Birra e fatalità

Adesso ci vorrebbe una birra.
Ma non una birra qualsiasi: la Birrità fatta bevanda. Peccato essere post-moderni, con tutta la faccenda della caduta tra il legame tra significato e significante, idee platoniche e loro manifestazioni, come in cielo così in terra e dacci la nostra birra quotidiana.
Niente Birrità. E neanche una birra in casa, a dirla tutta.
Ho passato la prima parte della giornata a preparare un’e-mail di cinque pagine per poi scoprire che non avrei potuto mandarla perché la persona a cui avrei voluto spedirla mi aveva (già) bloccata. Ammetto il peccato: una piccola percentuale di me ha tirato un sospiro di sollievo. Almeno non avrei dovuto finirla e, soprattutto, rifinirla. E’ un casino quando si cerca la giusta parola, la giusta costruzione, il giusto concetto, la giusta prospettiva, e bla bla bla… quando si vuole scrivere con discrezione, e non nel senso di “celando lo scandaloso”. Ci avrei messo ore e ore, forse giorni, a finire quell’e-mail. Per questo mi sono detta: Magari è il caso di avvisare la persona del fatto che ho ricevuto il messaggio e proprio perché l’ho letto ci metterò un po’ a rispondere. E’ così che ho realizzato di essere già stata bloccata.
Ora, tolto il piccolo colpevole sollievo, rimane il resto, e non so esattamente di che cosa sia composto, questo resto. Amarezza? Sicuro. Dispiacere? Certo. Che altro? Quale altra cosa che ha continuato a sbattermi la testa contro un muro?
Ma questa è stata la metà facile della giornata. Quella in cui non avevo altro compito che quello di organizzare il mio complesso pensiero su una faccenda delicata. Poi è arrivato il vero divertimento.

Sono viziata, sapete?
Sono viziata dall’essere (stata) cresciuta a colpi di retorica e castelli di ragionamenti e costruire e decostruire sistemi. Poco concepisco l’essere troppo stanchi per continuare un ragionamento. Che ci vorrà mai, a continuare un ragionamento?
Ma poi arriva la vita che, per fortuna, te la mette in culo. Con vaselina, perché in fondo ti vuole bene. Abbiamo sempre quello che vogliamo, e io mai ho negato di apprezzare persone con cui poter fare lunghi e complessi e fini e whatever ragionamenti. Et voilà, esordì Ms Vita.
Verso metà pomeriggio ero a pezzi. Svuotata. Tipo quando la gente mi dice che è troppo stanca adesso per continuare il ragionamento. Non che io stessi neanche propriamente ragionando. Ero più alla fase preliminare: raccoglievo dati. E qui e lì, quando ne avevo abbastanza per osare un’ipotesi, ragionavo. O almeno ci provavo.
Ed è stato così, a fiato corto mentre con fatica ragionavo, che ho realizzato di essere viziata. E di essere un po’ manipolatrice – ma lo sapevo già. Sono tutte congetture, ovviamente, come il mio congetturare che molti discorsi in passato mi siano risultati poco impegnativi perché, quando in penuria di energie, passo dal “confrontiamoci” al “ora ti conduco qui, nel territorio che io conosco, dove già conosco tutto e ogni azione è compiuta in assenza di gravità”. Ma oggi non mi è riuscito. Oggi come altre volte con la stessa persona, beninteso, semplicemente oggi l’ho realizzato, osservandomi stanca come dopo ore e ore di studio indefesso a pieno regime.
Ora, non so bene se non mi sia riuscito a livello inconscio o se incosciamente io non abbia voluto che mi riuscisse, ma non conto sul fatto di poterlo scoprire a breve.
Birra, dicevo.
Birra, birra, birra.

In assenza di birra, bevo latte.
Non c’entra un cazzo, ma in questo post-moderno arbitrario mondo una cosa vale l’altra, simbolicamente.
Bevo latte e penso ai punti comuni dei due eventi della giornata, che di per sé in comune hanno obiettivamente una sola cosa: me. Persone che non si conoscono, che probabilmente mai si conoscerebbero, che se si incontrassero si liquiderebbe a vicenda nel tempo di un battito di ciglia.
Liquidata l’obiettività, c’è l’altra cosa in comune: la strutturale presenza del male – un male relativo, assolutamente soggettivo, anche quando a gran voce reputato oggettivo. Una fatalità. La solita, vecchia e fottuta, teodicea.
E’ quella fatalità, semplice e ineludibile e da tutti intuibile, che è tanto chiara nel dire che nella vita si muore. Non c’è vita senza morte. Stronzate del genere. E mi consolo, vagamente, dicendomi che quanto più si vuole avere, quanto più ampio – semanticamente, concettualmente, come esperienza di vita – è quello che si vuole, tanto più si sbatterà la fronte contro quella fatalità. O forse no – mi dico consolandomi all’inverso – forse è solo un caso. ‘Fanculo il “come in piccolo così in grande”. Pura casualità, altro che causalità. E sarebbe bello, perché significherebbe un’unica meravigliosa cosa:
E’ possibile.

Vorrei una birra, o del latte, e una capanna a me deputata. Il mio nome all’entrata, e venga chi ha bisogno di uscire dalla propria norma – che sia quella comune alla società, che sia quella di una sottosocietà che, paradosso non-paradosso, contraddice quella a cui in teoria appartiene. Vorrei – oh moderno anelito – dare un senso al mio funzionare così bene come eccezione. Come presenza dell’assenza. Una capanna, ho detto, di fango e paglia, ben lontana da marmorei altari. Una capanna che si disfi e marcisca come io mi disferò e marcirò – disfo e marcisco ogni giorno della vita, perché altrimenti vita non sarebbe. Che si disfi e marcisca non appena io abbia l’arroganza di pontificarci sopra pretese, di usarla come muro dietro cui ripararmi, di cancello con cui darmi importanza. Di darmi un senso, insomma, che vada oltre a quello che ho nuda.

Guardo Måns Zelmerlöw cantare il pezzo con cui ha vinto l’Eurovision sorridente ed entusiasta in quel modo, assoluto, che ho visto in – benvenuta, retorica – “pazzi e profeti”, e vorrei mangiarglielo. Senza acrimonia. Me lo mangerei come Jean-Baptiste Grenouille è stato divorato al termine de Il profumo, con delirante amore, ma in solitaria.
Vorrei avere grazia nel bene e nel male, in salute e in malattia. Vorrei saperla spandere in chi amo senza che essa subisca le ripercussioni della mia confusione, anziché scrivere cinque pagine sconnesse o balbettare inconcludente al telefono. Ostracizzata e auto-rallentata, in entrambi i casi, dal timore (terrore) di portare bruttezza. Di rompere – rompere-rompere-rompere.
Paradossale che io sia riuscita ad accettare di rompere una creatura che pochi giudicherebbero pericolosa e che io non riesca a farlo con una creatura che a pochi verrebbe voglia di proteggere. Non è paradossale per un cazzo, in realtà, ma mi isola. Mi isola come mi isolerebbe cominciare a pensare in coreano (come, in un certo senso, mi hanno isolato inglese e tedesco): per esprimermi devo tradurre, e traducendo si perde sempre qualcosa – quando va bene. Quando non va bene, nascono i fraintendimenti, che fraintendimenti non sono – i fraintendimenti non esistono – ma diverse interpretazione della stessa sequenza arbitraria di lettere, parole, frasi, concetti espressi.

Ho cominciato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista. Poi, re-interpretato, da catara confessione pubblica. Il senso è sempre lo stesso: abituarsi a dover rendere conto a se stessi. Anche della malagrazia. Perché io non possa, domani, accusare il prossimo di un atto senza appello e a occhi e orecchie serrati senza che il prossimo possa, volendo, ritorcermi contro quel che sono stata.

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