Armonie, disarmonie, utopie, distopie – e poi il mondo.

Stavo finendo di scrivere una trama – una cosa che non faccio mai, di mio, ma questa volta mi tocca – aspettando più o meno consciamente che giungesse quel momento serale in cui avrei fatto pausa chiacchierando con O. Una scusa vale l’altra, per fare pausa, e O è un’ottima scusa. Ma O stasera, e per qualche giorno, non ci sarà, e io penso.
Penso a quanto sia apparentemente paradossale che due individui come noi, così tenacemente impegnati a rassicurarci l’un l’altro circa il fatto che “domani potrei sparire” (sì, creature, è una rassicurazione), negli ultimi tempi si siano sentiti così di frequente. E non per cinque minuti a volta. Ci sono tanti motivi per cui il mio dio è il Dio Che Ride.
Ci guardo dall’esterno e mi facciamo tenerezza. Ho dovuto riflettere, la prima volta che mi sono trovata a dirlo, per capire come costruire quel “mi facciamo”. “Noi facciamo tenerezza a me”. Se ho dovuto pensarci è perché evidentemente non incappo in tale costruzione di frequente. Un “noi” che agisce su un “me”. Ma comunque. Mi facciamo tenerezza in quel modo, per niente denigratorio, che mi permette di guardarmi con un sorriso.
Ma comunque.
… Comunque, intanto, scrivo. E scriverò.
Ho scritto tanti racconti, sfiorando la nausea. Mi sono ributtata per un attimo sulla fantascienza non a tema, per ritrovare un po’ me stessa – una delle tante, ovviamente. Forse, semplicemente, quella che si dibatteva di più.
Ci sono poi un paio di progetti a quattro mani che, più che essere un revival di questa mia vecchia passione, sono sfide aperte. Mi serve. Mi serve tornare bambina, e dell’infante avere la capacità di assorbire dal mondo, che implica la capacità di prescindere da sé.
Leggo, intanto. Un po’ di fiction lì, tante discussioni meta-letterarie lì. Mi aggiorno e confronto. Sono una parassita, che s’infila in ogni sorta di discussione per ascoltare Weltanschauungen altrui al fine di capire cosa sia per me il “genio”. Forse il termine non è neanche questo. Ma non è neanche “talento”. “Genie” è un termine ideale – strano, vero, che un termine per me ideale sia mediamente sconosciuto? Lo Genie di Goethe. Quello spirito ispiratore. Giochi di parole per cercare un termine che forse non esiste. E la cerco, la definizione di questo Genie, perché serve a me. Devo disegnare un sentiero distribuendo sassi e mi serve una direzione. Un simbolo per il mio rituale.
Ascolto Cacciapaglia e mi viene in mente Maurensig. Maurensig. Quando penso a lui a distanza mi viene in mente un borghese intimista che ha toccato con le dita sensazioni non previste dalla culla natia. Chissà chi è in realtà – ma ora non importa. Mi serve capire quanto io possa essere quella cosa, quella cosa che permette a Maurensig di scrivere come scrive. Amo la sua scrittura con riserve. Ha in sé quell’eleganza delicata e rara che ho trovato in, tra gli altri, Yourcenar. Quell’eleganza che mi manca. Quel saper mostrare con armonia un piatto composto di disarmonie. Quel saper dare un senso e una continuità, su tutti i livelli – prosa, ritmo, trama, esistenza. Un’armonia che adoro, ma che non basta. Un’armonia che preclude le note stonate del Creato, a cui tanto tengo.
E penso allora a Genet e a Palahniuk, accomunati da uno squilibrio. Di prosa, di ritmo, di trama, di esistenza. Ed è tale squilibrio che permette loro di toccare apici e abissi che l’eleganza di un Maurensig non contempla. Come se l’armonia di Maurensig, per rimanere tale, dovesse rientrare in due ottave centrali. Voglio il sopra e il sotto. Voglio Genet e Palahniuk.
Addio all’armonia, e rimangono gli opposti: una quiete selvaggia e un caos artificioso.
L’asettica tribalità degli Ulver e il Barocco.
Una landa tedesca dopo il passaggio di un esercito e, a corte, poeti che accatastano rime sempre più minuziose. In mezzo, la Guerra dei Trent’Anni.
Iper-lucidi appartamenti minimali da una parte e – oltre le finestre a prova di graffio, brutture e morte – cartelloni pubblicitari con una tale abbondanza di dettagli da renderli più veri del vero. In mezzo, il resto del mondo.

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