C’est moi.

Ascolto i Placebo, che mi danno qualcosa che solo loro possono darmi, eppure non so che sia. Sa di stanze insonnolite e quell’accidia tipica dei dopo-sbronza, ma senza la sbronza. Un po’ di vernice scrostata, un po’ di lustrini impolverati, persone che si sussurrano confidenze dolci e atroci.
Stavo scrivendo, prima di scrivere qui. Stavo scrivendo un romanzo che non ha ragione di non essere finito, e che quindi farò il possibile per finire. Richiede un lavoro non puntiglioso, ma quotidiano, e con tanto Genie ad assistermi, perché il romanzo è lungo e rischio di perdermi per la strada. Mi sono già persa, ma in sentieri che approvo.
Saltello da uno stile all’altro, chiedendomi se questo sia il mio stile. Saltellare. Improvvisare rime sfacciate nel posto più inaspettato, poi perdermi in barocchismi a occhi sognanti, e poi un po’ di ironica critica, perché il barocchismo la richiede, e poi un colloquiale disilluso ma che s’impegna tanto per prendere la vita con filosofia.
Perché no?
C’est moi.
Accendo la sigaretta e faccio un altro sorso di birra. A casa o in giro, e che la casa sia in Italia o altrove, che io sia sola o con un gruppo di persone ad aspettarmi, la birra ha unito tante variazioni di me. Birra e sigaretta. Per consumarsi sapendo di farlo. E’ un rituale, ormai, e lo so, come caffè e sigaretta. Il resto muta, svanisce persino, e queste cose tornano – sapori diversi, gesto identico. In questo mio continuo tentativo di non fissarmi in un solo punto di vista, una sola vita, un solo essere, prego a Dea Nicotina e a Dio Alcol e a Dio Caffè perché scandiscano la mia vita. Come il peggior cliché di un decennio ingrigito, da ricordare negli annali con un po’ di nostalgia e un po’ di riprovazione. Come quando si parla della propria gioventù. Quella cosa dannata e necessaria e sempre bella e sempre atroce. E penso, io che non mi sono mai sentita nella mia gioventù, che non voglio fare il passo. Quello che proietta oltre la gioventù. Quello che piomba in un campo ben ordinato da cui giudicare a posteriori. Never ever. Lungi da me spaccarmi, usando il tempo come scusa, in parti, sì che una giudichi l’altra.
Dopotutto, ehy, c’est moi. Tutta.

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