Di Venezia, umiltà e paraventi.

Scrivo racconti come se non ci fosse un domani, ed è colpa di Timur Vermes.
Sì, lui, il ghost writer che ha sbancato scrivendo Lui è tornato.
Proprio quello, che – essendo un ghost writer – non ha una bibliografia a cui io possa accedere. E’ un ghost writer, no?
Fa riflettere sulla vanità.


Stanotte ho sognato, di nuovo, Venezia.
La mia Venezia è una Venezia immensa, capace di accogliere in sé mondi pur avendo l’intimità di un perimetro molto limitato.
Questa notte, ad esempio, conteneva una piazza romana, ampia e monumentale come Venezia è, in fondo, ma molto in fondo, e bisogna saper vedere il grande nel piccolo per intuire quanto Venezia sia monumentale. Lo è come i potenti sanno essere potenti in bermuda e infradito.
Questa notte Venezia conteneva anche un paesaggio illuminato dai toni bluastri di una notte di luna piena. C’era un molo, basso e misero, raccolto e silente, che sfumava in una spiaggia sottile, che si assottigliava a sua volta per divenire un ponte, all’inizio basso, a sfiorare appena l’acqua, poi sempre più vertiginoso e stretto, fino a condurre a un’isola maestosa nelle proprie vette gotiche.
Eppure, in tutto quel gotico, c’era quiete. Era una piccola isola deserta, o forse abitata da mitologici proprietari silenti e immortali – un vecchio, verosimilmente, o un giovane, altrettanto verosimilmente, devoti a un eremitaggio benedetto, urbano – essere lontani e vicini al contempo.
E bevo birra, ora, cercando di tener vive in me quelle sensazioni. Perché avranno qualcosa da dirmi. Dimmi, Franziskaner, cos’hanno da dirmi. Sussurramelo e ricordamelo. Dì al mio inconscio di rimanere sveglio, attivo e reattivo, forte abbastanza da dire la propria al momento giusto.
Camminavo, come sempre cammino, in questa Venezia di strette calli gettate su canali immoti, la cui superficie brillante suggerisce una limpidità ben lontana da ciò che custodiscono.


Leggo di persone, scrittori più o meno affermati (ma mai geniali, noto), che vi dicono quanto dovreste essere umili.
Fate un favore ai posteri e non date loro peso.
Credo fermamente nell’umiltà, in un’umiltà interiore così ingombrante da non lasciare spazio a espressioni della stessa. Un’umiltà che conduce, più che essere mostrata. Un’umiltà utile – e a che servirebbe, se non fosse utile? – ben lontana dai paraventi con cui proteggersi dalle altrui critiche.
Fatevi piccoli all’esterno, e rimarrete piccoli all’esterno. Fatevi piccoli dentro, e sarete grandi all’esterno.
(Ma la responsabilità di quest’ultima affermazione è della Franziskaner – ciao, mio paravento.)

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