Polpastrelli sulla carne nuda

Drain the whole sea
Get something shiny
Something meaty for the main course
That’s a fine-looking high horse
What you got in the stable?
We’ve a lot of starving faithful
Quello che mi annienta della dinamica vittima & carnefice non è la più ingiusta sofferenza della più giusta vittima, né tantomeno l’arbitrarietà che a prima occhiata non-giustifica l’azione del carnefice.
No, ad annientarmi è che vi sia una necessaria, strutturalmente necessaria, dialettica tra le due parti.
E che non si possa parlare senza avere una lingua comune.
Ogni colpo che porti, ogni colpo che ricevi, è la stessa parola appresa in due modi diversi.
E’ difficile essere sadici con una pianta. Non impossibile, ma più difficile.

Siedo sul balcone a fumare, il posacenere accanto a me per accogliere cenere e foglie secche. Ci sono piante, sul mio balcone, da qualche tempo. Tutto è nato da una cipolla di nome Nietzsche, che ora svetta con i suoi tre fiori pronti a sbocciare. Poi sono arrivate le altre – una conifera (non so quale), erba gatta, melissa, rosmarino, due piante raccolte per strada come animali abbandonati, che nella poca terra continuamente scossa dal vento hanno piantato radici.
Siedo sul balcone a fumare e stacco foglie secche. Lo faccio con cura: le stringo tra indice e pollice e tiro appena. Se la foglia si stacca, bene. Se fa resistenza, pospongo – la maggior parte delle volte.
Non è una forma di misericordia. Brutta parola, misericordia. La chiamerei com-passione, se potessi dimostrarmi che si può empatizzare con una pianta. La chiamo “osservazione” e basta. E deduzione. Perché se non posso cogliere certe sfumature anche nella più piccola e silenziosa pianta, allora ho poca speranza di cogliere alcunché. Non sarei qui – davanti al computer per la necessità di sputar fuori quel che posso sputar fuori – se non fosse possibile cogliere nel piccolo e prossimo ciò che è grande e distante. Inutile, mi dico, cercare di pormi dinnanzi a metafore meno metaforiche, a similitudini più simili, solo per dare più credibilità alle mie conclusioni. Basti la pianta. Basti la foglia che oppone o non oppone resistenza, e la mia scelta di strattonare o non strattonare. Quel che conta non è se tiro o se non tiro, ma che io lo faccia dando ogni attenzione all’atto – beh, ogni attenzione meno quella richiesta dal sacro gesto di aspirare fumo. Lontana da me, perfezione.

Torchia tornò nella natia Venezia con una sola maledizione: l’incapacità di prescindere dalla propria consapevolezza. C’era la Guerra dei Trent’Anni, allora, che infuriava in Germania e bla bla bla. Torchia tornava da quel bla bla bla in una Venezia in cui quella sua consapevolezza, che era riuscita a soppiantargli in parte l’anima, altro non era che un bla bla bla. Basta questo a renderlo un reietto ai propri occhi.
Non sono stata in nessuna Guerra dei Trent’Anni. Proprio nessuna. Neanche per sbaglio, metafora o similitudine. Non mi sono neanche mai rotta un osso – e ci tengo a sottolinearlo ogni volta, come una sorta di marchio al contrario: per ricordare a me stessa e agli altri quanto sono fortunata. Sono il campione dei nostri privilegi. Ho vissuto per anni con la tentazione di spaccarmene qualcuno per sentirmi più vicina a quel mondo che, statisticamente, di ossa rotte ne ha un bel po’. Ho travasato questa tentazione in Torchia e ho spedito lui in guerra, seduta scomoda sulla mia comoda poltrona, per poi osservare che cosa sarebbe accaduto.
Che cosa accadrebbe se…?
Chimica introspettiva. Per quella mia certa tendenza a vivere morbosamente il melodramma, gli ho dato un malus: l’ho reso ancor più incapace di quanto temevo di essere io stessa. L’ho reso un principino dalle unghie fragili, un fiore dalla vita breve – come quelli che, sul mio balcone, non resistono al vento gelido – e poi, sadomasochista, l’ho fatto sopravvivere. Facile cancellare le proprie brutture. Facile ricominciare da capo. Ma no, Torchia mi serviva vivo e sfregiato di ritorno alla natia Venezia.
Che cosa accadrebbe se…?
Non sono Torchia.
Non posso sapere che cosa io sia – la prova del fuoco della Guerra dei Trent’Anni l’ha fatta lui, non io – ma so di non essere Torchia.
E oggi so che forse Torchia avrebbe potuto essere tutt’altra cosa – non, ad esempio, lo psicopatico in cerca di remissione e annientamento che è divenuto. Oggi so che scarnificare un individuo non lo rende necessariamente più vero, ma solo più scarnificato. Ben venga per chi vuole conoscerlo nei dettagli, per chi ama ripassare in punta di polpastrelli l’anatomia umana; ben venga per costoro – da cui posso tutt’altro che escludermi. Ma non sono più così certa che la scarnificazione abbia il magico potere di rendere più vera e pura una persona. Non per la persona stessa.
Non te lo augurerei più, Torchia – ma ormai il danno è fatto, e c’est la vie.

Ma se fossi Torchia – se avessi avuto la mia Guerra dei Trent’Anni – ora mi sarebbe più semplice sputare su questo blog. Per quel non-so-che, sapete, che fa sì che ci si senta meno stupidi a parlare di sensazioni che derivano da situazioni che si conoscono nell’immanente materialità. Mi sento invece una sacca di riflessioni e sentori per procura. Auto-procura, suppongo. Se fossi Torchia, che nacque voyeur, me la sarei auto-procurata con quel morboso gusto con cui ci si prendono tragedie altrui sulle spalle. Come cercarsi la sifilide per poter dire che si è gran scopatori. Sarà pure un problemaccio fastidioso, ma vuoi mettere…? C’è chi si spacca l’osso del collo per vanti ben minori.
Ma non sono (più) Torchia: la procura è una conseguenza, non una causa. La causa è sacra e importante abbastanza per farmi ritrovare qui, oggi, a sputare sul blog quel che riesco a sputare. Ci avrei creduto, quando aprii questo blog a mo’ di diario pietistico, che mi sarei ritrovata a scrivere ermeticamente?
Ti amodio, vita, perché non mi fai mai annoiare.
Guarda a questa situazione, ad esempio, di una post-modernità esemplare. Dicono che per noi post-moderni il mondo abbia perso senso per troppa consapevolezza della relatività. Io me ne sto qui, comoda sulla mia comoda poltrona, a sputacchiare rimuginate parole con la consapevolezza che nel mondo esistono vite così tanto diverse dalla mia che, se dovessi trovarmi a viverle, probabilmente non le riconoscerei neanche come tali. E allora che cosa esiste, vita, se nulla è certo?
E fin qui tutto facile.
Ma siamo arrivati al post-modernismo 2.0. Quelle consapevolezze che prima erano ipotetiche – non perciò meno vere, per carità – si fanno ora tangibili come odori.
Cammino per il corridoio di casa – che conosco e conosco e conosco – e la consapevolezza di un altro mondo non si stacca dalle mie caviglie. Dalle mie cosce. Dalle mie viscere.
E mi basta una canzone, a volte – una canzone che non c’entra un cazzo, ovviamente, se non nella mia testa – per ripiombare lì, in quel modo di percepire il mondo. Che amo, e non per procura. Perché i polpastrelli sullo scorticato li ho passati, ed è esattamente come passare i polpastrelli su un qualsiasi brano di carne amata: mentre accarezzi causando brividi, i brividi attraversano te. Stupendi autogol.
E fin qui tutto facile.
Ma poi mi trovo a camminare per il conosciuto corridoio portandomi appresso sensazioni che non ritrovo attorno a me. Le vorrei ritrovare, ovviamente, per dialogare. Per comunicare. Ma mi sento come se avessi vissuto per un anno in Finlandia (un anno riassunto in pochissimi, intensissimi, giorni) e ora mi trovassi qui, unica e sola a parlare questa lingua. Perché altrimenti la si perde, sapete. E sarà pur vero – lo so per esperienza – che basta re-immergersi nel contesto per riportarla a galla ma intanto, cazzo, a quella lingua ci tieni. I termini che hai appreso ti hanno svelato parti di te che non conoscevi e/o non ricordavi (o che conoscevi e ricordavi ma avevi messo da parte perché monadi senza riflessi al di fuori di te – fino a quel momento), e non vuoi smettere di viverle. E così, monade, mi chiudo in me attingendo alla memoria – avrei creduto, io dissacratrice della sacralità del ricordo, che mi sarei trovata a fare ciò, vita? – per mantenere nel presente quella consapevolezza. Non perché sia bello averla in me. Il post-modernismo 2.0 ha trasceso l’asse bello/brutto, piacevole/spiacevole, similmente a come il post-modernismo di prima versione trascende l’asse giusto/ingiusto. La consapevolezza è e basta. Essa è. E in quell’essere c’è una bella fetta di me. Si può vivere senza, certamente. Ma si può vivere anche con tutte le ossa rotte.

E così siedo sul balcone, accendo una sigaretta, stringo una foglia tra indice e pollice e tiro.


(Testo tratto da: Take Me to Church, Hozier)

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