Home Sweet Home.

Scrivo perché, in queste settimane, ogni volta che vengo contattata tramite chat la mia risposta è un “Sono impegnata” o un “Vado fra cinque minuti”, e le conversazioni medie durano due minuti. La faccenda si ripresenta con una tale costanza che sembra una scusa. La tragedia è quindi doppia: è tragico che io abbia così poco tempo, ed è tragico che non sia una scusa.
Posso anche abbandonare, per ora, il progetto linguistico del mio Super-Io, quello che da anni mi ripete che su questo blog dovrei scrivere in inglese. Vivo in inglese, parlo e scrivo in inglese, quindi lasciamo almeno questo buco per comunicare con chi l’inglese non lo parla.

Ho scritto il mio primo saggio in una frenesia delirante, ma l’ho scritto.
Ora disturbo gente su Facebook chiedendo un contatto con il Movimento Cinque Stelle per un altro saggio sulle proteste e sui movimenti anti-politici.
Ho passato due giorni a cercare, inutilmente, una definizione di “anti-politics” in ambito accademico, per poi arrendermi e bussare alla porta del docente, che mi ha indirizzato a un saggio scritto da un italiano.
Ho così scoperto che il terreno dell'”anti-politics”, almeno accademicamente, è stato perlopiù analizzato in Italia. Interessante, no? Un po’ scontato, volendo. L’autore del saggio descrive quattro tipologie di “anti-politics”, e tutte e quattro sono rintracciabili in Italia. Sembriamo essere anti-politici, in modi diversi, per tradizione.
Mi sono trovata ad analizzare statistiche relative all’opinione pubblica italiana nei confronti della politica. Anche qui potrei direi “scontato” – scontato che l’opinione sia così bassa – ma vedere su carta, in formato “serio”, dei pensieri astratti con cui hai convissuto per anni fa un certo effetto. Fa effetto vedere come anni di cambiamenti di pensiero si riassumano nel passaggio da “rabbia dinnanzi alla situazione politica” a “disgusto”. E’ come sentire una cosa volgarissima detta in francese.
Studiare l’Italia dall’Inghilterra ha tutto un altro senso. E’ come osservare la danza di una medusa stando al di fuori dell’acqua: a distanza meno ravvicinata, certo, ma potendo respirare al contempo.
Studiare l’Italia da qui mi fa fare molte scoperte. Niente di eclatante, intendiamoci. Semplicemente, trovo spiegazioni razionali al familismo e all’abitudine di avere una colf. Quelle piccole cose che, quando ci vivi in mezzo, sostengono il tuo orizzonte visivo.
Ma comunque.

Ieri sera sono andata a bere una birra (due pinte e mezzo) in un locale in centro. C’eravamo io, VB, A, I, la ragazza di I, e F. A e I sono tedesche. I rimarrà, come me, a Bath fino a giugno, per poi andare a Berlino l’anno prossimo – come me. A, invece, andrà a Berlino a marzo.
Ho salutato la ragazza di I dicendole “Ci si vede a Berlino” e sentendomi così strana nel dirlo. La vedrò a Berlino il prossimo settembre o ottobre, e la saluto ora. Strano-strano-strano. Strano che non vedrò A per mesi, per poi ritrovarlo a Berlino – passerà così tanto tempo, accaderanno così tante cose, e poi ci ritroveremo.
Non vedo l’ora di essere a Berlino, anche se significherà dover muovere il mio pigro culo e parlare (seriamente) tedesco. Sto frequentando un corso di tedesco, ma quel che mi serve è, semplicemente, una certa immersione nella lingua. Capisco il 90% di quello che le persone dicono (escludendo termini tecnici e slang), ma sono muta come un pesce. Il mio tedesco è di una passività imbarazzante, insomma: non ricordo un sacco di parole che conosco e riconosco.
Cambierà, cambierà…
Cambieranno molte cose, a Berlino.
Bath è deliziosamente raccolta e inglese, e con “inglese” intendo tante di quelle cose che non saprei né dove iniziare né dove finire. Ne amo la topografia, e queste architetture vecchie secoli che sono state rifatte e poi rifatte e poi rifatte, ma rifatte all’inglese, dipingendo sullo sporco e ricostruendo senza riempire i buchi, con il risultato che ogni tanto apri una porta e ti trovi in un dungeon, o sbirciando oltre a un ponte intravedi mondi sovrapposti.
Capisco molte cose, qui, o, per meglio dire, le ri-colloco.
Ri-colloco tutto il fantasy – che non è per niente fantasy, ma solo una copia poco fedele di certi ambienti. Scopro che Burton non è geniale quanto pensavo: ha semplicemente fatto del sincretismo tra inglesismi e fantasia il proprio punto di forza. Sono entrata nella cucina di F, qualche giorno fa, e non potevo credere a quello che vedevo. F vive in una vecchia palazzina, con i muri mal dipinti e scrostati, muffa e ragni, e librerie di pesante legno ricolme di classici polverosi. La cucina, invece, non so come descriverla. Dire che è un accumulo di cose non è abbastanza. Per descrivervi quella cucina dovrei sapervi descrivere una certa cultura inglese fatta dell’usanza di accumulare cose e poi dimenticarle lì, e inglobarle – così malandate – nel prossimo restauro. Il vecchiume diventa scenico, insomma. Non te ne curi e lo abbandoni lì quando vi accosti un costosissimo pezzo d’antiquariato, o i fornelli più economici che hai trovato sul mercato. “Trasandatezza” non rende l’idea. E’ qualcosa di più. E’ una specie di trasandatezza significata, che accumulando polvere diventa tradizione, e quindi di valore – anche se è sporca, marcita, così piena di polvere da essere anti-funzionale. E’ come l’esistenza della Regina, insomma.
Ho capito il senso della moquette vivendoci sopra, e non congelando camminandoci senza ciabatte. Ma non capirò – né io, né VB, né I, né il curdo all’angolo da cui mangio hamburger – mille altre cose. Non capirò perché nei pub mettano la moquette e riempiano i bicchieri fino all’orlo e si prenda da bere al bancone per poi portarlo al proprio tavolo. La combinazione di queste cose ha come inevitabile risultato una moquette quotidianamente cosparsa di birra – eppure non cambiano. Non risolvono il problema strutturale lavandola tutti i giorni, anzi, la lavano assai di rado. Voi li capite? Credo la soluzione non sia capire, ma fregarsene. Fregarsene al punto di ignorare. L’atteggiamento inglese è riassumibile in un they don’t care. They just don’t care – non importa che la moquette sia irrimediabilmente sporca, che un miscelatore avrebbe un senso logico mentre non ne ha installare due rubinetti separati, che se scartavetri il muro prima di dipingere la pittura non si staccherà in un mese e quindi non dovrai ridipingere di nuovo – they just don’t care. Nello stesso modo, se ne fregano del freddo. Non che non ne abbiano, ma è come se il provare freddo non accendesse in alcuni inglesi la lampadina che suggerisce “sai che potresti trovare una soluzione e applicarla ogni volta?”. Invece contemplo una studentessa venire a lezione in pantaloncini e infradito a fine ottobre.
Ma è bello così.
E’ bello perché è pittoresco. E’ bello come le privazioni di una baita in montagna. Sono quelle tante, piccole cose di cui devi privarti per poter godere di altre. La rinuncia a queste tante piccole cose mi fa sentire fuori dal tempo – siamo nel 2012, e so di essere nel 2012 quando sono in università, ma nel resto di Bath potrei essere ai tempi di Enrico VIII o in epoca vittoriana. Ho, insomma, l’impressione che certe cose non siano mai cambiate. I cortigiani di Enrico VIII lordavano i pavimenti a pranzo e cena, e oggi è lo stesso. Allora le case avevano finestre cigolanti e pronte a far entrare ogni spiffero, oggi non è cambiato poi molto.
In cucina non ho un calorifero, ma una stufetta fissata al muro. Ho in verità smesso di chiedermi quale sia la soluzione migliore. All’attuale stato delle cose, entrare in cucina significa fare un viaggio spazio-temporale e trovarsi nella Siberia di cinquecento anni fa – poi accendi la stufetta e nel giro di qualche minuto tutto si normalizza. Ma ho smesso di patire quel cambio di temperatura. C’è, ma fa parte della quotidianità. Essendo inevitabile, smetto di cercare una soluzione. Essendo un problema diffuso in diverse abitazioni, smette di apparirmi anormale.
I clienti medi al locale in cui lavora VB potrebbero essere scritturati per un film sui pirati ambientato in un anno a caso dal sedicesimo al diciannovesimo secolo. Non puoi non amarli, per questo. Sono il prodotto di una vita a bere quotidianamente, con le estremità rosicchiate dal freddo, e sono quindi uno stereotipo che raramente puoi incontrare. La “civilizzazione” ha appiattito la varietà. In Inghilterra la civilizzazione è un concetto su cui varrebbe la pena di scrivere una tesi. L’Inghilterra che ha conquistato mezzo mondo in nome dei lati positivi della civilizzazione, e che è così retrograda da altri punti di vista. Ma comunque, amo i clienti del pub. Amo i vecchi pirati e il ragazzo allampanato e ingellato che attacca bottone al bar, con le scarpe eleganti e dei calzini infeltriti che più che farsi intravedere si impongono alla vista. Amo tutte le accoppiate di amici che girano ubriachi alle 11 di sera, attaccano bottone con una scusa qualsiasi, e finiscono con l’aggrapparsi l’uno all’altro in un delirante crescente nonsenso. Amo le inglesi seminude che, totalmente ubriache, ti abbracciano e baciano – e suona come molto allettante, lo so, ma sono così ubriache che devi contare i secondi rimanenti prima che vomitino.
Amo tutte queste unicità, ma mi manca un po’ la civiltà, normale e noiosa.
Non vedo l’ora di essere a Berlino. Tale Sehnsucht viene acuita dal fatto che sono a Bath – questa pittoresca cittadina che impone tante privazioni. Mi manca persino l’Italia, stando qui – ho vaghi ricordi di questa terra in cui non piove sempre, in cui sia il privato che il pubblico sono mediamente puliti, in cui la vita pubblica non ti mostra un 90% di gente che beve e beve e beve (anche perché non c’è molto altro da fare). Bath è, come ha fatto notare VB, una nave: vivere qui è come vivere su una nave. Galleggi e viaggi, in stanze piene di spifferi e umide, con scale strettissime e del rancio a cui preferisci una birra. Ma sei in viaggio, e ti senti attivo – se ti fermi congeli.
Il gioco a cui vengo sottoposta a ogni uscita è: “Da dove vieni?” Il mio accento è abbastanza fottuto da confondere i madrelingua. Ondeggia tra il tedesco, il francese, lo slavo (so che “lo slavo” non è una lingua, ma sono gli inglesi a dirmi che ho un accento slavo – come se il russo e il ceco fossero simili), con punte memorabili che mi hanno vista essere presa per una serba (ma perché proprio serba?). Amo appartenere a una non-categoria – amo impedire alle persone di categorizzarmi, ma lo sapete.

Come ho detto ad alcuni di voi, al mio ritorno organizzerò una cena. Ripensandoci bene, pensavo invece di organizzare un party a tema, il cui tema è: “Fumare e bere su un divano in un interno”. Sapete quanto mi manca? No. Lo voglio così tanto da farmi sentire come fossi al fronte – solo al fronte, cazzo, può una persona ossessionarsi così tanto con una simile stronzata, no? E invece no.
Sorseggio il mio chai con latte mentre rispondo a S che no, stasera non esco, me ne sto a casa. Me ne andrei con piacere al pub dove VB sta lavorando per ordinare una pinta di Corvus, chiacchierare a caso con gli autoctoni (“Ho scritto un saggio.” “Su cosa?” “Multi-level governance.” “EH?”), trovare qualcuno che mi offre un’altra pinta (la tentazione di farmi offrire da bere da ogni attempato inglese che vuole fare il brillante per poi ridere alle sue spalle è sempre forte, ma Kant mi trattiene sovente), bere abbastanza da voler ordinare un uovo sottaceto con patatine, bere una terza pinta e congelare mentre torno a casa.
Ma non lo farò.
(Sono brava, eh?)
Invece, andrò a fumarmi una sigaretta al gelo qui fuori, salutando i ventisette ragni che mi circondano mentre scorro il giornale, e mi rimetterò a studiare.
Amen.

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