Di scrittura, precisione e anima.

E’ tardi rispetto a prima, quando già era tardi, e in realtà ho poco da dire.


Ho scritto. Sto scrivendo, in questi giorni, maggiormente due cose.

Una è Rush in Peace, abbandonato mesi fa per la seconda volta, ma che stavolta non lascerò in solitudine per abbastanza tempo da necessitare una rilettura totale dell’opera per continuarlo. Anche perché “l’opera”, allo stato attuale, è di 500 pagine. Quando lo ripresi in mano mi ci vollero 24 ore filate, minimo, per rileggerlo tutto. Non ricordo le ore con precisione, ma ricordo che con esse inaugurai una notte insonne dopo mesi.
E poi, manca veramente poco. Tre capitoli, credo, su una quarantina. Mi ha spinto per anni, quando lo abbandonai la prima volta, rimanendo come un brusio di sottofondo. Negli ultimi mesi, invece, è stato un continuo riprenderlo per poi accantonarlo di nuovo a causa di altri impegni. Ho scritto con costanza, ma con pause immense – una, soprattutto, durata mesi.
Mi sono accordata con Noesis, che ora – per legge di Murphy – ha poco tempo. Se RiP soffre di un parto così lungo è colpa di Murphy: quando io sono libera, Noes è impegnata; quando lei si libera, gli impegni capitano a me; e via discorrendo.
Mi sono accordata con Noesis: scriverò io da sola, anche i pezzi che sarebbero suoi, anche i pezzi che dovremmo scrivere assieme. Scriverò, ossia, in vece sua dei suoi personaggi. So emulare abbastanza bene il suo stile, ma lo sto facendo con l’ottica di stare solo abbozzando quelle parti: le rifinirà lei, lavoro meno gravoso del dover ogni volta riprendere in mano i fili del discorso e pianificare la trama – i cui fili si stringono sempre più, necessitando sempre più attenzione, ma non meno precisione, e così, di nuovo: Genauigkeit und Seele.

Sto procedendo anche con quel progetto che ha il provvisorio nome di AClub, che sta a “Athenaeum Club”. (Lo abbrevio perché, avendolo memorizzato con la pronuncia inglese, non ricordo mai se va prima la “a” o la “e”.)
L’AClub sarà probabilmente un racconto. Eviterà ossia il destino di molti miei progetti: il non sapere se saranno racconti lunghi o romanzi brevi, per poi finire con l’essere un’esatta indefinita via di mezzo.
L’AClub è postmoderno per un paio di fattori. In primis, la mescolanza di due tempi: l’Inghilterra vittoriana e l’oggi.
L’AClub, quindi, è postmoderno perché ciò è buon mezzo per il mio fine: criticare.
Scrivo per criticare, come ho appreso quando ero in Germania: stavo così bene in quella società che nessuno rigurgito mi faceva incipitare un racconto sensato. Mi domandavo, sentendomi vagamente stupida: “Cosa vuoi dissezionare? Le rotaie dei treni non arrugginite, fingendo lo siano? O vuoi fingere che la società che vivi mostri corruzione?” Ora, finire nel filone di critica dell’ipocrisia delle belle e sorridenti società borghesi non fa per me – né faceva per la me di allora. Il mio decadentismo era già decaduto.

Leggo Mittner e ammiro la sua prosa.
A volte mi dico che ho troppo interiorizzato il principio del “Renditi semplice e comprensibile”, perché ora sembro non saperne uscire. Oltretutto, tanta linguistica studiata è divenuta, una volta acquisita, fonte di autocritica: studiando, ossia, tanto la lingua e le lingue, ho messo in dubbio la mia padronanza della mia madrelingua. Ironico, no?
Potrei dare la colpa a molte cose. Un anno intero speso in Germania senza scrivere, ad esempio (stavo vivendo, si suol dire), seguito dall’avere poco tempo e uno stress apparentemente immotivato ma capacissimo di rendermi intellettualmente stesa, e creativamente sterile. Poi la tesi, il destrutturare il mio linguaggio, l’andare contro e non incontro a me stessa…
Ed eccoci qui.

Ho aperto una pagina Facebook per Gioco della rosa, finito eoni fa (durante o dopo la Germania?), che non volevo appassisse nel cassetto. Ora è gratuitamente richiedibile alla sottoscritta: chiedermelo non vi costerà nulla. E lo avrete gratuitamente.
Probabilmente a spingermi è stato in primis il timore che Gioco della rosa possa effettivamente appassire. Che sia figlio di un tempo molto circostanziato, e quindi abbia una data di scadenza. Ironico che mi ponga questo problema con un raccontolungo/romanzobreve che ha pochissime coordinate spazio-temporali.
Pesa poi il commento di un amico scrittore che stimo, che mi disse che Gioco della rosa sarebbe pubblicabile come libro non di genere, e quindi o mi trovo i contatti, o quel settore dell’editoria mi sarà precluso. Sono troppo combattiva e ottusamente ottimista per credergli del tutto, ma sicuramente ha influito.

Una volta sapevo alienarmi, e non so se ciò sia un bene o un male.
Ora Micio, salito sulla scrivania, mi poggia la zampa destra sulla spalla, estrae lievemente gli artigli e comincia a premere. Non è male, è fastidio: un modo di attirare la mia attenzione. Anche una volta ce l’avrebbe fatta con tanta semplicità?
Una volta sapevo alienarmi con molta più facilità, ma era anche l’epoca in cui mi riusciva difficile vivere il presente. Non che sia cambiata poi così tanto. Oggi, semplicemente, sopravvivere mi riesce lievemente meno oneroso.

A volte vorrei, e capita solitamente quando sono distante da un computer, scrivere lungamente di editoria. Non solo in generale, ma anche negli specifici: quella italiana, quella di genere, quella a pagamento, quella apparentemente non a pagamento.
Ho pubblicato emancipandomi dall’esigenza di doverlo fare, dico ogni tanto. Il prosieguo, invece, non è mai stato descritto nel dettaglio. Non vi ho, insomma, ancora tediati con le mie osservazioni su come abbia visto certe cose cambiare. Neanche sull’idea che ho, in generale, dell’editoria – soprattutto un certo tipo di editoria di genere. Ho maturato in silenzio la convinzione che la soluzione sia l’autopubblicazione, retribuita o meno. Sperimentiamo e sperimenteremo. Al momento mi è più importante saper scrivere in maniera soddisfacente.
Ho imparato in parte a mettere in atto quella terribile lezione che alcuni sfornatori di libri propinano: Scrivi ogni giorno almeno un po’, anche se non hai l’ispirazione. Non scrivo ogni giorno, ma ho imparato a scrivere senza ispirazione.
Intendiamoci: gli sfornatori di cui sopra hanno ragione. Se si vuole diventare sfornatori di libri bisogna scrivere, e tanto. La chiamerei letteratura-artigianato. Non me la sento di disprezzarla, perlomeno non più di quanto disprezzo l’umanità nel suo cercare soddisfazioni a pulsioni in libri, senza dare importanza al loro essere a basso o alto mercato. Dumas è l’esempio che più amodio: scribacchino tutto sommato incapace come prosatore, abile come narratore (ma chi apprezza I tre moschettieri apprezza il fatto che sia pieno di ripetizioni, alla pubblicazione dovute al fatto che bisognava ricordare ai lettori cosa era successo nella puntata precedente), iperquotato ed eletto a canone. Con o senza ghostwriters, non importa.
Vivo in un mondo che ama Dumas. E ora so semplificarmi e scrivere senza ispirazione, ma – ma – ma ci sono una serie di “ma” interiori, e così mi gusto il Mittner perché mi ricorda cosa apprezzo in potenziale della letteratura.

Non vorrei essere fraintesa: non partecipo di snob discorsi sulla scrittura artistica e non dozzinale. Non contatemi tra le vostre fila. Gli scribacchini pronti a graffiare con le loro anticate stilografiche tutti quei libri che a livello stilistico sono solo accettabili mi repellono.
Non che la forma sia secondaria rispetto al contenuto. Il punto è che devono coincidere, perfettamente (nella misura in cui tollero la parola “perfezione” in campo artistico), e quindi entrambi devono essere “alti”, laddove “alti” significa una serie di cose tra loro interconnesse e che solo in parte conosco. Immagino debbano essere rivelatori, pur di cose banali, o forse soprattutto di cose banali.
La mia sterilità di prosa, che tanto tenacemente combatto, la combatto prima di addormentarmi e sognando, perché è una sterilità di contenuti: poggio la testa sul cuscino e dico alla mia mente di vagare liberamente, di non scartare a priori nessuna connessione, di entrare nel fulcro delle cose e parlare da lì.
Qualche notte fa ho sognato la letteratura tedesca di fine Ottocento. Non ho sognato i libri, o gli autori, o le parole, ma proprio la letteratura in sé, come idea platonica manifesta. E credo sia un buon segno.
Il problema è ideologico: sono contro alle idee platoniche e a Jung, ma alla mia creatività servono.
E quindi, Kreatur, ripeti:
Genauigkeit und Seele.

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