Cerbero

Ascolto un album intitolato Winter and the Broken Angel, album il cui titolo era scomparso dalla mia memoria. Per anni. Nonostante, all’epoca, esso avesse un’incredibile capacità evocativa a ogni, ripetuto, ascolto.

 

Ho una mancanza di memoria degna di nota. C’è chi ha palazzi della memoria, con ricordi ordinatamente collocati in stanze, angoli, gerarchie di importanza, senso e colore, categorizzazioni che si fanno simbolo e con ciò riescono a dare un senso.
Nel mio palazzo di senso ce n’è poco. E non è neanche un palazzo. Lo è, ma solo per mancanza di termini alternativi. Lo è, ma si estende in orizzontale sconfinatamente anziché avere un sopra e un sotto. Non ho cantine, ma profondità che sono tali per la loro lontananza dall’entrata. E la luce viene tutta da lì: dall’entrata. Mano a mano che ci si addentra, mano a mano che le stanze si fanno più vuote e polverose, la luce viene meno. Scompaiono le persone, appaiono le presenze. Scompaiono gli elementi che posso controllare – sono viziata dal farlo, io sognatrice perennemente lucida – appaiono quelli che agiscono fregandosene dei miei ammonimenti, del mio canalizzare la volontà per plasmare la sfera onirica, del mio sminuirli. Ridono. Piccole manifestazioni del Dio Che Ride.
In fondo – dopo le stanze illuminate e calde e vissute; dopo quelle più risposte, meno battute; dopo quelle che somigliano a soffitte, per polvere e abbandono, o a fontane da cui non sgorga acqua dall’inizio dei tempi; dopo gli antri in cui l’inconscio si cela per comparire all’improvviso e destabilizzarmi – dopo tutto questo, l’intero palazzo converge in una porta. Un singola, poco degna di nota, porta di legno.
Lì dietro c’è il Cane.
Lì dietro, nel fondo di quel luogo che non ho mai esplorato abbastanza, il Cane si alza e scatta nel momento stesso in cui apro la porta e corre verso di me.
Il Cane non è cattivo: è idrofobo. Se fosse cattivo lo potrei relativizzare, circuire, risolvere. Ma il cane scatta sbavando perché è l’unica cosa che sa fare quando si sente invaso – e quello è il suo territorio. Qui, dove le stanze sono quasi del tutto buie e spoglie, o così si fanno immaginare, il Cane è l’unica presenza immediatamente tangibile. E io mi sbrigo, sapendo che il mio tempo è contato: quello che mi rimane prima che il Cane giunga. Quando mi avrà raggiunto il sogno finirà. E allora cerco, mi addentro, veloce per non farmi fermare da quei fantasmi che vogliono ridurmi all’impotenza, quell’impotenza che mi annichilisce. O mi spaventano nell’unico modo in cui possono farlo: mostrandomi le immagini che sono riposte a fondo, molto a fondo, maschere che uniscono su di sé significati di per sé innocui, ma che accoppiati risvegliano il potenziale distruttivo del paradosso.
O rendermi impotente o farmi impazzire – che cambia?

 

Ho pensato a lungo che il Cane non fosse altro che quella Bestia nell’Umano da tanti citata. Ma no, il Cane è più puro. Il Cane non ha limiti, né quindi capacità di costruire architetture per travalicarli. Il Cane è, punto, e perciò irrisolvibile. E’ un tassello basilare del sistema binario che tutto compone – che tutto ciò che è concepibile dall’essere umano compone, perlomeno. E’ al di là del bene e del male. Non posso avercela con il Cane. Anche perché il Cane è una parte di me che ne tutela un’altra.

 

La maggior parte delle volte che sento parlare di Bestia Umana le bestie c’entrano ben poco. La crudeltà, che alcuni definiscono tutta umana, ha come prerogativa la capacità di astrarsi e costruire castelli di giustificazioni e manipolazioni e mistificazioni. In ciò offende l’umano: nella sua capacità di celare la verità all’umano – quale sia questa verità, e che sia una sola o sia tante.
Non odio il Cane. Non posso odiarlo. La sua sincerità è troppo assoluta.

 

Queste lezioni di Business English mi stanno salvando dalla malinconia che ha deciso di ammantare questo periodo. Se n’è approfittata di una serie di fatti, ma i fatti non parlano da soli: li ha usati per dire la sua, per imporsi come le nuvole, non potendo eliminare il sole, lo coprono.
E’ una sensazione nuova, per la sottoscritta. Sono troppo abituata a dover gestire i maremoti e le tempeste interiori per poter concepire che l’esterno tuoni e urli mentre io sono pacata. Pacatissima, considerando il considerabile. Conoscendo me – quella Me che potrei dire vecchia, se certe cose si potessero lasciare nel passato; ma si possono solo ricacciare a fondo, vicino al Cane – mi sarei aspettata che, dinnanzi a simili avvenimenti esterni, avrei reagito in un modo o nell’altro: o essendone sconvolta, se questi avvenimenti fossero riusciti a risvegliare quella parte sopita, o essendone placidamente indifferente – quell’indifferenza che un po’ mi spaventa.
E invece, per una volta, mi trovo placida su un battello ebbro. Mi domando se sia un’evoluzione o un’involuzione – sempre che si voglia riconoscere differenza tra le due cose. Mi domando cosa ci sia oltre le coltri. Mi domando se io non stia postponendo, e con ciò incancrenendo un qualcosa – un qualcosa che non so vedere, afferrare, definire, e che deve risiedere nel territorio del Cane.
E’ la mancanza di paura a stupirmi. Ci sono poche cose che temo di più. La paura con la sua capacità di scardinare e gettare tra onde per cui non mi sono allenata a nuotare – e a trattenere il fiato, soprattutto. A volte è solo questione di saper trattenere il fiato al momento giusto – perché non vincerai sull’onda se non facendoti trascinare, sott’acqua con la corrente per poi riemergere e respirare nuovamente. Il panico ammazza. Letteralmente.
E così, non sentendo paura della paura in questo momento, provo paura. Qualsiasi cosa io faccia, essa si ripresenta in altra forma. Se ne frega dei miei ammonimenti come i fantasmi del mio palazzo, il cui unico potere è quello di saper apparire come e quando vogliono. Non sanno far altro. Non serve che sappiano far altro. Per minacciarmi basta quello – con gesti che sono al contempo minacce e la loro realizzazione.

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