Memento?

Penso alla superficialità e all’unicità.
Penso a come, in mezzo alla folla, io riconosca una persona grazie alla sua andatura. Così poco e così tanto.

Ho questo blog dal 2006. Per fortuna, per la maggior parte del tempo tendo a ignorare questo dato, non permettendogli di tramutarsi in consapevolezza.
Non che io sappia, poi, perché dovrebbe terrorizzarmi.

Spulciando trovo cose come:
Con te è come giocare a freccette e parlare di filosofia nel frattempo.
Lo disse R, eoni fa – R che chissà dov’è finita, quella creatura che tanto mi ha fatto mettere in discussione e forse non l’hai mai saputo.
Chissà che intendeva, poi.
Però la frase è tutt’ora… toccante.

Forse mi terrorizza perché ci vedo l’infinito. Il motivo è semplice: ho pochissima memoria, deleto in fretta, non potrei mai contenere contemporaneamente a livello cosciente i ricordi collegati a tutto quello che in questo blog ho scritto.
Questo blog è più grande di me.
Questo blog sa più di me.


Lezione di letteratura inglese. Donne si sta rivoltando nella tomba, suppongo. Gratta con le unghie la bara chiedendo gli sia dato un rapier per infilzare la docente.
Che ha chiesto un volontario per una mock-interrogazione pre-esami da farsi in aula per mostrare a tutti un esempio di esame. Avete visto frotte di volontari? Mentre ne stava parlando stavo chattando con lo pseudo-crucco. A fine lezione andrò a dirle che, se vuole, se non c’è nessun altro, se serve, se… (Dove sono le mie ali e la mia aureola?) Non so neanche se avrò il tempo di studiare, invero, ma non puoi conoscere i tuoi limiti finché non li provi. Mal che vada ci sbatti contro, no? Ok, la presenza di 200 persone come pubblico mi spronerà a non schiantarmi deliberatamente.


Non che io cambi sostanzialmente. Non che, quindi, io debba temere di scoprire cose di me che avrei preferito rimuovere. Sono le sfumature, forse, che ho dovutamente appiattito – e ci sarà pure qualche ragione, anche se non la conosco.
Mi inquieta, forse, questo: questo continuo inesorabile mutare e l’essere destinati, comunque, a riconoscersi.


Che devo ancora contattare una tizia da cui se voglio posso fermarmi a dormire, le farebbe tanto piacere vedermi.
… Vaffanculo, Serena, muovi il culo e rispondile.
[…]
… Ok, fatto.


Anche voi guardate a ciò che siete stati con un certo, più o meno imbarazzato, affetto?
(Nessun imbarazzo, in questo caso: sono rimasta esattamente uguale a come ero in quel momento di anni fa.)

Sono un po’ malinconica, stasera.
Chiacchierando con I ho risollevato un trauma infantile – il trauma infantile, direi, quello che tutti devono avere per essere normali. Mi sono ricordata non tanto dell’occasione in cui decisi di sacrificare il mio orsacchiotto di peluche rosa che fungeva da commilitone per salvare quella troia della Bebi Mia (avete presente quelle atroci situazioni in cui ti viene chiesto di scegliere tra la gamba destra e quella sinistra?), ma di come mi sentii allora. Del dolore atroce, ma soprattutto dell’impotenza. Beh, è un trauma infantile, no? Mi colpisce, al presente, il pensare che non riesco a prescindere dal ricordo di quella sensazione, ossia: che se rievoco il ricordo, ritorna anche la sensazione. E’, ovviamente, destabilizzante – e chissà in quale modo ha agito sul mio carattere, sulle mie aspettative, sui miei timori. E’ di un’irrazionalità così pura che mi fermo a contemplarmi. Finita la contemplazione, rimane l’amarezza che lo scorgere un’ineluttabilità ti lascia in bocca.


Se smetti di camminare mentre sei su un treno continui a muoverti, cogliona.


Sto abbandonando delle cose, per questo sento quest’esigenza di mettere ordine. Cose piccole, stronzate, ma comunque numeri che formano un totale.
Ho manie di perfezionismo, dunque?
Sono una di quelle persone che devono avere tutto sotto controllo?

Si.
Tranne sé stessa.


“Descritta da te, quasiasi vita potrebbe sembrare orrenda o bellissima.”
Grazie, Hyo.


“Tutto ciò è troppo complicato per me, abbi pazienza.”
“… Prussiani protestanti zappaterra.”
“Cattolici convoluti e capziosi.”


Ecco, come dire… A volte capita che l’essere apprezzati causi fastidio. E non per un inspiegabile motivo, no, ma semplicemente perché quell’apprezzamento superficiale e pur sempre gradito non ti dà null’altro che se stesso.


«Non capisco perché ci teniate a tenermi qui. Non si sveglierà? Bene, non ci perde niente nessuno. Si sveglierà? Nel frattempo si è sentita meno sola.»
«Dobbiamo tutelare i nostri pazienti, Schneider. È un mondo cattivo.»
«Tanto non mi sente.»
«C’è gente a cui piace scoparsi gente in coma.»
«… È un mondo cattivo.»
«Quanti anni ha la ragazzina che viene a trovarti?»
«Abbastanza.»
«Lei lo sa che ci sono telecamere in ogni stanza?»
«Tanto ormai cosa cambia?»


Buonanotte, creature.

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4 comments

  1. Cerco di lenire i miei sensi di colpa pensando che tra tutti i traumi che potevo darti in qalità di mater (perchè almeno un trauma un genitore, anche se non vorrebbe ed in maniera inconsapevole) deve lasciarlo quale prima prova di sopravvivenza di vita anche se…. non mi perdonerò mai di averti fatto fare “la scelta di Sophie! tra Gnegno e la Bebi mia…. 😦

    Mater

    1. Ho scoperto che in psicanalisi quei momenti sono quelli in cui “Dio ti riconosce” (così si espresse lo psicanalista che tenne il seminario). Parlò, ad esempio, di quando Levi domandò “Perché?” nel campo di concentramento, e la risposta fu “Qui non c’è nessun perché”.
      Consolati: se non fosse stato quello, sarebbe stato un altro momento 😛 Almeno me lo ricordo, no? 😛

  2. Con te è come giocare a freccette e parlare di filosofia nel frattempo.

    Mi viene in mente Murakami e la ragazza che smerciando il proprio corpo parlava di Hegel.

    E’ stata una buona notte?

    1. [Mi viene in mente Murakami e la ragazza che smerciando il proprio corpo parlava di Hegel.]
      Mi manca il riferimento.

      E’ stata una buona notte?
      E’ stata una notte intensa.

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