Di Camorra e tassi volanti.

Sono le sette del mattino e tutto va più o meno bene.
L’Inghilterra è lesiva alla mia salute, è dimostrato. Tale nocività (termine trovato in un saggio scritto in italiano dalla mia docente non-italiana – mi piace la creatività non intenzionale dei non-madrelingua) si esprime in molteplici modi, a partire dalla mia pelle rovinata (e pensare che era un mio vanto), passando dai mal di testa con cui mi sveglio, arrivando alla tosse che ho oggi, e che mi porto dietro da un po’ di giorni.
So perché non aggiorno il LJ da eoni: è perché non ho tempo di essere me stessa – o, perlomeno, quella me stessa che capitava, una volta, abbastanza di frequente.
Me ne sono resa conto tornando a casa a piedi dalla stazione dei pullman. Una quarantina di minuti, penso, alle 11:30 di sera (i pub chiudono a quell’ora), dopo una sidrata in compagnia di L. Camminavo, auricolari nelle orecchie, tra le file di architetture georgiane di Bath, imponenti quanto l’architettura inglese può esserlo, e riscoprivo quelle sfumature e quelle luci che ti fanno dire che il viaggio consiste proprio in ciò: lo scoprire dettagli infinitesimali che possano modificare la tua prospettiva sulle cose.
Ho realizzato tante altre cose, quella sera, ma sono svanite come i pensieri di un ubriaco – e non lo ero. Forse i pensieri da ubriacatura svaniscono perché li facciamo appartenere a un’altra dimensione, non alla quotidianità – quella che decidiamo essere la quotidianità.
Il fatto è che non ho avuto tempo di essere tutto quello che comprende l’essere me stessa. E’ da quando sono piombata qui a settembre che non l’ho avuto – e che me lo dico, che non ne avrei avuto il tempo, e così è stato – e i voti nel primo semestre sono stati alti (A) e urrà.
Nel tentativo di creare un ponte tra queste due quotidianità – la vecchia me, pre-Settembrina, e l’attuale – vi aggiornerò elencando i saggi del secondo semestre:

1) Per “Britain and Europe” abbiamo: “Analyse and explain continuities and change in British political discourse on the European Union, with reference to at least two political leaders”.
2) Per “European Foreign Policy” abbiamo: “Which concept of European power do you think is most apposite in studying the European Union as an international actor? Discuss conceptually and justify empirically”.
3) Per “International Security” abbiamo: “‘The resolution of the Israel-Palestine conflict will have only a marginal impact on the underlying strategic and security problems of the Middle East and North Africa’. Discuss.”
4) Per “International Organisations” abbiamo due reports: uno sull’ISAF (missiona NATO in Afghanistan) e uno sui blood diamonds.
5) Per “Organised Crime in Europe” abbiamo invece un bel saggio sulla Camorra, scritto per metà.

Non vi chiederò di simpatizzare con me al punto di entusiasmarvi, ma, sapete, questi saggi rappresentano la mia vita da febbraio a oggi. La mia testa è un mix di politiche europee, discorsi sulla sicurezza (di matrice anglosassone, quindi – dal mio punto di vista – paranoici e neo-imperialisti), conflitti sparsi per il mondo e gente che non si comprende. L’ultima, soprattutto.
Qualche giorno fa è venuto a farci lezione un ex-funzionario alla difesa britannica, che ha lavorato per milleseicento cose, tra cui UN e NATO. Mentre parlava con quel delizioso tono elegante & distaccato degno di un funzionario in un film di James Bond, lo immaginavo sculacciare bambini iracheni con grande godimento. So che non dovrei dirlo – il clima serioso di questa università, coadiuvato anche dalla presenza di ex-funzionari in giacca e cravatta, mi ha insegnato un po’ di “rispetto sociale”, ma non a rispettarlo – e so anche che il collegamento mentale è figlio di un misto di cliché e antipatia. I cliché sono quelli ben esemplificati dallo scandalo Mosley del 2008 – il classico cliché dell’alto borghese conservatore che si scopre essere un perverso di una carnalità sconvolgente – l’antipatia è quella che provo naturalmente dinnanzi a persone con una certa tendenza alla normatività e nessun interesse per l’auto-critica, soprattutto quando queste persone hanno il potere di formare politiche nazionali (quest’uomo c’era durante la questione irlandese – brrr). Poi ti rendi conto che la persona media che forma politiche nazionali è così, ma ci si sfoga mentalmente con quello che si ha tra le mani, no?
Essere italiana mi è utile, perché m’impedisce di puntare arrogantemente il dito contro i difetti altrui. E’ la storia del bue e dell’asino. Potrei anzi dire che essere italiana mi avvantaggia, perché ho ben poco da difendere, e posso partire da una specie di intoccabile vacuum.
Come accennato, sto scrivendo un saggio sulla Camorra. Ho visto cose che voi umani… No, non è vero: molti di voi sapranno molte più cose di me sulla Camorra, ma io sono io, quella persona che dieci anni fa – post liceo artistico, ambito in cui studi storia per sbaglio – dopo aver letto un libro sulla storia contemporanea, e aver realizzato in che mondo viveva, piombò in uno strano stato di passiva contemplazione negativa. Mi capita spesso, quando realizzo. Nel mentre si sviluppano anticorpi, un carattere e delle aspettative diverse, ma la mia reazione è sempre la stessa: distaccarmi.
Il mio attuale distacco prevede un approccio altamente superficiale – o altamente profondo, a seconda della prospettiva. Studio la Camorra e mi faccio affascinare dai termini poetici coniati per parlarne – le “cattedrali nel deserto”, per esempio, o la natura “magmatica” della Camorra, per non parlare di quella commistione tra kitsch e sublime tipica dei nomignoli affibbiati ai camorristi (parliamo di O’ animale e del perché si chiama così).
Insomma, mi manca un po’ il processo creativo. La mia mente rigurgita idee in momenti più o meno inaspettati – una passeggiata di quaranta minuti o una sigaretta di cinque fuori casa. Ho visto di tutto, in quei frammenti, ma ripeto: sono come le rivelazioni di un ubriaco, e da tali tornano subito nell’inconscio. Uno dei pochi rimasti prevede l’inizio di una storia, che inizia così: un tasso morto piove dal cielo e finisce su un’auto in corsa. Sto, insomma, sviluppando una particolare passione per il stranger than fiction, but real, così reale da apparire irreale. Penso, a volte, che se solo fossimo così sinceri e semplici da riportare quel che accade, senza aspettative a filtrare, (ri)scopriremmo mondi.
(No, non mi è piovuto un tasso sull’auto, comunque.)

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