Dell’incredibile pesantezza dei dettagli.

Risultati del TOEFL giunti, con una tripletta sconcertante: reading 28/30, listening 27/30 e writing 29/30. La sottoscritta guarda l’ultimo e pensa: “My ass.“, con quel sufficiente inglese di cui è munita.
In realtà è logico: il TOEFL testa l’inglese accademico, ossia quella parte dell’inglese che conosco meglio. Posso disquisire di assurdi concetti semi-sconosciuti con una prosa ricercata (neanche tanto, poi, scopro ogni volta che vado a studiarmi secondarie costruzioni sconosciute ai più), ma poi non so come si dica “ammorbidente” (softener? Cazzo, c’ho azzeccato – grazie, inglese, oh lingua che s’è mutata per rendersi utilizzabile da tutti i parlanti dei Paesi colonizzati).
Lo speaking è un misero 23/30, che è comunque molto più di quanto mi aspettassi, dopo la mia pietosa performance. Ho incontrato qualche tempo fa in dipartimento di anglistica quell’insegnante che tanto mi adora perché ero l’unica a sbattersi come lei avrebbe fatto, quella stessa che alla prima lezione principiò con un “Eet ees” (It’s), portandomi a un sincero facepalm interiore mentre pensavo: “Passerò un anno ascoltandola parlare in inglese. Alla fine parlerò come lei.” Al facepalm si è sostituita un’angoscia arresa, e ora eccoci qui: 23/30 è sufficiente per i requisiti del master, quindi pensiamo positivo e diciamoci che, se mi prendono, avrò modo di lottare con i britannici mentre sistemo il mio parlato cercando di non assorbire le loro orribili pronuncia & cantilena.

La casa in cui vivo è stata definita “la casa di Dexter”, e da allora guardo a essa con nuovi occhi – e un po’ di compiacimento, perché no? L’importante è che sia accogliente & rilassante, come sempre, e il fatto che riesca ad esserlo mentre si mostra minimale e squadrata come il sogno erotico di uno psicopatico mi aggrada.

Wikipedio cose come “Demyansk Pocket” e anche ciò mi aggrada: la mia ricerca sull’autunno del ’41 procede, sempre più nel dettaglio. Quando arrivi a dettagli tali da farti pensare “Non sapevo né che esistesse un posto del genere, né che un tale avvenimento fosse accaduto – tutto ciò non mi ha mai sfiorato” ti rendi conto di quanto sia infinito il mondo, e di quanto arbitrariamente alcuni fatti vengano ricordati mentre altri finiscano con l’essere ignorati. Non credo che la mia vita cambierà in modo sostanziale, dopo aver approfondito il… (assedio? Presa? “Città conquistata da un esercito e assediata da un altro”? Come traduco “pocket”?) di Demyansk (chissà poi come si pronuncia), ma l’evento ha sicuramente cambiato la vita dei furono abitanti di Demyansk, e chissà in che misura li influenza oggi.
Avrei voglia di scrivere, ma mi ripeto che non so ancora abbastanza. Che non sono ancora dentro all’autunno del ’41, da qualche parte con l’Army Group North tedesco (dovrò tradurre anche questo, e come? Grazie, wiki: “Gruppo d’armate Nord”). Da qualche parte dalle parti di Demyansk, quindi vicino al Fronte, con la Divisione Totenkopf e la Divisione Polizei vicino. Mi angoscia il vuoto che si crea nella mia testa quando penso al paesaggio: com’era, il paesaggio? Se dovessi descrivere Kiel, ad esempio, metterei corvi, enormi gabbiani e piche. Cosa c’era dalle parti di Demyansk?
Insomma, devo decidere dove scendere a compromessi, ossia dove accettare di fallire. Non avrei deciso di concentrare la mia ricerca su questo periodo storico, con annesso contesto, se non ci fosse già nel mio cervello una sufficiente quantità d’informazioni. Ma poi ci sono i dettagli. Quella forse-villa dalle parti di Demyansk in cui tutto inizia, ad esempio.
Il punto è, ovviamente, che non voglio scrivere di Demyansk. Non è l’obiettivo primario. Ma capisco chi dice che bisognerebbe scrivere sempre del contesto in cui si vive: farlo aiuta a evitare di dire cazzate. Farlo permette di approfondire i dettagli, caratterizzare le scene con elementi “reali”, e non con vaghi e confusi concetti “universali”.

A proposito di scritti altrui, sto finendo Edipo a Stalingrado di Gregor von Rezzori, e lo consiglio di tutto cuore. L’unico problema è che è un lento romanzo d’idee che usa una prosa complessa ma necessaria per esprimere sfumature di concetti solo vagamente “popolari”. E’ uno di quei romanzi dinnanzi a cui mi dico: “Serena, ciò ti dimostra perché ti senti sola nell’avere i gusti che hai”. Ma von Rezzori ha una sensibilità per i dettagli, e uno sguardo omnicomprensivo nel senso di “aperto al prossimo”, nonché una vena satirica che me lo fanno consigliare a morte comunque, disperatamente, come un messaggio in una bottiglia abbandonata al mare.

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