Il duro&puro e altre vanitas

Siamo in piena Controriforma.
Me lo dicono le persone che fotografano quello che non mangeranno, Vanitas così palesi che non le avevo riconosciute.
Me lo dice la mia – e non solo mia – sete di quella verità sottostante a tutto questo barocco caos.
Chef Rubio, nel televisore acceso davanti a me, mette in scena un paradosso: dipingere con pennelli sottilissimi la grezzezza del duro&puro. Dovrebbe essere tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle optando per una rappresentazione distorta della realtà – tutti quei corpi perfetti, troppo perfetti, e quelle vite perfette, troppo perfette. Dovrebbe essere il reale, il vero cibo, ma non ne siamo capaci. Siamo capaci solo di mettere in scena un cibo troppo vero, più vero del reale.

Nelle orecchie: Blood Brothers degli Iron Maiden. Vecchia musica, concetti che cercano di essere universali.
Eppure, quando si tratta di scegliere una canzone che dica qualcosa a una persona che lì in mezzo, in qualche modo, c’è stato, Blood Brothers diventa un po’ vanitas. Puzza di quanto gli Iron avrebbero voluto vivere in quella distopia, e mi fa venire in mente delle perle in un porcile. Non le perle date ai porci, no, ma delle perle che crediamo nascere e crescere solo nel fango più scuro e melmoso. E’ la retorica del “Il genuino, ciò che conta, nasce e cresce solo nella miseria” – che sia la miseria di uno stomaco, di una mente, di una vita – o tutto assieme.
Il problema è che ormai, per rendere quel duro&puro, necessitiamo di quegli artifici che in teoria rinneghiamo. Necessitiamo di ottime telecamere per primi piani iper-nitidi. Necessitiamo di un uomo che sappia mettere in scena un cliché di se stesso. Costruire il vero accumulando finzione – e forse funziona, chi lo sa?

Adoravo Dream of Mirrors degli Iron perché mi permetteva di esplodere.
A canzone partita, attendevo quei pochi secondi – mi concentravo, incanalavo il fiato, mettevo assieme quelle poche nozioni acquisite sul “tirare fuori la voce, e che sia di diaframma” – e poi potevo esplodere.
Potrei riportarvi le prime righe del testo, ma sarebbe finzione: non me ne fregava niente del testo. Ad ascoltarle ora, ora che l’inglese lo capisco, mi dico che non c’era bisogno di tutta quell’epicità. Mi dico, come faccio nella maggior parte dei casi, che Dickinson avrebbe potuto limitarsi a urlare. Nessun fingere di avere qualcosa di ben definito da dire. Nessuna maschera. Urla e basta.

Potete leggere quel che la persona dietro a Chef Rubio scrive, se volete. La sua fiction. E’ in Rete.
Vi consiglio di farlo mentre Chef Rubio s’immedesima nel personaggio nel televisore acceso davanti a voi. Guardatelo per qualche secondo, leggete qualche riga, guardatelo per qualche secondo, leggete qualche riga. Lasciate che le due persone si fondano l’una nell’altra senza annullarsi e intuite il potenziale dell’essere umano, e ditemi: non è magnifico?
Anche le maschere hanno una loro, paradossale, controintuitiva, funzione.

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