Psicosi & altre utili sindromi autoimmuni

Dovrei essere all’opera con una traduzione, ma la connessione ha deciso che no, adesso no, adesso è meglio se ti dai al blog.
Ci avevo pensato, eh – pensato di riaprire una pagina bianca e lasciare che le parole scorressero – ma non sono più come una volta: ora necessito di un’idea, un tema, un qualcosa da cui partire. E così non è, proprio no. Me ne sto qui, seduta alla scrivania, guardando cose varie ed enormi vorticarmi attorno a una tale velocità da aver in qualche modo cambiato la mia posizione nella vita. Un cambiamento impercettibile e immenso, che solo all’origine ha a che fare con l’atmosfera – e i sentimenti – di queste settimane.

Mi sento la coprotagonista cruciale di un romanzo. Quella che non porta avanti le azioni, ma mette assieme ciò che è accaduto per suggerire un senso. Solo che un senso da suggerire non ce l’ho. Posso solo ripetere quel che già sapevo, pensavo, credevo – non sapendo se sia valido in certe peculiari, osiamo un “fatali”, situazioni. E la cosa peggiore è che, quando me ne sto tra me e me, i pensieri che mi escono sono di una banalità rivelante. Quel genere di banalità che ti incastra a forza nel tuo essere un essere umano. Puoi saltare in alto, appiattirti a terra, ma a un certo punto arriva un qualcosa – il fatto che io continui a usare parole imprecise è sintomo del caos del periodo, suppongo – che ti costringe a startene in piedi o seduta come tutti gli altri fanno.
Ed eccomi qui, in pseudo posizione del loto sulla poltrona, la sigaretta appena spenta in questa camera che mi ha visto tante volte, in umori così diversi, a ringraziare – come sempre faccio – per la mia beata amnesia. Si dimentica per sopravvivere. Senza psicosi ci saremmo estinti. E’ quel dimenticare ciò che non è ancora passato a contraddistinguere questi giorni.
La bottiglia, ad esempio. La bottiglia d’acqua che non oso finire. La bottiglia d’acqua che S ha lasciato qui, che mi ha porto quando ero assetata, che gli ho passato guardandolo bere. Da quando mi sono detta che l’avrei finita sono piombata in questa cautela estrema. Quando e come dovrei berla? Ah, odio i feticismi. Per questo devo sbrigare questa faccenda, e perciò mi sono assegnata questa mansione: bevi l’acqua. Ma mi sono detta che avrei dovuto farlo con convinzione, con tutta me stessa presente e consapevole – e il problema, ora, è che sempre meno tendo a esserci, tutta intera e consapevole.
Traduco, preparo lezioni, chatto. Chatto parlando di quelle cose che dimentico mentre sono presenti – che esistono e non esistono al contempo. Che esistono come involucri vuoti. Sotto la doccia, momento di massima presenza di me stessa dinnanzi a me stessa, ondeggio da un piede all’altro osservando la prospettiva muoversi come certi bambini fanno. L’acqua scorre, m’insapono, nessun pensiero compiuto accade. Un chai bevuto leggendo o persino in silenzio, TV spenta e libro chiuso, come si fa quando ci si vuole raccogliere in se stessi. Ma non mi raccolgo. Sono lì e basta.
Dovrei e non dovrei aprire le dighe. Parlo con M di S e non mi pesa per nulla. Non è, in fondo, come se stessi veramente parlando di S. E allora glielo dico: che mi fa piacere parlarne, ma che non interpreti il mio distacco come un distacco di cuore. L’altra Me – quella presente a se stessa – non è distaccata a riguardo. Lo so. Lo ricordo – come se fossero passati eoni. Mi trovo persino a dedurlo.
E sorrido divertita mentre penso a S, ovunque egli sia, parlarmi della sua necessità di scindersi in due, in maniera incredibilmente simile e diversa da quella che applico io. C’è una sola cosa in comune, credo: la capacità di prescindere da. Da una parte di sé, suppongo. Lo spirito è da una parte, la materia dall’altra, ed entrambi si guardano come se nessuno li avesse ancora presentati. Ehy, c’est moi. Solo anestetizzata, suppongo. E vorrei capire se questo sia un passaggio precedente allo stand-by o la direzione sbagliata. Ho la vaga idea che non potrò saperlo fino all’ultimo e che, se stessi errando, sarebbe tragico, e la accetto con un sorriso perplesso e una scrollata di spalle.
Una cosa la so.
Quel che sto accumulando sta finendo in quello strano serbatoio che si riapre, saltuariamente, quando bevo. Tanto, non troppo. Abbastanza da far sì che le paratie crollino e il serbatoio, almeno per quella sera, si svuoti.
E’ sempre stato in sere come quelle che ho chiamato C. C, altra creatura tanto simile e tanto diversa da me. Ne ho parlato a S perché tutti e tre abbiamo, dal mio squisitamente parziale punto di vista, una cosa in comune: l’accettazione del Vuoto. Il Vuoto come compagno costante di viaggio, sottofondo ineludibile, verità soggiacente. Quel Vuoto che rimane quando tutti i giochi si fermano, quando il fottuto circo smette di fare casino. Quel Vuoto che rassicura col proprio tangibile silenzio.
Chiamavo C perché traboccavo della necessità di esprimermi, e quindi della necessità di essere compresa. Per darmi un senso? Perché, specchiandomi, trovassi effettivamente un’immagine dall’altra parte, e non un fantasma? C lo Specchio. Riversarmi su di lui per evitare sia di implodere che di esplodere. Perché quel qualcosa, nel serbatoio, era veramente troppo immenso.
Quel che ho piantato e raccolto in questi giorni, e che ora so esserci ma non ricordo attivamente, è nel serbatoio. E se mai dovesse aprirsi, quel dannato serbatoio, dopo che ci ho messo dentro quella cosa – se mai dovesse accadere, allora… Allora boh. Non credo il mio Io sia abbastanza grande per contenere tutto. Buona supposizione, psicologa della domenica. E’ che a volte bisogna uscire da sé per ricordarsi chi si è. E poi tornarci, ridimensionati, riaggiustati, ricalibrati.
Se ora quel serbatoio dovesse aprirsi – ecco cosa temo – potrei trovarmi a sentire di voler/dover chiamare S. Ecco il brutto paradosso. Ecco cosa mi spaventa. Non la necessità, no. La potenziale impossibilità. Una porta chiusa come tutti i limiti che non voglio riconoscere, e non riconosco, cacciando e ricacciando la loro assolutezza nel serbatoio.

C’è un motivo per cui scrivo qui quelle cose che in qualsiasi altro momento ricordo, so esistere, ma non vedo.
Mi è capitato, quando ho scritto della morte di L, di trovarmi persone pronte a consolarmi e a offrirmi la propria spalla. E ho provato gratitudine, ovviamente, ma l’ho provata mentre guardavo le loro spalle chiedendomi a che mi servissero. Perché avevo già fatto. Perché ciò che avevo scritto era già stato metabolizzato, aperto e divelto, risolto. E quello che non era stato metabolizzato avrebbe potuto essere trattato solo successivamente – solo in solitudine, preferibilmente dinnanzi a una pagina bianca. Nel mezzo – tra un sentito delirio e l’altro – quella che potrei chiamare “anestesia”, ma sarebbe scorretto. E’ simile negli effetti, ma non lo è. E’ un’altra forma di stand-by, credo – uno stand-by con me stessa. A ogni presente il suo presente. A ogni momento il suo dovuto. Vi uso, coevi e posteri, come un pietista avrebbe usato il proprio diario: oltre alla pagina, immaginato, il Dio a cui dover fare rapporto. Vi uso come coscienza – perché potrei essere chiunque tra voi e voi tutti. La vostra presenza immaginata mi vieta di indulgere nel bene e nel male, di delirare come fuga, di fare tutte quelle cose che ci permettiamo di fare quando siamo soli, nascondendoci a noi stessi.
Se voi foste chi siete – se voi foste, ossia, nella mia mente anche le singole persone che so leggermi – farei più sconti. Se pensassi che S potrebbe leggermi, mentre deliro in questo caos che sembra poco rassicurante, me ne starei zitta. (Farlo preoccupare? Non sia mai. Mi trovo a fare pensieri ridicoli, come ad esempio che se potessi, per qualche istante o minuto od ora, vorrei poter far svanire il male dal mondo e dall’uomo per farlo stare in pace.) Ma la tentazione l’ho avuta. L’ho. Ho spesso avuto simili tentazioni: cominciare, con una piccola eccezione, considerate le circostanze e bla bla bla, a omettere o aggiungere parti in considerazione dell’effetto che le mie parole potrebbero avere sul prossimo. Addolcire la realtà – quella realtà, esteriore quanto interiore, che è un succedersi di picchi che nessuna logica riesce a contenere e collegare. La paura del serbatoio, ad esempio, o la paura in generale. Nomina una cosa e diverrà reale, dicono. Come se la paura non esistesse finché non scuote le membra. Nomina una cosa e diverrà reale, ed è vero. E qui la nomino ed evoco, dentro il protetto cerchio disegnato sul pavimento. La guardo negli occhi, ci discuto, ci litigo e mi faccio prendere in giro. Sul foglio bianco che si riempie di parole perché è la mia offerta sacrificale. Ogni pagina di questo blog lo è. Io offro una sincerità non mediata, non addolcita e ciò che evoco mi offre la sua ispirazione. Parlami, oh paura, di ciò che vorresti e potresti e sapresti…
Il presente vive per sempre. Ogni attimo è assoluto. Un blog lungo otto anni me lo ricorda, almeno potenzialmente. E allora che il presente si esprima per come si presenta.
Se passasse, S – se passasse M, anche, o chiunque altro – che ricordi che questa è l’anatomia degli andamenti della mia evoluzione. Che in questi giorni tiro fuori qui, e non altrove, quei pensieri e quei sentimenti che devo smaltire e processare – quando mi riesce, dato che sta andando tutto in stand-by. Che evoco la paura perché non sia lei ad evocare me. Che presentifico l’esplosione del serbatoio perché, se mai dovesse accadere, di fianco a quel terrore vi sia una qualche riflessione a cui aggrapparmi. Anche solo il gusto di dirmi «Te l’avevo detto!» e poi ridere con il Dio Che Ride. Che, insomma, probabilmente tutto questo scrivere – come è stato nel caso di L – non è che un modo, forse controintuitivo, per giungere allo stand-by per come lo conosco, e per giungervi senza rischiare di buttare nella fossa ciò che non dovrebbe finirci. Che mi osservo allo specchio come se osservassi un corpo vivo disteso su un tavolo anatomico, e qui e lì punzecchio per capirne la reattività. Se un mio braccio desensibilizzato si stesse incancrenendo senza che io me ne accorga? Non sia mai. Genauigkeit und Seele. Coltivo le mie parti molli, e i gioielli che serbano, con la stessa dedizione con cui coltivo lo stand-by. Perché tutto serve allo stesso scopo, in fondo – e neanche tanto in fondo: vivere il meglio al meglio.

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