Sehnsucht nach der Sehnsucht

Ascolto Einaudi e scrivo di persone dalle braccia nascoste in camicie bianche ampie, eccessivamente ampie ed eccessivamente leggere, come un tiepido vento primaverile e…

… Non sono più abituata ai romanticismi. Li maneggio goffamente, come un soggetto affetto da iper-machismo cercherebbe – per una qualche desiderata dimostrazione di volontà e versatilità – di indossare graziosamente un tutù. O, prima che mi si appiccichi addosso l’iper-machismo, come se Umberto Eco cercasse di scrivere una scena d’azione.

Sono stata questa persona che al romanticismo crede. Se non lo fossi stata, non lo metterei in scena. La piazzo lì sperando che, come una trappola, attiri quella me.

Ricordo un pomeriggio primaverile, così simile a questi – profumato di primavera, verde di quel verde che sembra riassumere nelle proprie tonalità tutte le sfumature della vita che festeggia – seduta sulla scalinata di pietra di una villa, in un parco, una camicia bianca sulle mie braccia pallide. Leggevo Il piacere di D’Annunzio, rincorrendo questo dandy raffinato e dannato nella giusta misura, e volendolo in quel modo che confonde il soggetto con l’oggetto – quel “voler” e “voler essere” al contempo di cui non mi sono mai del tutto liberata.

Chissà che avrebbe pensato, la me di allora, di questo soggetto che sta scrivendo. Chissà quanto l’avrebbe rinfrancata e quanto disturbata. Le ho detto, mettendole un braccio sulle spalle, che ehy, guarda, qui ci puoi arrivare, volendo rassicurare tardivamente quella me alla ricerca di una Me. La cercava in un dandy un po’ deprecabile, a posteriori – tutto questo estetismo dannato, a posteriori, di dannato ha solo l’essere una pulsione che potrebbe essere sublimata meglio – e ha percorso anche quella strada.

Ho ancora una camicia bianca, nella cabina-armadio, con le maniche ampie che accarezzano la pelle come una giornata di primavera, quando il gioco è tra la tua pelle che scotta sotto un sole inaspettato e i tardivi venti invernali che serpeggiano per dire, un’ultima volta, la loro.

Per ritrovare quel romanticismo, e far sì che questo tutù non mi renda troppo ridicola, vado alla ricerca di profumi dimenticati, tracce di sogni svaniti prima di potersi completare.

Ci sono ville benedette dalla quiete di un parco in cui mai sono entrata, e che ho potuto così immaginare esattamente come le avrei volute: con stanze dai soffitti alti e dai pochi mobili rispettosi, lì a servire l’atmosfera e me, pronti a tornare a un muto dialogo quando fossi uscita dalla stanza. Avrebbero cantato, probabilmente – questi mobili intonati tra loro, sfaccettature di un’atmosfera, feticci accumulati per ricreare in terra quello che il cielo – la mente – concepisce.

Ci sono ville situate all’angolo di strade deserte, che non portano a nulla, alte e sottili e fragili, forse un po’ liberty, con nelle decorazioni la struggente vezzosità di una nobiltà che vede passare la propria epoca – e guarda altrove. Guarda a putti smagriti dal pennello del pittore troppo moderno decorare gli armadi sollevati su graziosi piedini da ballerina – e lì dentro, in una piccola stanza ad angolo, c’è una ragazza appassita prima di poter diventare donna. Ha polsi sottili di una costituzione nata fragile e vive d’attesa – viene da quella Madame Bovary che non ho mai letto o forse dalla Scapigliatura? – e riempiendo diari con una calligrafia floreale ha imparato ad amare il vuoto, quello delle attese, che viene riempito così bene da cose vane e frivole e malinconiche. Quei fragili gioielli che solo il desiderio arreso a se stesso può creare.

C’è anche un monastero, e corpi smagriti senza aver perso vigore, la pelle arrossata da un saio troppo ruvido, un freddo troppo intenso, e tutta la sacralità dell’eremo di pietra. Questa è – stavolta lo so con certezza – la storia di Pelle D’Asino. Non è necessario che sia lei, o che la pelle sia d’asino, o che sia pelle – basta che vi sia una pelle così sottile da far credere di potersi spezzare al solo sguardo, sepolta sotto le scorie di una vita dura, pronta a immergersi in una pozza d’acqua limpida e scoprire – come amo riscoprire i miei occhi – che una certa purezza non può essere scalfita dalla durezza.

Da cosa, allora?

Devo disattivare – o, meglio, imparare a disattivare a comando – quella parte in me che taccia di vanesio il dandy prima di potergli far completare una frase, che liquida la sirena che si strugge dandole del sogno erotico deviato, e via discorrendo.

Sono certa del fatto che, in fondo, l’iper-machista sa che il tutù gli donerebbe, e che Eco s’immagina – in un’altra vita – capace di scrivere romanzi d’azione senza riferimenti simbolici ogni tre frasi.

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