Di potenziali.

Ho troppe donne.
E vorrei parlare una lingua che non necessita l’uso del verbo “avere” per esprimere, con eguale potenza, un concetto simile a: “Attualmente ci sono troppe donne nella mia vita, e ovviamente dovete leggere quel ‘troppe’ come solo fintamente lamentoso”.
Vorrei anche poter dire un “Troppe donne mi hanno.”, sempre per poter fingere di lamentare con un sorriso sornione il fatto che attualmente ci sono troppe donne nella mia vita, che troppe non sono, e per potermi gustare la sensazione di essere suddivisa tra persone che mi piacciono.
Ma il verbo “avere” proprio non regge.
Gli amanti del “Usa il minor numero di parole possibili” riflettano su questo.

Scambio lunghi e densi messaggi con F, e mi stupisce come – dopo anni spesi a parlare con leggerezza, caricando poco la comunicazione, tentando poco di approfondirsi l’un l’altra – certi eventi siano letti in maniera così simile da entrambe. Mi toccherà attenuare la mia ottica del “Esistono tanti mondi quante persone viventi”. Oppure posso mantenerla semi-integra e dirmi che questa è un’eccezione.
Dopotutto, F è un’eccezione.

I ha finto di lamentarsi seriamente perché stasera non l’ho chiamata – come invece ho fatto nei giorni precedenti.
Di fatto, ci avevo pensato – Potresti chiamare I – decidendo poi di procrastinare. Così la creatura non si vizia. (Anche se lei ha tenuto a precisare, adorabile creatura, che non si tratta di un vizio, ma del fatto che le fa piacere sentirmi al telefono. Adorabile creatura, per l’appunto.)
I è la creatura diciassettenne di cui parlai su questo blog un po’ di tempo fa. Allora contava molto il fatto che fosse una diciassettenne, e per più di un motivo. In primis, ovviamente, perché mi chiedevo come io – io, che tanto blatero di come la pedofilia sia stata tabuizzata, di come ormai si dica “pedofilia” per “pedomania”, etc etc – avrei visto me stessa nel momento in cui avessi provato attivamente a iniziare un rapporto con una diciassette (faccenda che non tira in causa la pedofilia direttamente, ma i tabù hanno una pregevole capacità d’estensione). Chi tra i coevi presenti mi conosce sa che nella mia testa non esistono categorie di rapporti, che non distinguo tra amici, amanti e sposi, e quindi saprà che “un rapporto” significa in potenziale tutto. Ma, insomma, come mi sarei vista? Ero veramente libera da ogni tabù a riguardo?
Ora I non è più primariamente la creatura diciassettenne, se non per prenderla in giro per la sua minore età. I è I – che è sempre un’adorabile creatura dall’aspetto e dai modi più che attraenti, e che ho scoperto anche essere una persona con cui amo chiacchierare. Dio o chi per lui vedrà come andranno le cose, ma nel frattempo mi sto affezionando a I – al punto che accetto di creare aspettative. Nel frattempo, mi sono dimenticata di rispondere alla domanda sul mio avere o meno tabù, e ciò perché evidentemente non ne ho. Punto a me (e gne gne gne, aggiungerei, ma non saprei a chi rivolgerlo).

VB è sommersa dallo stress, e io cerco di reggere con e per lei. Sono una creatura troppo empatica, incapace di alzare veramente barriere tra me e il prossimo, e così lo stress altrui diventa il mio.

Ho sognato, la notte scorsa, di percorrere un pezzo di strada, diretta verso un ufficio. Nel percorrerlo, incrociavo una tizia che indossava un burqa. La parte non coperta del suo viso – quella che dovrebbe lasciare scoperti gli occhi – scopriva un lembo di pelle privo di occhi. Insomma, la tizia sembrava non avere occhi.
Essendo, come nel 99% dei casi, cosciente di essere in un sogno, mi sono quindi domandata: “Il sogno sta per virare in direzione dell’incubo?” Non avendo voglia di soffrire l’ansia di un incubo, mi sono avvicinata alla tizia e ho cominciato a parlare con lei.
Alla tizia non sono spuntati gli occhi – che non aveva, effettivamente – ma le sue risposte (in tedesco) mi erano comprensibili, avevano insomma un senso, e quindi anche lei ne ha acquisito uno. Insomma, era una verosimilissima persona, semplicemente non aveva gli occhi.
Al risveglio ho riflettuto sulla mia reazione a tale stramba creatura, e mi è piaciuto scoprire che nella sfera onirica affronto l’Altro tramite il dialogo – non so se accettare con tanta semplicità l’altrui mancanza di occhi sia sintomo di tolleranza o follia, ma amen.

VB è stressata e vivo con lei ragioni e situazioni stressanti, cercando di reggere al meglio. Come temevo, Monteromano è un paradiso se sei uno scrittore in cerca dell’eremo, ma taglia ogni possibilità di avere contatti con la società.
C’è, ovviamente, una società locale – ma è quel genere di micro-società vagamente chiuse che si sviluppano nei paesini in mezzo al nulla, con le sue regole implicite che neanche intuisco, e che nessuno mi accuserà di snobismo se definisco un po’ retrograda. Non che la suddetta società mi infastidisca – sono i miei amati montanari a essere totalmente incapaci di accogliere tra di loro il diverso – ma, semplicemente, coesistiamo su piani diversi. Insomma, faccio la turista a vita.
Vado a fare la spesa nei deliziosi alimentari locali, puntando sui prodotti tipici, cercando la ricotta appena fatta, e mi metto più che comoda sulle sedie del pub (che non è un pub, ma vuole tanto esserlo) a trenta metri da qui, che a livello di cucina fa schifo, ma che ha birre ottime. Lo propongo ogni tanto a VB: “Una birra?” Perché la birra è magica: da sola è capace di allentare tanto stress, ed è pure capace di rendere me una migliore allentatrice di stress (mio e altrui).
Poi ci sono gli aperitivi a Tarquinia, in quella libreria-caffetteria che è veramente una libreria-caffetteria, e non una libreria che scodella prosecco, né un bar che espone libri. Ha quell’atmosfera tra l’intellettuale e il rilassato che è tanto difficile creare, e che amo. Ho amato farmi offrire da bere da VB, lì, accavallando le gambe in uno di quei vestiti che “addolciscono le forme” (me lo dice ogni tanto la madre di VB, che dovrei truccarmi un po’ per addolcire la forma del mio viso, e io non so come spiegarle in modo comprensibile che ho speso l’adolescenza a volere un viso secco e incavato, ben delineato, e, insomma, dolce ‘sto cazzo), mentre le e mi sottoponevo libri che sarebbero stato sì interessanti comunque, ma che risultavano promanatori di verità se sfogliati con del prosecco in corpo.
Ci sono le spiagge e il mio aver deciso che mi abbronzerò – mi sto già abbronzando, rendendomi irriconoscibile a me stessa.
C’è il gelato sul lungomare con VB e due suoi amici dall’aspetto di modelli, che fanno coppia e che hanno un chihuahua adorabile.
C’è la visita a G, l’accompagnatore turistico che arrotonda facendo la drag queen, che mi ha fatto un massaggio divino mentre faceva pausa dal cucire l’outfit del prossimo spettacolo, e l’osservare imbambolata l’ago della macchina da cucire disegnare forme.
Ci sono tante piccole cose da turisti, tra una giornata solitaria a Monteromano e l’altra.
Tra una giornata solitaria a Monteromano e l’altra, F mi ha ricontattato.
Non so come riassumere cosa mi abbia detto. Potrei dire: “Ha aperto le dighe”. E il suo aver aperto le dighe ha fatto sì che si aprissero anche le mie. Vorrei parlarne, vorrei saper riassumere senza ricorrere a stereotipi, ma per pigrizia direi: “E’ stata la mia prima ‘ragazza’, ci ho vissuto un melodramma, siamo rimaste legate l’una all’altra fino a oggi – devo aggiungere altro?”
Ovviamente devo. Devo perché ogni rapporto è unico – e così, in questi giorni, rifletto su come sia fatta F, su come sia fatta io, su cosa di me sia stato costruito dalla mia relazione con lei.

Vorrei dire che “Tre donne mi hanno.”, perché ciò mi permetterebbe di indulgere nell’immagine della sottoscritta che si fa tre in e va in tre posti contemporaneamente, faccia a faccia con tre persone contemporaneamente.
L’ultima volta in cui la mia presenza era richiesta da più di due persone per volta ho sinceramente desiderato che mi si facesse a pezzi, si desse un pezzo a ogni richiedente, e si lasciasse la sottoscritta a dormire fino alla fine dei giochi.
Ora vorrei attivamente essere fatta in tre pezzi, mentre la sottoscritta vive in tutti e tre.
Potrei anche desiderare un mondo minuscolo, così piccolo da far sì che la distanza geografica massima sia percorribile in mezz’ora a piedi, o ancor meglio tutti nella stessa stanza – tutti quelli che voglio io, ovviamente, ma perché sto dicendo cose tanto banali?
Il fatto è che sono giorni statici e intensi al contempo. Ci sono così tante cose da dire, e che vorrei fare, che mi trovo senza fiato per tutti i tentativi di dar loro voce, e che falliscono, che cercano di riassumersi e alla fine rimane questo: una serie di banalità.

Amo essere grata.
Essere grati implica l’avere un motivo per esserlo.
Avere tale motivo implica l’essere fortunati.
Ho la fortuna di conoscere persone per cui sentirmi grata.

Ho ascoltato infinite volte Bella di Cocciante, scritta per il musical Notre-Dame de Paris.
Ho uno strano rapporto con Hugo, scrittore romantico e vate della propria epoca. L’ho adorato per anni – gli anni dell’adolescenza – per poi riprenderlo in mano un paio di anni fa e scoprire che non lo sopporto più. Non sopporto il suo cattolicesimo pervasivo – non la mistica, ma la morale, non sopporto – di cui una volta neanche mi rendevo conto. Mi rendevo conto del fatto che era capace di concepire due tipi di donne, le classiche “la santa” e “la puttana”, ma suvvia, è un vate dell’Ottocento, che pretendere?
Bella ha il suo fascino in quest’ottica. Riassume tre modi di amare una donna, la stessa donna, da prospettive diverse. Ha sempre mosso il mio cuoricino di Casanova della domenica, che ama come si fa arte. Me lo muoveva ancor di più quando ancora ero bisessuale, la bisessuale classica che ama donne femminili e uomini maschili, e rileggevo Bella come un elogio a “La donna”. La. Lei. Il femminino. Il cliché massimo. Penthouse, la damina vittoriana, la mamma, la donna che corre con i lupi, tutto assieme. Quel femminimo da adorare, dinnanzi a cui il cavaliere si fa piccolo e umile come cavalleria chiede. Quel femminino che sa essere racchiuso anche nella puttana più squallida dello squarcio più remoto, e anche lì fai offerte in suo onore. Quel femminino che, da post-bisessuale, ho concentrato e proiettato su Venezia – perché posso concedermi di avere come idolo illusorio una città, che tanto non mi risponde, e che quindi non rischio mi dia ragione.
Posso ascoltare Bella, oggi, come un manchevole elogio alle sfaccettature dell’essere umano. Posso fingere che ogni essere umano possa essere visto come tale canzone enumera, ma tale canzone è un po’ troppo poco per riassumere un intero essere umano. E’ pur sempre un elogio al femminino, e mi tocca ipotizzarne una versione ampliata per poterla apprezzare ancora.
Rimane il vecchio fascino del gioco di ruoli. Vuoi amare Esmeralda nei panni di un fondamentalista cattolico, di uno storpio senza speranza, o di un cavaliere scaduto che crede nella cavalleria per etichetta? Da che conosco questa canzone penso che amo amare in tutti questi modi contemporaneamente.
E potrei, quindi, realizzare la versione inversa di Bella – anziché esserci una donna amata in tre modi, porre tre donne amate nello stesso – ma “lo stesso” non esiste. Potrei anche indulgere nel gioco di ruoli, e divertirmi ad affibbiare alle tre creature tre stereotipi diversi. A Hugo sarebbe piaciuto. Tra l’altro l’avrei battuto di un punto – “la santa”, “la puttana”, e…? Sarebbe illusorio e degradante.
Amo Jan di Leida, quello nella mia testa, evinto da quel poco che si sa di lui, perché era un santo pappone. Era il solenne re dal latino probabilmente incespicante. Il sarto vestito da re. Il re che si fa giullare di se stesso perché troppo misero per averne uno. Il sopravvissuto al mal francese capace di risollevare l’umore di un’intera città – che poi lo avrebbe lasciato braccare dagli imperiali.
Amo l’essere potenziale (e quanto sarebbe utile un vocabolo tedesco qui).

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