Intensità.

Ho fatto uno strano sogno, vivido come lo è la realtà onirica, più tridimensionale del reale perché il reale è un’architettura sostenuta da più limiti.
Ho sognato di partire – un Leitmotiv.
Partivo per tornare in Italia – cosa che accadrà martedì – e, una volta in Italia, sentivo una tristezza immensa risalirmi lungo i condotti lacrimali. Era una sorta, ma non solo, di nostalgia nei confronti dell’Inghilterra. Non di tutta – ci sono tante cose, qui, che mi fanno venire voglia di andarmene e in fretta – ma di quelle cose che non potrò trovare altrove. Le persone, ad esempio, e con “persone” intendo il vicino medio in cui puoi incappare, il negoziante, il vecchietto al villaggio vicino a cui vivo.
Poi il mio cervello ha deciso di rivelarmi uno dei tanti misteriosi modi in cui i cervelli umani funzionano. Nello specifico, mi ha mostrato come le emozioni se ne sbattano delle coordinate spazio-temporali, e quella vaga tristezza causata dal congedarmi dall’Inghilterra si è travasata in una più vecchia, molto più atroce nostalgia: quella per Kiel.
Mi sono svegliata con il cuore in gola, ancora intrappolata nel sogno. Mi sono svegliata dicendomi che dovevo svegliarmi del tutto, o forse sedarmi di nuovo, iniettare uno stordente a quelle sensazioni che avevo rimosso – sono così brava a rimuovere, e così in fretta, una bravura che mi fa sospettare una certa psicopatia mai indagata in modo soddisfacente. E’ un’abilità su cui rifletti quando, per l’appunto, ti svegli alle quattro del mattino con l’impressione che, se non scappi da quell’emozione che si è appena risvegliata in te, quell’emozione ti divorerà. Fisicamente. Cominciando dal tunnel che ti sta scavando dal cuore allo stomaco.
Ho, così, ricordato quanto dannatamente male ero stata quando ero tornata dalla Germania. Quel sogno è stato come Eolo che soffia in una soffitta intoccata, la polvere si solleva dagli specchi, e tu ti vedi e ti vedi e ti vedi, e non puoi evitarti, sei ovunque.
Ho ricordato i sogni strazianti, in cui Kiel era ancora fresca nella mia memoria.
Ho ricordato il cielo immenso – di quell’azzurro che ha l’intensità del blu, ma è più chiaro, per quanto paradossale possa essere per chiunque conosca un minimo di teoria dei colori – ho ricordato l’erba di un verde pungente, e le nuvole e quella sensazione di libertà che i paesaggi nordici mi comunicano.
E non so neanche se io voglia parlare di Kiel o se dell’emozione con cui Kiel è stata evocata. E’ stata così forte da farmi dubitare di me stessa.
Sono qui da settembre. Otto mesi strani, unici come tutti i viaggi dovrebbero essere, ma alienati.
Cerco di psicanalizzarmi, ci ho provato nelle brevi pause che mi sono concessa, e sono giunta alla conclusione che l’inizio del mio soggiorno abbia cadenzato i seguenti mesi. Che piombare in quelle due settimane così stressanti abbia insegnato al mio cervello a distaccarsi, estraniarsi, per sopravvivere meglio, e che poi io non abbia più avuto il tempo di cambiare strategia.
Mi domando se sia così che vive quella “persona normale” che il mio cervello ha sempre avuto come riferimento, quella persona la cui normalità era la mia alterità, quella capace di una quotidianità cadenzata da priorità settate da qualcun altro, capace di posporre urla e gioie per lavorare sul presente, capace di normalizzare tutto – far ingoiare tutto dalla vita quotidiana, sì che ogni dramma e miracolo acquisisca le dimensioni moderate di una quotidianità organizzata.
Non so se quella “persona normale” sia effettivamente la persona nella norma o una mia nuova forma di psicopatia mai sperimentata prima. Non credevo sarei stata in grado di fare ciò. L’ho fatto, posso dirmelo, e poi arrivano i sogni come quello dell’altra notte.
Ho una teoria anche sul perché il mio cervello rimuova così in fretta e bene. Credo sia una questione di sopravvivenza. Non sarebbe mai capace di computare due, tre, quattro ricordi intensi come quello di quel sogno assieme. Impazzirei. E so, razionalmente so, di avere decine e decine di intensità simili – ho passato anni a rincorrere intensità, e in qualche modo lo faccio tutt’ora. Le prime due settimane in Inghilterra sono state una festa dell’intensità, che ho vissuto dispiacendomi di non poterle ricordare, riportare, tramandare – troppe e troppo veloci – perché trovo sempre incredibilmente importante poter dire “Ecco, questo esiste, questo è possibile!”. E’ la mia arma contro tutti i normalizzatori, contro tutte quelle persone e istanze che cercano di appiattire le possibilità, in bene e in male, di moderare – perché moderare serve, suppongo, o il mio cervello non rimuoverebbe tanto.
Ora le valigie sono fatte, il pacco da spedire è pronto, e come altre volte è successo osservo la mia vita riassunta in qualche bagaglio. Mi aiuta a tirare le somme, vederla così. Ridotta ai minimi termini. I dettagli, intensi o meno, spesso rimangono dove li abbiamo conosciuti.
Nelle ultime due settimane ho vessato L – perché L mi piace, e io tendo a vessare chi mi piace infliggendo la mia intensità – parlandogli di tutto questo muoversi. Gliene ho parlato una sera, accompagnandolo al pullman, mentre lui mi parlava della sua vita moderata e che vorrebbe, credo, esserlo meno, ma credo L tema l’immoderatezza. Non sono semplicemente i suoi impeccabili modi British – perché, poi, un atteggiamento tanto contegnoso mi piace così tanto, in alcune persone? – ma qualcosa di più profondo, più vicino al carattere.
Parlavo a L delle cose che si muovono, quella sera. Di come viaggiare sia aprirsi e chiudersi – aprire le prospettive, chiudere le porte che ci lasciamo dietro. Sorprese e rinunce.
Parlavo a L, una settimana dopo, al di fuori di una discoteca, di come io cerchi di arraffare ogni momento. Mi sono domandata, mentre sputavo parole inglesi tanto lette e mai usate – L e il suo ottimo inglese forbito da madrelingua acculturato, che mi fa sentire libera di tirare fuori il mio – se il mio amore per l’intensità sia in qualche modo collegato alla mia consapevolezza della caducità. Di quante cose mi lascio dietro. L, ad esempio. Lo avevo davanti a me, ero grata alla vita di ciò, mentre sapevo che avrei potuto assaggiarne così poco, costruire così poco del potenziale. Devo averlo terrorizzato. Ho un po’ terrorizzato me stessa, mentre gli parlavo di questa vita come una partita di carte in cui per giocare devi puntare.
Ho desiderato, con L, di avere tempo, di non avere fretta. Di godermi tutti i momenti prima e quelli dopo, di bere il tè delle cinque cinque volte in cinque luoghi diversi, di passeggiare per Bath perché Bath è fatta per passeggiare, di chiedergli di mostrarmi Cambridge, dove vive, dove essere nati deve essere terribile, chiusi fuori da una delle università più prestigiose del mondo.
Vorrei tempo, ma mi servirebbero vite, vite e vite per avere tutto il tempo che mi serve. Ci sono cose che non puoi riassumere, intensità che devono avere il tempo di maturare. Come VB, l’altra sera, che ha consolato il mio umore rabbioso-triste trascinandomi su una panchina come un’amica, e dio – quello che volete voi – sa quanto io sia grata per questo rapporto che non si è mai lasciato l’amicizia alle spalle.

Mangio una barretta ripiena di frutta, simile a tante che si possono comprare in Inghilterra, bevendo caffè solubile. Ho appena fumato una sigaretta rollata, abitudine derivata dal prezzo delle sigarette, davanti alla porta di casa, controllando come al solito quanti ragni avrebbero potuto esserci. Siedo sul materasso poggiato sulla moquette – struttura del letto mai comprata – questa moquette che sa di polvere in un’aria che sa di umidità, con un camino non funzionante che ai suoi tempi d’oro deve aver visto fasti, che oggi sarebbe di gran valore, se oggi fosse stato realizzato, ma è solo un residuo del passato, rimasto come tante cose in Inghilterra semplicemente rimangono. Non ho mai pulito i suoi interstizi, perché semplicemente non si può – la grata non si può sollevare. Né potrò mai sapere a cosa porta la canna. Non potrò neanche mai sapere se quel rumore di unghie che strisciano che talvolta ho sentito nel dormiveglia appartenga al sonno o se vi siano veramente topi tra queste mura vecchie più di due secoli.
Ci sono cose dell’Inghilterra che mi mancheranno. Ogni luogo ha un che di unico. Mi mancheranno come mi manca Kiel, e S e T, e mille altre cose. In questi mesi mi è mancata la Tuscia, e quella deliziosa libreria-caffè a Tarquinia, bere un prosecco mentre osservo i titoli dei libri e mi chiedo non tanto cosa vorrei comprare, ma cosa sono.
Sono simile a una persona che potrebbe vivere in una cittadina intrisa di storia, da qualche parte nel Lazio? Sono più vicino a quei caratteri scorbutici e isolati che si troverebbero tanto bene in una vita solitaria in Valsassina? O assomiglio più alla placida e triste e infinita Kiel? Non appartengo a Bath, e lo so, ma qui vive il mio vicinato ideale.
Ho scaricato articoli e articoli da Nations and Nationalism, una rivista il cui tema potete intuirlo. Voglio scrivere la mia tesi su questo tema. Sono una persona simile a quei ricercatori la cui vita ho intravisto alcune volte? Per anni, dall’infanzia alla maturità, ho agognato una vita riassunta in uno studio di legno pesante e lucido, con ampie librerie a raccogliere e riassumere la mia conoscenza. Poi ho realizzato che ho già fin troppi libri per le dimensioni di quello studio ideale. E Musil mi ha fatto realizzare che spesso vogliamo essere un qualcosa non per quel qualcosa in sé, ma per l’odore dello studio in cui potremmo esserlo – pelle consunta, mobilio lucido, sigarette spente e tutto lo status sociale, morale ed emotivo che ne deriva. Il mondo mi aiuta, oramai, rileggendomi come accademica prima che io possa fare accenno alle mie visioni – è così facile, la strada? Finalmente il mondo mi dice per cosa sono fatta? Come se una delle nostre attività, sia pure la più importante, possa renderci ciò che siamo.

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3 comments

  1. anonimo napoletano…intensa e interessante analisi introspettiva dei mille perchè che fanno di noi cio’ che realmente siamo e di cui spesso non abbiamo percezione nemmeno noi stessi .A friendly hug …

  2. As soon as you leave something behind, you’ll miss it. At least that’s what it is like with me. Unfortunately, going back doesn’t bring everything back, there is no way to travel back in time. Somehow I am glad that this is so, because otherwise I would now be at Schwemme, playing foosball and getting drunk. So I am in Munich, interning happily, applying here and there, trying to somehow get my act together.

    What I really miss about Kiel though is the nordish landscape. I must go back to see it again. It will still be there.

    P.

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