Dio, il Diavolo e la Morte.

Ieri si moriva di caldo, ma ho fatto del grog.
Il grog è una tradizione per partito preso, la tradizione per chi di tradizioni ne ha poche.
F. mi ha chiesto se volevo farla ubriacare, ma il grog non fa ubriacare. Rilassa, come un buon whiskey, ma è meno pesante. E’ un the caldo alcolico. E’ socializzante, e lo faccio con la compiaciuta premura che certe persone utilizzano mentre cucinano per altri.

Ieri si moriva di caldo, e ho proposto a F. una passeggiata in centro.
Di solito mi trovo nel ruolo di anfitrione di questa cittadina che è stata riassunta nel termine “rispettabile”, con i pro e i contro dell’aggettivo, ma soprattutto con i sottintesi e gli scheletri nell’armadio che suggerisce. Ho sperato che una passeggiata potesse addolcirle la pessima visione che ha della Rispettabile. Una specie di esorcismo.
Un aperitivo nel solito locale aperitivi, perché è liberty ed è sul lago e riesce a mantenere un’atmosfera in qualche modo rilassata – nonostante l’onnipresente “rispettabilità”.

Non so quanto F. sappia quanta impressione mi faccia trovarmi a guardarla così. Un “così” che è tra l’affetto, la commozione, il compiacimento, il sentirmi onorata e non so che altro. Non so quanto, quando mi ha conosciuto, abbia avuto modo di assistere a certe mie espressioni. Io stessa me le sono viste addosso di rado. Ricordo qualche volta, mentre osservavo VB da lontano interagire con altri – in quel modo, che ha i suoi lati buffi (ma pare che ci piacciamo a vicenda a causa di lati buffi), che la fa tanto amare dalle persone. La ricordo farmi tendere le labbra mentre osservavo altre persone, quelle persone che sono grata di avere la fortuna di conoscere, muoversi nel mondo, nel loro piccolo/grande. E’ un’espressione che a sua volta mi fa sentire grata.

F. mi ha dato ridendo della sfasciafamiglie, una definizione che applicata su di me sarebbe così scontata che non l’ho mai presa seriamente. La ignoravo per questioni emotive camuffate da ideologiche, credo: quel lieve astio provato per chi concepisce la monogamia come unica, naturale, soluzione, e quindi giudica il restante mondo partendo da quella base. Da quella base non posso che essere una sfasciafamiglie, non volendo costituirne una in senso classico.
Ma F. me l’ha detto dopo avermi a lungo parlato di quello che ormai è il suo ex-ragazzo, che allora non lo era, di un rapporto che l’ha depauperata e ha fatto sorgere in lei lati che non si aspettava, né io mi aspettavo. C’è del bene in tutto: anche in fondo all’abisso ci sono specchietti in cui scoprire cose di sé, belle o brutte che siano. Ma comunque. Comunque me l’ha detto dopo ore che la guardavo soffrire di quel rapporto pre-famiglia che non sarebbe mai diventato una famiglia, e ho pensato che fare la sfasciafamiglie potrebbe essere persino un mestiere lodevole.
Mi sono trovata ad assistere, per metà – quella dalla parte di F. – alle ultime gocce di sangue spremute da un rapporto. Ho dormito a denti stretti: me l’ha detto lei al risveglio, quando l’ho trovata a guardarmi con un sorriso che ti apre il cuore, e me lo dice il mal di mascella che ho. Ho dormito a dentri stretti per la tensione, che tante cause hanno creato che sicuramente me ne sto perdendo qualcuna.
Ho cercato, mentre vivevo dal boudoir questo dramma umano, di mantenere un equilibrio. Mi ero detta, settimane fa, che forse il mio ruolo in tutto questo sarebbe stato quello di sfasciafamiglie, nel senso di “la goccia che fa traboccare il vaso”. La scusa, il simbolo, il limite. L’Altra, anche se non lo posso essere veramente a causa di quell’articolo determinativo che mi darebbe un ruolo inseribile in una mappatura socialmente condivisa. Ma siamo come veniamo visti dagli sconosciuti, per gli sconosciuti. Ma comunque. Mi ero detta ciò, l’ho dimenticato, l’ho ricordato solo stanotte, quando ormai mi era chiaro che F. aveva in testa il contrario: non approfittare della mia entrata in scena. L’ho apprezzato, con un sorriso interiore grato. E ho cercato di mantenere un equilibrio tra le parti.
Mi dispiace per lei, ovviamente. Mi dispiace anche per il tizio, che cerco di capire, che non mi riesce neanche poi così difficile capire – anche se quella sottoscritta che poteva somigliargli è storia vecchia – e che non volevo stigmatizzare con le mie parole. Mal sopporto il trucchetto di demonizzare il prossimo per levarselo dalle palle e dal cuore. Niente capri espiatori nel mio mondo ideale. L’equilibrio da trovare è quello che ti permette di vedere i lati negativi di una persona, quelli che ti sarebbero negativi, senza spingerla nel baratro dei colpevoli o dei pazzi.

Scrivo l’ultima parte dell’ultimo capitolo di Rush in Peace. Questione di qualche pagina di moleskine. Questione di briciole. Lo finirò entro il termine che mi sono data: l’arrivo di VB.
Arriva domenica, e la cosa mi rincuora. Quando l’ho salutata l’attendeva un mese pesante e frustrante. Odio la nostalgia, tutte le nostalgie, e quindi chissà quante mi sono nascosta in fondo. Quella che riguarda lei è facile da portare a galla: basta mettere le cuffie e far partire The Wings di Gustavo Santaolalla. I film ti rimangono impressi quando ti danno l’impressione di raccontare te – e tra montanari, pecore e lunghi periodi di lontananza Brokeback Mountain ha saputo essere particolarmente laido.
L’ho rivisto, con lei, dopo la mia prima dipartita dall’Italia – per la Germania, allora.
Viene qui domenica, e la vedrò per poco – poco rispetto alle volte scorse. Parto di nuovo, e chissà quando e come la vedrò. Mi fa tenerezza e rassicura – e non so quale delle due cose sia preponderante – il suo dirmi, ogni tanto, che non devo illudermi perché non mi lascerà sola per troppo tempo. E’ una creatura adorabile all’antica, quell'”antico” che forse non è mai esistito se non in libri e film nostalgici, e che parla di romanticismi eroici sciorinati con ostentata leggerezza.
Una volta mi dicevo che avrei voluto volere altro: desideri più vicini, meno azzardati, meno stressanti. Quella tripletta “casa-lavoro-famiglia” che ogni generazione depone come aspettativa sulle spalle della successiva, e di cui vagamente comprendo l’attrattiva. Ho cominciato a smettere di dirmelo osservando quanto utopico sia diventato realizzare questa tripletta di sogni apparentemente modesti. La Crisi, si dice. Sarà la Crisi. La Crisi sta avendo il ruolo che l’Apocalisse ha nei periodi storicamente depressi: diviene una speranza, la speranza che il grande terremoto faccia piazza pulita. Non ho l’entusiasmo delirante dei dorati anni Venti tedeschi e francesi, a riguardo. Non godo compiaciuta di tutta questa depressione. I Venti sono passati e con loro ciò che è seguito. Fallito il positivismo, è fallito anche l’idealismo eroico – poi è fallita la rinascita ottimista dei Cinquanta, le Rivoluzioni sognanti dei Sessanta e così via.
Eccoci qui.
Tolto l’entusiasmo pre-suicida degli anni Venti, rimane una specie di tiepida speranza. Non so in cosa. Sono cresciuta ponendomi mentalmente in situazioni apocalittiche – ciao, personalità borderline – mentre non sapevo affrontare i piccoli squallidi problemi della quotidianità borghese. Ho fallito diverse volte, con fallimenti maiuscolati a causa del rigetto delle triplette di sogni modesti. Sono diventata una creatura definita rara ed encomiabile da alcuni punti di vista, ma che sa di essere handicappata da altri. In certe situazioni ci si domanda se sia meglio invocare la clemenza degli eventi o se invece sperare che il mondo ti ponga alla prova. Almeno saprai, ti dici. File di idealisti amareggiati, negli anni Venti, invocavano la Grande Purga con il tono sprezzante di chi sa che sopravviverà all’anarchia. Avevano appena fatto la guerra, e costituivano una delle prime generazioni di ex-soldati che la patria non sa dove infilare perché hanno smesso di sapersi infilare – o forse non hanno mai imparato. Non abbiamo avuto una guerra, e mi inquieta il pensare che chi ne ha vissuta una con coscienza sta morendo di vecchiaia. Mi inquieta pensare che chi avrebbe qualche consiglio da dare è probabilmente affetto da rincoglionimento senile.
C’è una vaga paura di sottofondo, ma è come la nostalgia: la odio così tanto che la caccio a fondo, facendola divenire latente.
Mi torna sempre in mente una non-parola, una parola tedesca in cui inciampai quando non conoscevo il tedesco, e che descriveva il sentire il male del mondo. Cerco di ricostruirla, ogni tanto, combinando sinonimi attaccati da “s”, ma vago ancora insoddisfatta. Chissà se trovandola troverò anche altro? Una risposta a quel sentire. Intanto ho scoperto che posso sopravvivergli. Che non mi seppellirà sotto di sé. Ho imparato la leggerezza di un certo cinismo compassionevole, cercando di cavare il meglio dal cinismo e dalla compassione. Cercare sempre di cavare il meglio da tutto. Simpatizzo con l’ottica dei miserabili perché sono i sopravvissuti di una costante Grande Purga. Cerco quelli picareschi e scaccio infastidita alcuni sfortunati di Hugo, la cui bruttezza è figlia della miseria. Chissà chi ha ragione? Chi vede nella povertà l’occasione di migliorarsi o chi vi vede un inferno secolarizzato?
Vorrei saper avere davanti alla Morte un sorriso compassionevole, davanti al Diavolo un sorriso partecipe, davanti a Dio un sorriso comprensivo. Uno psicanalista mi spiegò che, secondo le teorie che l’hanno formato, alcune vittime divengono come i loro carnefici per evitare il conflitto. Il conflitto porta dolore. Asseconda il secondino e vivrai inferni un po’ più rassicuranti. E’ così? Voglio vendermi ai grandi dilemmi? Vorrei capirli abbastanza da poter sorridere al dolore e alla fatica.
Sono scesa abbastanza a patti con la Morte e con il Diavolo, per il momento. E’ Dio che continua a risultarmi un po’ incomprensibile. Se solo smettesse di ridere…

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