Pre-partenza con fallito tentativo di tirare le somme, o: C’est la vie

Sono tornata a casa fradicia, mutande comprese, godendomi la sensazione di essere vinta dalle condizioni atmosferiche. Romanticismo zum Tod, quello storico, in cui una Natura invincibile ha l’effetto di una chiesa gotica: atterrisce.
Niente di così epocale o fatalista, nel mio caso, ma impariamo a goderci le piccole cose.
Piove a dirotto, e la prendo positivamente: mi dico che è un assaggio del clima inglese. Il 15 parto per la perfida Albione, e nel mentre mi stresso, chiedo appuntamenti per vedere stanze e appartamenti, studiacchio l’Unione Europea, organizzo nevroticamente la valigia.
Ieri un tizio mi ha contattato per un appuntamento, lasciandomi il numero di telefono. Ho vinto l’accidia e i dubbi e l’ho chiamato. L’accidia è innata, mentre i dubbi erano giustificati: è da due anni che non parlo inglese veramente. Non riesco a considerare le poche ore a settimana all’università, con quel clima artificiale da gioco di ruolo senza sospensione dell’incredulità. Ho scoperto che, dal lato speaking, me la cavo molto meglio di quanto pensassi (il che significa che mi servirà poco, in Inghilterra, per tornare a un livello comunicativo buono), mentre dal lato understanding le cose sono esattamente come temevo: questi britannici li capisco poco. Socchiudo gli occhi e aguzzo l’udito, ma il britannico è britannico, e ci metterò almeno qualche giorno a capire tutto quello che mi dicono. Noto con rammarico che tendo già a storpiare la mia pronuncia in direzione di quella britannica – sì, storpiare. Ognuno ha i propri canoni.
Il tizio, che tra l’altro deve essere un vecchietto, mi ha tenuto a chiacchierare per qualche minuto, decidendo alla fine di offrirsi come guida per Bath – tutte quelle piccole cose che ti è utile sapere all’inizio. Non so quanto di fatto ciò mi sarà utile, ma intanto mi mette di buonumore.
Il fatto è che non riesco a prendere sul serio la parlata britannica. Ormai sono al di là del giudizio – ho fatto amicizia con troppi britannici per perseverare con la mia teorica antipatia – ma il fatto permane: sentirli parlare mi fa comparire un sorriso divertito sulla faccia. Con l’abitudine passerà anche questo, purtroppo – come rimpiango i primi tempi in Germania, quando il tedesco era un muro di suoni che adoravo ascoltare e cercare di decifrare.
Le prime settimane saranno stressanti, ma questa notte ho fatto un sogno che mi ha fatto realizzare che detengo un’insospettata ottica positiva.
Nel sogno io e VB visitavamo un monolocale. Sto considerando diverse opzioni, dato che mi raggiungerà in Inghilterra – una doppia, due singole, un monolocale. I monolocali che trovo sono a misura inglese, ossia minuscoli – e ciò non mi spiace – e inesorabilmente dotati di letto a parete. Nel sogno visitavamo un appartamento minuscolo, con letto a parete, di forma triangolare e decisamente vicino alla fatiscenza – e io mi entusiasmavo all’idea di pulire e sistemare tutto per rendere quel luogo accogliente. Insomma… Sono diventata un’ottimista? O è il mio insano amore per la pulizia e per l’organizzazione che infesta i miei sogni?
Le prime settimane saranno stressanti, e ogni tanto mi sono sentita sconfortata, con una certa voglia di azzerare tutto – me compresa. Il fatto è che non ci sono alternative che preferisco. La mia prediletta è questa, con tutto lo stress annesso. Altrimenti ci si annoia, giusto? C’è un certo piacere nello svolgere freneticamente attività in sequenza. Fa sentire vivi e attivi. E poi c’è tutto il resto – quel resto che comprende le mille piccole cose che tanto mi mancano: l’essere immersi in una cultura diversa dalla mia, in un mondo in cui si parla una lingua che devo migliorare (in Germania traevo piacere dal semplice parlare in tedesco o inglese, in quanto parlavo in tedesco o in inglese), e poi, beh, il master. Il master che a volte sminuisco e a volte ingigantisco, cercando una misura più vicina all’obiettività. E’ un master per studenti dagli altissimi voti, e i posti erano pochi. E poi è un Euromaster, “Contemporary European Studies”, e l’idea di concentrarmi sull’Europa ora, proprio ora, mi ispira moltissimo, ancor più di quando ho fatto domanda.
Poi ci sono i dubbi – perché altrimenti ci si annoia – e la sensazione onnipresente di sentirmi un’intrusa. Non è una sensazione immotivata. Passare da un artistico a lingue (e culture) non dà esattamente l’idea di un percorso coerente. Ma passare da un artistico a lingue (e culture) per laurearsi con 110&lode dà una soddisfazione che giustifica la sensazione di estraneità. Questo master non è distante dalla mia laurea, per quanto concerne il mio campo di studi, ma parte (ovviamente) la vocina interiore che mi dice che devo saperne sull’Unione Europea quanto un laureato in giurisprudenza, da cui deriva sì lo stress, ma anche questo sentirsi spronati a dare il meglio (perché ovviamente voglio concludere il master al massimo).
Passando alle facezie, per la partenza ho fatto acquisti utili e inutili. Tra gli utili figurano un trolley, un asciugamano, calzini e altre piccole noiose cose. Tra quelli utili figurano due paia di jeggings, di cui uno color senape. Il color senape pare andare di moda, con la conseguenza con l’ho visto reiterato in molte vetrine. Ho realizzato di esserne contortamente attratta, ed eccoci qui. L’altro paio è rosso sangue. C’è poi un vestito nero e rosso, dei gambaletti in tinta, un enorme portafogli nuovo.
Per la partenza mi sono anche dedicata, per motivi utili e inutili, a un po’ di esercizio fisico. Ovviamente ne parlo perché è da qualche giorno che non ne faccio – e can che abbaia non morde. Ma per qualche tempo ancora potrò permettermi di mettermi in posa davanti allo specchio, che è uno dei modi in cui mi rilasso. Mi chiedo se, nei giorni che passerò in ostello, riuscirò a fare esercizi. Il lato utile, a parte l’avere un corpo funzionante, è che gli esercizi sfogano. Sono parte del rituale di chiusura di una giornata: esercizi, sudare come un cavallo, doccia.
E’ incredibile la facilità con cui si sviluppa una dipendenza.

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