Übermenschen e altre opportunistiche fonti d’ispirazione

Guardavo il braccio scolpito di un ciclista risalente la montagna.
Il ciclista aveva la sua bella età, che – per quanto io tenda a soprassedere sugli anni registrati in anagrafe – da sola basta, di solito, a farmi escludere il soggetto dalla categoria “d’ispirazione per impulsi di natura pseudo-se(n/s)uale”.
(Volevate un approccio semplicistico, parla-come-mangi & niente viaggi mentali? Avete sbagliato blog.)
Ciò nonostante, il suo braccio aveva quella forma che trascende l’età. Quella forma che parla di un esercizio costante, di una vita impostata su certe variabili – ben diverse dalle mie, che me ne sono sto qui, con il mio esile culo poco allenato, a scrivere. Non è il braccio a ispirarmi di per sé, ma ciò che significa. Se un’opera d’arte – una qualsiasi – è il risultato di un insieme di circostanze (l’ispirazione, il contatto con sé, la tecnica che canta anziché decretare, e via discorrendo), un braccio può esserlo. Mi parla di sforzo, dedizione, fede – non quella, passiva, che si racimola in momenti di sconforto, ma una sorta di Streben a cui si portano gesti quotidiani come fiori in un corteggiamento.
E’ primavera, e io sto scrivendo.
Amo la primavera.
Amo la primavera contro i pronostici. Il mio carattere, solitamente percepito come (troppo) razionale e (troppo) distaccato, sarebbe – immagino – più consono a un autunno o a un inverno. Una certa vena borderline di sottofondo – solo di sottofondo, ormai – potrebbe farmi amare l’estate. E invece adoro la primavera, con il suo caotico fiorire.
Le cose – nel significato più nobile del termine – si risvegliano dopo una lunga attesa. Dormire non significa morire, e nel sonno si accumulano mondi da realizzare. La primavera è lì, apposta, per concedere al creato un Carnevale. Tutto è concesso, gran bolgia in cui tutto si confronta. E poi amo le montagne – queste montagne, in cui pensionati sfidano la pendenza – che si colorando di tonalità di verde, e i primi sparuti fiori che sbocciano tutt’altro che timidi, visibili da lontano, sgargianti come un’affermazione portata a testa alta.

VB dice che sono un’Achille, laddove Achille funge da Übermensch. Non che lei sbagli, anzi – quel che mi preoccupa è la motivazione solitamente riconosciuta all’Übermensch. Una certa retorica ci ha indotto a pensare che l’unica motivazione che possa portare una persona a tendere verso l’Übermensch sia una forma di insicurezza. E può essere, se una voracità semi-cieca è una forma di insicurezza. Non citerò Nietzsche – anche se vorrei, con il suo sputare su chi sputa sull’Übermensch come ideale – ma vi chiedo: perché non dare all’Übermensch la possibilità di essere un obiettivo al pari degli altri, mentre si massacra per divenire?

Scrivo, in questo periodo, sperimentando nuovamente.
Si smetterà mai?
Temo chi si sente saldo nella propria raggiunta posizione. L’Übermensch è un antidoto per i falsi idoli: irraggiungibile per natura, suggerisce che si è sempre in procinto di, che mai ci si può fermare. Temo chi si è conquistato una posizione. Non temo la sua certezza – che mi procura altre reazioni – ma il suo effetto su chi, attorno a lui/lei, è pronto a idolatrare. Idolatrare. L’idolo è, per sua natura, limitato: parziale, riduzionistico, ma tangibilmente di carne. Cosa c’è di male? Che l’idolo è falso. Che è una di quelle semplificazioni che, nel tentativo di rendersi comprensibile, si riduce. Si bidimensionalizza. Rinuncia a quella tri-quadri-ennesima-mensionalità inspiegabile perché necessariamente contradditoria.
Non potremo certo sondare ogni aspetto del creato con un solo strumento, sia questa il raziocinio o altro, no?
(Giusto per sfatare chi mi accusa di eccessivo raziocinio: è solo la, funzionale, superficie.)

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