Lobbying & Robin Hood

La tradizione del tè pre-sonno è tutta italiana e decisamente recente.
L’ho coltivata per una manciata di mesi, quando ero ancora in Italia.
Tè: “Quella cosa che sorseggio prima di andare a dormire – dopo la giornata appena passata, prima della sua fine”.
Ora ho tre medie in corpo (due Guinness, una Beck’s), e il tè mi farà concludere la serata. Mi aiuterà a digerire lo squisito cheeseburger – che credo sia squisito, e l’unica cosa che so è che lo è, lo è stato stasera e quell’altra volta, ed entrambe le volte ho ingurgitato alcol in quantità necessitando quindi una variante nutritiva.
Avrebbero dovuto essere tre Guinness, ma al secondo pub avevano solo bionde. Preferisco la Guinness. (Preferisco la Murphy’s, a dirla tutta.) Ma stasera ho cercato di sdoppiarmi – dal Porter’s all’Adventure al Porter’s – e non si può sempre avere tutto, no?

A mi ha definito la sua cattiva coscienza. O, meglio, e più teneramente: il diavoletto che ha, astratto, sulla spalla. Un paio di ore dopo mi ha detto, stupita, che la stupisce quanto io riesca a riassumerla. Non è ovvio, dato che è interessante e mi piace? No, non lo è.
L’ho guardata spiegare a S, greca a sua volta, cosa sarei io per lei. Le ho osservate annuire. Mi sento a casa, insomma.

Ho le mani devastate dal freddo. Freddo-umido, come spesso lamento. Anche la madre di Jane Austen lamentava l’umidità di Bath, dice la guida. Freddo-umido e il fatalismo che ne consegue: a un certo punto ti arrendi. Te ne rendi conto quando, proponendo a ANY di uscire dal pub per fumare una sigaretta, non ti premuri di raccogliere il cappotto per coprirti. Who cares? Non sono ai livelli delle ragazze inglesi, capaci di vagare in mini-minigonna, senza collant, canottiera e infradito l’11 ottobre (11°). Più ubriache di me, è vero – decisamente pià ubriache della sottoscritta – ma non riesco a non stimarle. Anche se è (solo?) abitudine.

L’idea originale era: una serata tranquilla tra amici (in procinto di diventare) intimi. Ma Bath è Bath. Bath è quel luogo in cui raccogli un cheeseburger in centro, chiacchierando con il tizio che te lo vende tanto per, e mentre torni a casa a piedi bussi al pub che ti ha ospitato per due settimane, e fai due chiacchiere con quell’Aussie dall’accento così pesante che quando cominci a capirlo ti senti fiero di te stesso, e che adori. (E’ tenero, oltre a quell’accento – e oltre ai suoi modi di fare così esasperati.) Gli riassumi la tua vita (ossia le ultime due settimane) e forse sì, domani, quando VB arriverà, passerai al pub – ma lui non ci sarà, peccato – beh, passerai un’altra volta.
Quindi.
Doveva essere una serata intima ed è finita con l’essere la solita serata dai mille stimoli e spunti.
Anna sarebbe dovuta venire – e, se fosse venuta, avrei abbandonato i miei amati internazionali per bere una birra con lei sola – ma Anna è Anna, e necessita dei suoi spazi, in momenti non preventivabili, e that’s it e così ho chiacchierato con l’irlandese e l’americano (Arkansas?) con cui dovrò fare una presentazione per un corso (l’ennesima presentazione per l’ennesimo corso).

Gli spunti sono così tanti che potrei scrivere vagonate di romanzi. Ma quell'”esotismo” funziona finché rimane tale, ossia finché ti è estraneo. Per apprezzare l’intrinseco fascino di un irlandese devi reificarlo: renderlo appositamente irlandese, e quindi guardarlo dall’esterno, apprezzarlo come costrutto, come possibilità.
Sarebbe ipocrita.
Sarebbe una menzogna.
Dovrei mentire a me stessa e fingere che sento l’irlandese abbastanza distante da me da percepire la sua diversità – lui, NYA, V, e – reificando – l’olandese pacata, l’americana anni ’50, e via discorrendo.
Sarebbe una menzogna perché mi sono tutt’altro che distanti.
Dovrei fingere, con me stessa, di conoscerli meno. Di vedere, delle loro persone, così poco da poterli riassumere con un solo tratto.
Dovrei tornare nella caverna platonica, insomma.
Bath non è la Germania che tanto mi ha viziato. Bath è fredda, umida, classista, disorganizzata. Ma ha i suoi buoni lati positivi, tra cui l’università, e quest’ambiente internazionale.

Mi vengono in mente i dorati anni Venti tedeschi, ma solo perché sono fatalista.

L’ideale sarebbe una via di mezzo, ma non so se la raggiungerò mai: tendo, troppo, a preferire l’oscillare vertiginoso tra estremi.
Cerco la via di mezzo a Berlino. Un anno a Bath, un anno a Berlino. Berlino: quel posto che vorrei chiamare “casa”. Forse non una “casa” completa, forse una casa provvisoria – ma meno provvisoria di questa, e di altre – altre case, altre situazioni, altri stati d’essere.
A mi dice che sono una corporate bitch e ride. Ride fingendosi imbronciata come quando mi dice che un giorno sarà fuori dalla finestra del mio ufficio a protestare – come quando mi dice che sono la sua migliore nemica. E io mi chiedo se, veramente, do quest’impressione. L’impressione – di A – che vorrei un giorno finire in politica – in qualche anfratto ben nascosto, uno di quelli per cui i movimenti sociali urlano all’ingiustizia. Do quest’impressione? Rido e la prendo in giro per il suo essere una no-global radical-chic new-age. Non ero io, la radical-chic?
Rifletto seriamente sul divenire una lobbista. Il punto è che non so per chi o per cosa. Lobbismo come atto performativo-critico – vorrei fare la lobbista per un’entità altamente criticata.
Insomma, l’avvocato del diavolo.
(Che, visto da un altro punto di vista, è una specie di contorto Robin Hood.)

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