Europeismi e altri ismi.

A mi mancherà moltissimo. “A” non è abbastanza, realizzo, perché ho conosciuto troppe persone, troppe il cui nome inizia con una “A”, quindi A diventerà ANY, perché A è newyorkese, e lo è tanto, ma proprio tanto, almeno nella misura in cui la fiction mi ha insegnato come un newyorkese dovrebbe apparire.
Comunque, ANY mi mancherà tanto.

V mi manca già.
Sono andata a trovarlo in ufficio, dopo un rincorrersi durato giorni.
Sono sempre occupata – sempre.
Mi libero per segmenti di 15-30 minuti, e faccio tutto il possibile per liberarmi, ma non è abbastanza.
Così, dopo aver discusso con I come strutturare la nostra parte di presentazione, sono andata alla ricerca dell’ufficio di V, trovandolo (e sentendomi quindi sagace, dato che l’università tende a essere un labirinto).
V mi manca già perché mi dà l’impressione di avere nostalgia di se stesso.
Gli ho domandato se ha intenzione, finito il dottorato, di tornare in Grecia. Mi ha risposto che non c’è nulla per cui tornare in Grecia.
Non so se le due cose – quella strana apparente nostalgia e il nulla in Grecia – siano collegate. V ha detto che aspetta una rivoluzione – non in Grecia, ma in un più generico “qui”. Non so se le due cose – il nulla in Grecia e le sue aspettative – siano collegate.

So, però, che mi manca una birra.
Mi mancava il mancarmi una birra. Bisogna vivere in certi luoghi – per ora conosco Germania e Inghilterra – per significare il “mi manca un birra”. Una birra in Italia non è la stessa cosa. Non è altrettanto buona, a meno che non si vada in un birrificio, ma in un birrificio non c’è quell’atmosfera di quartiere che tanto amo.
Il giorno in cui sono arrivata a Bath mi sono detta che, posati i bagagli, sarei andata alla ricerca di un pub per bermi una birra guardando la TV. Di fatto, l’ho fatto per sere e sere e sere consecutive. Ora, cerchiamo una via di mezzo.

E’ incredibile la facilità con cui ci si può appropriare di Bath. Basta posare il culo per una volta in un luogo e quel luogo diventa una specie di propaggine di casa tua. Andare a cenare in pigiama al pub è stato il picco massimo, ma ora cavalco vie di mezzo.
Sento l’università come una succursale di casa mia. Non so se ciò derivi dalla facilità con cui le persone si appropriano di Bath, o se derivi dal fatto che la casa in cui vivo non è esattamente casa mia (è in affitto, è ancora spoglia, a cinquanta centimetri da me, oltre alla finestra, ci sono ragni di ogni dimensione ad attendermi – letteralmente a cinquanta centimetri, letteralmente “di ogni dimensione”).

E’ facile sentirsi a casa all’interno del programma Euromaster.
Siamo pochi, per la maggior parte internazionali, e ci sentiamo nel fulcro caldo e pulsante del cambiamento. Bath trasfigura, divenendo un centro ipotetico dell’Europa.
So che guardiamo all’Europa con un’ottica poco condivisa. Ieri sera, scorrendo un manuale, sono inciampata in un dato statistico che già conoscevo: tendenzialmente le persone a favore dell’Europa – in svariati sensi – hanno meno di 50 anni e sono più istruite della media (e io sono ancora shockata da quando ho letto che solo il 19% degli italiani è laureato). Non so se le due cose – l’istruzione e l’europeismo – siano collegate. Forse l’europeismo deriva più dal clima che in certi circoli gira. E’ più facile essere a favore dell’Europa quando parli inglese (e altre lingue) e sei all’università e viaggi.

Diventerò umile.
Il carico di letture da fare è tale che sto cercando un nuovo metodo di studio. Il mio solito, profondo e accurato, metodo non va bene: non ho abbastanza tempo. Cerco di ottimizzarmi.
Il tenore delle aspettative è abnorme, a tratti. Tra i saggi che si possono scegliere per un corso figura: “What impact has the current financial crisis had on the management of EU economic policy?” Mi dico che gente e gente e gente, a ogni livello, dibatte ciò in ogni momento, polemizza e ragiona, e io dovrei scriverci un saggio, ossia un insieme ragionato di fonti e collegamenti?
Stavolta opterò per l’umiltà, scegliendo un altro titolo.

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