ad absurdum e tu ti trovi nella paradossale situazione di far penare uno specifico prossimo per mantenere quell’etica che dovrebbe renderti ottimale per il prossimo in generale senza dover rinunciare a ciò che tieni in te.
Grazie, vita.
D’altro canto tale situazione mi ha rimesso in bocca un prendere la vita con filosofia che mi mancava.
Che cosa non puoi dissacrare, quando prima di tutto dissacri te stessa?

 

Ho iniziato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista, poi aggiornato in pubblica confessione catara. Perché dietro il mio giudicante dito puntato non potessi nascondere i miei peccatucci passati, neanche e soprattutto a me stessa.
E immagino, ora, che queste righe rientreranno sotto quelle che rileggerò, se mai le rileggerò, con una punta di imbarazzo.
Ma tu guarda, guarda un po’, che grottesca creaturina che tanto inutilmente si dibatte.

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