Weltschmerz & l’età dell’innocenza

Tutto è cominciato – ed eccomi a ripeterlo di nuovo, rimasticando lo stesso boccone non del tutto assimilato – quando, nella tarda adolescenza, lessi un risibile saggio sulla storia contemporanea. Potrei dirvi il titolo, ma poco conta. Conta che, in così poche pagine, quel saggio avesse l’ardire di riassumere – udite udite – la storia contemporanea. E ce l’ha fatta, da un certo punto di vista.
Fu allora che scoprii qualche fatto essenziale, scontato e ciò nonostante atterrente. Da quanto poco tempo fosse finito il colonialismo, ad esempio, o la condizione delle aventi vagina nella maggior parte degli stati esistenti. Quel piccolo libro che poco poteva dire mi fece, con qualche numero e qualche commento, intuire l’immensità del restante mondo. Fece una cosa minuscola ed enorme: mi impedì, da quel momento in poi, di pensare alla mia normalità come a La Normalità.
Poi – non so quanto tempo dopo – inciampai in un termine che avrei potuto usare, retrospettivamente, per spiegare quel che provai: Weltschmerz, il “male del mondo”. Anzi, a esser precisi trovai una parola più lunga, che forse era – ricostruisco retrospettivamente – Weltschmerzgefühl, il “sentire il male del mondo”. Quel “male” non è sinonimo di “nemico”, ma qualcosa di più sottile ed espanso. Lo chiamerei “prezzo”, il prezzo da pagare per il bene – ma è difficile costruire discorsi sulla parola “male” quando, come me, non si ha un “male” e un “bene” assoluti, no?
Ma allora mi stavo costruendo come idealista. Se un male c’è, mi dissi, quale esso sia, deve esserci una soluzione, un’azione da compiere per evitarlo, o perlomeno ridurlo. Guardavo alle cosiddette “ingiustizie” nel mondo e m’indignavo, bruciavo dentro, sentivo l’impotenza rodermi gli intestini.
E poi…?
E poi ho continuato a fare quel che faccio sempre: ho analizzato, relativizzato, e al contempo compatito. Mi sono immedesimata nel male e nel bene, scoprendo che quel che percepivo non era poi così differente, di sicuro non abbastanza da renderli distinguibili. Ed essi sono caduti. Caduto il male, cade il bene. Caduto il bene, cade il male. Resta la necessità del momento, e la sua rilettura a posteriori.
Non sto dicendo che io, similmente a molti idealisti divenuti cinici, abbia allora “smesso di combattere” perché tanto alla fine “il male vince sempre”. Quel che ho fatto allora decadere non è la lotta al male, ma il concetto di male stesso. Badate alle sottigliezze, perché sanno fottervi con arte. E badando alle sottigliezze, prestatemi ancora un po’ di iper-attenzione: quel che ho fatto decadere è il concetto di male assoluto, universale, uguale per tutti, non il male soggettivo e soggettivamente esperito, che non abbisogna di rifarsi a concetti universali per manifestarsi come un assoluto nel momento in cui lo si percepisce.
Proprio perché il male assoluto è decaduto ma quello soggettivo è rimasto, non sminuito nella propria potenza, che il Weltschmerz è rimasto in me. E’ rimasto decapitato, ossia senza una testa a cui addossare colpe. E’ divenuto un corpo immenso e ovunque pulsante, e io una delle sue infinite propaggini. Tagliati la testa, rinuncia all’ego, e immergiti nel tutto. C’è bene e male, lì. Se ti ci immergi a occhi sbarrati, li troverai pulsanti in te. Sei il bene altrui, il male altrui. E’ la minuscola onnipotenza dell’essere umano. Uno non è meglio dell’altro, perché uno non esiste senza l’altro. Che tu compia il bene o che tu compia il male, sarai ugualmente responsabile – in bene e in male. Responsabile, non colpevole. Su certe sottigliezze vengono costruite religioni centenarie.

Dovrei, vorrei, trovare un modo di esprimere tutto ciò a I in modo univoco, senza rischio che non lo comprenda appieno. Gli dico: Spoglia l’atto dalla colpa, è solo un atto. Gli direi: Non perdere tempo con i significati aggiunti a posteriori: rinuncia alla colpa. Se riuscissi a esprimerglielo saprei perlomeno che sa che non posso giudicare. Non che non lo giudico, ma che non posso strutturalmente farlo.
Vorrei esprimerglielo di persona. Ripeterglielo, magari, per il gusto e il lusso di perdere tempo. Spoglia l’atto dalla colpa, è solo un atto. Se potessi farlo questo sordo mal di testa scomparirebbe. L’esigenza di sfogare smetterebbe di tartassarmi dall’interno. Sorriderei stanca, spossatezza post-dolore, e riempirei il tempo di cose futili. Domande su inezie. L’equivalente involuto di “Qual è il tuo gusto di gelato preferito?” Lo farei mettere in piedi e giocherei come una bambina cercando di colpirlo e sapendo di poterlo fare (almeno razionalmente), il tutto per poter scoprire i mille modi in cui lo eviterebbe. A ognuno la propria arte. A lui la mia gratitudine perché mi permette di giocare con i risultati della sua. Il lusso di non dare peso alle cose. Proiettili usati per costruire giardini zen. Senza pulirli prima, però. Cade il senso, cade il retaggio. Senza malizia, il male e il bene si riducono a quel che sono: attimi esperiti nel presente.

Mi abituerò a certi pulsanti momenti d’assenza.
Me la sono cavata bene, finora, ad attuare lo stand-by. Se la persona c’è, ne gioisci. Se la persona non c’è, non puoi né gioirne né soffrirne.
Si rassicuri I: me la sto cavando bene anche adesso. Come al solito, su questo blog finisce il peggio: se è finito qui significa che è sfogato, andato, passato. Concentro il tempo in attimi per presentificare lo sfogabile, quasi strategicamente. E’ come leggere l’unica frase volgare di un manualetto di bon ton: viene nominata per essere esclusa.

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