Italia -> Bath

Ha nevicato, e io ho inutilmente atteso che qualcuno – una qualche entità impersonale – pulisse le strade, o le cospargesse di sale, o qualcosa del genere. Poi, è arrivata una dolce signora inglese che, mentre infornava Yorkshire pudding, ha spiegato che le strade non verranno pulite perché c’è crisi, non ci sono soldi, e le cose funzionano così quando c’è crisi, con quel tono sereno ma arreso (o arreso ma sereno) tipico di chi ha vissuto una guerra, e io sempre più penso che Bath viva al di fuori del tempo.
Comunque, non puliranno le strade. Mentre fumo sigarette rollate a mano fuori dalla porta di casa, osservo britannici camminare come zonbi sui marciapiedi scivolosi. E’ frustrante. E’ da tre sere che devo portare fuori A per una cena neo-post-green, e che rimando.
La cena “neo-post-green” è nata dalla mia tendenza a strafare e dalla sua a incastrarmi. Le ho chiesto che genere di cena volesse – romantica, easygoing, neo-post-green…? Ha scelto l’ultima, e ovviamente “neo-post-green” non significa nulla, se non un tentativo di prendere per il culo – come sempre – le tendenze green in A. Mi ha incastrato, e io ho dovuto ingegnarmi.

Rinchiusa in casa, studio per l’inizio del prossimo semestre.
Studiando le relazioni estere dell’Europa, mi imbatto nella war on terror, stamperie americane. Rileggo quest’espressione, war on terror, astraendomi da questo dove-quando, le cui coordinate mi suggeriscono a cosa “terror” si riferisca, e realizzo che war on terror, detto così, da solo, sembra uscito da una fiaba. Una bella campagna epica contro la paura. Cerco dunque di recontestualizzare, ridare senso a quel terrore, dargli coordinate storiche e volti, e penso che anche nella realtà la war on terror è un po’ una campagna epica e fiabesca contro la paura.
Studio i frustranti tentativi di creare un fronte comune europeo in materia di sicurezza – leggasi: qualcosa per cui si possa dire che l’Europa va in guerra. Sto studiando su un manuale di stampo britannico, in ambito britannico, e da quando sono arrivata qui mi disturba tutta questa britannica enfasi sull’armarsi. Armarsi contro chi? Mi vengono citati gli attacchi terroristici in Spagna e a Londra, e penso che per la maggior parte si tratta di un problema britannico, derivato da un certo attaccamento alle posizioni americane. La war on terror. La battaglia epica contro la paura richiede spade e baliste.
Ma nessuno può negare che, in Europa (qualsiasi cosa l’Europa sia), l’Inghilterra se la sia sempre cavata egregiamente in guerra – questa landa di razziatori e pirati. Forse la Gran Bretagna, semplicemente, porta il suo punto di vista storico: “Meglio armarmi prima che o la Russia o la Germania o qualcun altro cerchi, di nuovo, di conquistare quel continente a cui non voglio appartenere ma che non deve appartenere ad altri”.
Studio il crimine organizzato, galvanizzata da Gomorra. Adoro la prosa di Saviano. So che non dovrei farmi galvanizzare dalla forma con cui un argomento viene posto, ma dal suo contenuto, ma approfitto della mia umanità per accendere un certo interesse nei confronti dell’argomento, dato che a febbraio inizio un corso sul crimine organizzato a livello internazionale. Studio questioni terminologiche (“Cos’è il crimine organizzato?”) e metodologiche (ciao, odiata teoria dei giochi, che un giorno amerò), mi informo sulla docente, cazzeggio, attendo che mi vengano riferiti i voti dei saggi (il secondo è stato valutato 72/100, che significa “A”, che significa il massimo – qualsiasi cosa sopra il 70 significa il massimo, e so che ciò è assai poco logico, soprattutto considerando che il massimo di fatto è 85), vado a fare colazione da un francese con croissant al prosciutto e formaggio bevendo chai tea.
Insomma, mi sono re-integrata.

Copio/incollo qui sotto una entry che ho scritto prima di tornare in Inghilterra, dall’Italia. E’ lamentosa e inutile, ma in generale anche io sono lamentosa e inutile.


E così, alla fine, ho scritto tutti e cinque i saggi previsti nel primo semestre. Devo dare una limatina agli ultimi due, grazie al più che sacro aiuto offerto da Ghiro, e consegnarli. Nel mentre, vago in quel limbo conosciuto ai frenetici che si trovano con ore di vuoto davanti a sé.
La pagina Facebook di Occupy Wall St. continua a comparire imperterrita con i suoi posts anti-tutto, con quel vago accento antisemita che a noi occidentali sembra non mancare mai. A proposito, guardatevi The Believer: è godevole, per il principio per cui solo un ebreo può insultare a dovere gli ebrei. Ironia a sproposito a parte, dà un’interessante lettura dell’auto-percezione ebraica (ed è il primo film che, con mio godimento, fa notare che il termine “antisemita” è scorretto). Non ho scritto saggi sull’antisemitismo (strano, eh?), ma su Occupy Wall St. sì, con il risultato che vedo la maschera di Guy Fawkes almeno una volta alla settimana.
Non sono soddisfatta dell’ultimo saggio, ma l’università inglese mi ha reso pragmatica, e – per spirito di sopravvivenza – capace di fare spallucce dinnanzi a una performance solo passabile. E’ che sono troppo stanca. Stanotte ho sognato che una mia compagna, che nella realtà non esiste, scoppiava in lacrime nel corso di una lezione perché non ce la faceva più. Strutturalmente. Non è né stanchezza, né stress, né rabbia: è semplicemente cedimento.
Il 13 torno in Inghilterra, e non posso dire che le persone a Bath mi siano mancate, perché la mia mente ha deciso da eoni che il mio habitat naturale è quello internazionale, ove esso sia trovi, ed è solo un piccolo, fastidioso e seccante caso che io abbia passato la maggior parte della mia vita in ambienti non internazionali (ma per fortuna c’è Internet). Le persone a Bath mi sono mancate come manca il voler tornare a casa, insomma.
Ciò si scontra con il fatto che una buona fetta di “tutto il resto” a Bath è lontano miglia da ciò che mi fa sentire a casa. L’umidità, la sporcizia, la puzza, quel costante e sottile odor di muffa, la società classista, e altre piccole e grandi cose – ma, soprattutto, non poter fumare in casa. Mi mancano un po’ gli abitanti, di Bath, con quella loro cortesia intoccabile, indifferente a tutte le miserie umane, e quell’agglomerarsi di ubriaconi nei miei amati pub. Ce n’è uno, di pub, in cui non ho ancora bevuto una birra. E’ vecchio, collocato in un crescent dall’aspetto bathoniamente georgiano, è piccolo, pesante, e non filtra molta luce – e sembra un covo di pirati. Ci piacciono, i covi di pirati. E mi manca anche un po’ quello sballottarmi da una parte all’altra di quella piccola cittadina collinare, dalle umide e fredde strade ai rimbombanti pub, stringendo boccali umidi di birra e chiacchierando con amici, conoscenti, sconosciuti e barboni.
Mi mancherà, la casa – che sarebbe poi casa mia – in cui ora sto scrivendo. Mi mancheranno quelle piccole cazzate che fanno dire al resto dell’Europa che in Italia le persone sanno veramente vivere: la cura nelle piccole insignificanti cose, la pulizia come atto d’affetto (non importa nei confronti di chi), quel gusto che ci viene inculcato fin da bambini, per cui sappiamo magicamente abbinare due colori anche se non abbiamo fatto studi in proposito, e via discorrendo.
Molte altre italiane cose, ovviamente, non mi mancheranno. A proposito, sto leggendo Gomorra. Appena iniziato. Lo faccio perlopiù a causa di un corso sul crimine organizzato in Europa che frequenterò nel secondo semestre. Dato che l’Italia è una campionessa in proposito, vorrei non essere del tutto ignorante in materia. Gomorra, con la sua prosa fatal-altisonante altamente godibile, non mi renderà un’esperta in materia, ma mi predisporrà.
Poco prima di partire, a Bath, mi sono trovata nelle Claverton Rooms con una I totalmente in crisi. Doveva concludere un saggio in tre ore, non aveva dormito e stava per esplodere. Essendo I un paradigma della tedeschicità del nord, tutto ciò è stato espresso con un silenzio significativo e uno sguardo agghiacciante. I è stata consolata, coccolata, riempita di té e rassicurazioni e quant’altro, e poi trascinata fuori dalla sottoscritta per fumare una sigaretta. Adoro I. Non la adoro come un raro esemplare di umanità, né come persona che adempie a un certo ruolo. La adoro basta. Mi piace averla accanto. Mi piace il suo posato e tagliente modo di approcciarsi al mondo, il modo in cui sarcasmo e genuinità in lei si mescolano.
Poche ore più tardi, a saggio consegnato, in un momento che non sapeva di nulla – uno di quei momenti che servono a riempire lo spazio tra un evento e l’altro – I mi ha chiesto se Berlusconi fosse carismatico. Me l’ha chiesto come lei sa chiedere, ossia senza preconcetti né insinuazioni né un tono fintamente interessato. Me l’ha chiesto come avrebbe potuto chiedermi se c’era ancora zucchero in dispensa, e io ho balbettato interiormente.
Nessuno si aspetta che io, o chiunque altro, sappia rispondere a una tale domanda. Credo che la risposta sia un mistero della fede. Si possono solo balbettare ipotesi e accatastare frasi introdotte da un “considerando che” o “nel caso in cui”. Ma spesso, troppo spesso, mi capita di vedere nei discorsi altrui, quando “altrui” non è passato dall’Italia se non per le vacanze estive, delle immagini troppo bidimensionalizzate per rendere alcune realtà italiane. Eppure, pur vedendo una fallace bidimensionalità, non ho le nozioni – né le capacità, credo – per correggere quelle che mi paiono mistificazioni, in bene e in male. E’, semplicemente, frustrante.

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