Di fanatismi e distrazioni.

Una cappa di umidità asfissiante è nuovamente scesa, e così dovrò aspettare che si avvicini il tramonto – in questo luogo in cui il crepuscolo è così breve, e impercettibile, da confondersi con tramonto o notte – per i miei amati esercizi.
Ho coinvolto VB, che si stende come me a contare tre serie da dieci per volta. Le faccio sconti su addominali e braccia, e la faccio massacrare al mio posto sulle gambe.
Mi dà interiormente della “fanatica”, intendendo “fanatica di sé”, mentre mi guardo addome, braccia e avambracci dicendole:
“Guarda! E’ riapparso un muscolo!”
“Guarda come si è ingrossato il bicipite!”
“Awwww, guarda gli addominali alti gh gh gh!”

Ieri niente esercizi, ma niente riposo.
Ridicolmente, e come è giusto che sia, un’ora di seduta dall’estetista mi stravolge più di mezz’ora di esercizi.
Odio la ceretta, in ogni salsa, da ogni angolazione e quale sia il motivo che mi spinge a farla. L’unico modo in cui riesco ad accettarla consiste nel far mia l’odiata ottica dell’espiazione, dicendomi che tanta sofferenza sicuramente (?) porterà in automatico a qualcosa di buono. Di per sé. E’ l’ottica dell’espiazione, no?
Prima dell’ora di centellinato insopportabile dolore-fastidio, ho giocato con Ari, il pincher dell’estetista, il dobermann in miniatura che mi ha preso in simpatia e ha passato dieci minuti eleggendo la mia mano a giocattolo da rincorrere e mordicchiare.
Volevo mostrare a VB come un cane nell’atto di giocare morda con cortesia, modulando la forza con cui serra le mascelle a seconda della reazione più o meno dolorante.
Volevo mostrarglielo perché Eva, la pitbull afona che la madre di VB sta per portarsi a casa, è una pitbull, è una pitbull e sta ancora in canile e non a casa, e così diviene mitologica nel proprio essere pitbull: i cani da combattimento su cui sono sorte tante di quelle leggende che al confronto i pedofili possono sentirsi poco marchiati dal timore sociale. Eva che ignora gli altri cani, potendo, e che deve stare da sola in gabbia perché l’ultima volta che ha incrociato un molosso ha attaccato e ne è uscita con cento punti di sutura. Eva che ogni tanto, raramente ma inesorabile, sbarra i suoi occhietti vivacissimi su un target, come quella volta che l’ha fatto con il manico di una scopa, per poi azzannarlo alla velocità della luce facendo scappare l’inserviente. Eva che solleva discussioni sul tipo di guinzaglio da usare, museruola o non museruola, come si fodererà la cuccia che abbiamo montato per lei con i barboncini del quartiere.
E’ una cuccia in legno di abete, credo, o quercia – insomma, non ricordo e non conosco abbastanza l’ambito da dedurlo – che io e VB abbiamo montato sul terrazzo di casa sua rimpiangendo Ikea e il gioco facile. Vorrei trovare la persona che ne ha progettato il montaggio, con viti negli angoli interni che mi hanno costretto a posizioni ridicole e a un paio di vesciche, e sensibilizzarla alle esigenze di una donna sulla sessantina che vuole adottare una pitbull.
La madre di VB, espressivamente abbastanza asciutta, ha raccolto qualche secondo di silenzio per ringraziarmi con poche frasi dense, dicendomi che – senza me e VB – portare Eva a casa sarebbe stato difficile. Montare la cuccia, e la pellicola di plastica sul terrazzino per proteggere Eva dal vento, e i vasi da spostare, e altri pesi e piccole fatiche che per i suoi doloretti sarebbero stati immensi.
Ammetto di aver sudato sotto al sole asfissiante di questi luoghi, senza riserve, un po’ per sollevare un confronto tra me e l’Uomo Di Casa. Quell’uomo che giorni fa è sceso per strada, ha guardato me trasportare chili di pomodori e ridendo ha deriso la mia espressione un po’ affaticata. A cui è stato chiesto perché fosse sceso, che ha risposto che era venuto ad aiutarci con i pomodori, gli è stato fatto notare che li avevamo già presi tutti, si è offerto imbarazzato di alleviarmi da un sacchetto, e l’ha preso in mano accusando un peso che non si aspettvta. Quello stesso uomo che qualche giorno dopo mi ha detto “Provo io, che sono più forte.” e ha constatato l’ovvio: che quelle viti non andavano più a fondo. E via discorrendo.
Non sollevo paragoni per il mero gusto di farlo – benché questa sia una pratica a cui sono particolarmente affezionata. Lo faccio per destabilizzare strutture. Lo faccio per far vacillare l’ovvio – l’ovvietà che vorrebbe quell’uomo più forte di me, in cui crede, e che non viene confutata a parole. A parole, quando ho raccontato alla madre di VB l’episodio delle viti, ne ha riso e ha commentato abbassando la voce, perché lui non la sentisse sminuire il suo ruolo. Lo faccio per smorzare quel ruolo che lo investe di fatiche a lui riservate, che lo esentano da altri generi di fatica: apparecchiare, sparecchiare, portare bottiglie d’acqua per due piani di scale e via discorrendo – la vecchia fiaba dei ruoli genderizzati in casa.
Sollevo paragoni anche per opportunismo, dato che la madre di VB mi ha eletto a un ruolo posto a metà tra il genero e l’attendente: mi fa sgobbare. Mi porta a fare la spesa cercando di nuorizzarmi per mezzo di consigli sull’economia domestica, rinuncia sorridendone, e carica sacchetti e sacchetti di pesi che da sola non riuscirebbe a portare. Mi nuorizzo per alleviarla da alcune faccende quotidiane, trovandomi a cucinare per lei e il marito, e rispondo con un sorriso interiore ai consigli che mi chiede per farmi sentire parte della famiglia.
Mi sento una turista di usi e costumi aborigeni, che approccio come un parrucchierato esploratore da TV a pagamento farebbe in un documentario: resetto me stessa e provo il nuovo. Provo le faccende domestiche, la ricezione di consigli sul buon mantenimento di una famiglia che non formerò, perlomeno non con quella struttura, partecipo e rendo partecipi di piccole ovvietà. Quel modo di approcciarsi a cose che nella propria quotidianità si troverebbe assurde, ma che per una parentesi esplorativa si fanno diventare al pari delle proprie.


Ho letto L’apicoltore di Maxence Fermine, e ho riflettuto su questi narratori contemporanei manieristi. Perché ho pensato “Ecco cos’è il manierismo oggi!” finendolo, e rimasticando tra le sinapsi la struttura da fiaba morale, la retorica da saggio di periferia contemporaneo, e non trovando i contenuti che tale struttura e tale retorica avrebbero dovuto sorreggere.

Ho letto L’ombra e la meridiana di Maurensig, o meglio: ho letto Maurensig, stavolta L’ombra e la meridiana.
Maurensig è uno di quegli autori che fungono da casetta confortevole: lo conosco abbastanza bene, lo apprezzo moderatamente, ne conosco i difetti e le ripetizioni, ne degusto il valore individuale.
Quando, leggendolo, mi trovo a pensare che è veramente bravo, significa che i miei standard del periodo sono bassi. Intendiamoci: penso sinceramente che Maurensig sia bravo. E’ un ottimo osservatore. Sa, come credo dicesse Ungaretti – o quale altro poeta? – unire cose tra loro lontane. Ha una prosa adatta: forma e contenuto aderiscono bene l’una con l’altro. Ma finisce qui – sebbene quel “qui” sia molto al di sopra della maggior parte della letteratura che mi capita sottomano. Ma c’è un ma, benché non sappia bene quale sia.

Ho letto questi due romanzi in due notti. Sono brevi, e al confronto con Anni di cani si Grass divengono brevissimi.

Ho cominciato a leggere Lo scudo di Talos di Manfredi, a voce alta, con VB. Una nostra tradizione, il leggere a voce alta, mutuata da The Reader per affetto.
Lo scudo di Talos era in un autogrill, tra Monteromano e Civitavecchia, mentre bevevamo un caffè. Me l’ha indicato lei, mi ha rivolto uno sguardo noncurantemente interrogativo, ho risposto con un noncurante annuire.
Acquistato, VB mi ha detto che lo avremmo letto dopo la quotidiana sessione di esercizi. Le ho risposto che avrei urlato “SPARTANI!” a inizio e fine lettura. Nulla di ciò è stato seguito, ma abbiamo cominciato a leggerlo.


Fare esercizi fa bene al corpo e alla mente, come la Redbull e gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola.
Fa bene alla sottoscritta perché le lascia quella spossatezza da convalescente senza più doveri che fatico tanto a raggiungere, essendo una sedentaria speculativa. Ho bisogno di svuotarmi, ma non so farlo, così ho bisogno di farmi svuotare.
Sbattermi un po’ mi permette di rivendermi una mezza menzogna: “Hai fatto il tuo dovere.” Non è il mio dovere, ma ciò che conta è il percepirlo come tale.
A differenza dell’odiata ceretta, che è un migliorarsi per mezzo della sopportazione, dell’impotenza, del doversi arrendere, l’esercizio fisico è un esercizio di volontà, di ascolto di me stessa, di ragionare con il corpo anziché con la mente.
E poi ci sono i benefici secondari. Sono una fanatica, pensa VB, e mi accontento di piccole cose. Mi basta indossare la stessa maglietta dopo tre giorni e sentire come, ora, si tende sulle spalle. Come pieghe nuove si formino. Come il quadricipite formicoli. Mi bastano queste infinitesimali cazzate per distrarmi e non annoiarmi mentre cammino per strada e non ho altro da fare.

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