Età, storiche e non.

Fine credito sul cell, fine dello scambio di SMS con I, aka “La Diciassettenne”.
Dire che sento una tale differenza tra me e una diciassette non mi stupisce: mi sentivo diversa da una diciassettenne anche quando ero una diciassettenne. Non sopportavo il sottinteso che ci si attacca addosso quando abbiamo diciassette anni: quella difficoltà a essere presi sul serio, in bene e in male.
Perciò mi sforzo di non fare quello che non volevo che i più grandi facessero con me, e cerco invece di entrare nella Weltanschauung di una persona diciassettenne. Ho detto a G una cosa come:
“A quell’età non si riesce ad avere una visione d’insieme.”
Ho detto anche altre cose, ma la realtà è che addossiamo agli altri il modo in cui noi eravamo quando eravamo nei loro panni.
Probabilmente, come molte altre categorie, “la persona di diciassette anni” non esiste.

Ho parlato con diverse persone, negli ultimi tempi, dei cambiamenti legati allo scorrere del tempo all’interno di una vita.
Ho scritto a H riflessioni sul ’68, su questa mia impressione che il ’68 sia l’adolescenza della nostra epoca: quel periodo di idealismi e follie che si perdonano solo perché, per l’appunto, adolescenti. Mi sono interrogata a lungo non tanto sul ’68, ma su come chi l’abbia vissuto abbia poi potuto trasformarsi nell’esatto opposto di ciò che propugnava. Lo trovo inquietante, inquietante quanto l’incredibile adattabilità umana – oh, banalità del male.
Ho parlato dei figli altrui, dato che io non ne ho, e di come in fondo io preferisca i bambini agli adulti. Non ne sopporto la maggior parte perché la maggior parte è il riflesso acritico dei genitori, e sono i genitori che in realtà non sopporto. Ma quando il bambino è ancora “al di là del bene e del male”, e soprattutto sa ancora guardare al mondo senza convenzioni a filtrare, allora trovo qualcosa di molto simile all’essere umano che vado cercando in tutti gli esseri umani che incontro.
Ho parlato con Mater dei coetanei, di come lei per un certo periodo si sia trovata bene frequentando persone molto più giovani di lei. Spiegava che i suoi coetanei erano troppo irrigiditi, e la capisco. A volte re-incontro una vecchia, coetanea, conoscenza, e mi dico: “L’ho persa.” L’ho persa nel senso che, da individuo che cerca di cambiare il mondo, è divenuta un individuo che si è fatto assorbire da quelle abitudini che tanto deprecava nella propria adolescenza.
Sono cresciuta sentendomi dire che, una volta cresciuta, mi sarei smussata, attenuata, avrei capito le esigenze della vita, e reagendo a tutto ciò con un quasi fobico “No!”. Temevo, e temo, la cristallizzazione. Anni dopo avrei mentalizzato questo mio timore, e oggi posso dire che temo la forza inesorabile dell’abitudine. Temo, della vecchiaia, l’irrigidimento, quel diventare sempre più un “se stessi” che non riguarda il nostro vero e puro fulcro (esisterà, poi, tale fulcro?), ma piuttosto un set di abitudini e idiosincrasie mai risolte.
L’età, insomma, fa divenire arroganti. Non l’arroganza incerta e combattiva e forse cieca di un adolescente, ma quella spietata perché inamovibile di chi si sente legittimato a legiferare solo perchè ha subito di più. (Diffido di chi si vuole vedere riconoscere una certa superiorità derivata dal dolore sofferto. Il dolore non insegna: ferisce. E certi animi possono trarre da tale esperienza qualche utile insegnamento, come possono trarne da ogni altra cosa.)

M’informo e m’informo e m’informo sull’autunno del ’41 e sulla primavera del ’42, sull’Operazione Barbarossa e sulle SS, sulle NaPolA, su Heydrich e altre cose. Sistemo gli appunti per la trama, e su un foglio bianco traccio una linea irregolare, verticale, segnando: Da qualche parte a Est, Berlino, Praga… Il percorso che questo romanzo, o racconto, compirà. Gli incastri da definire, le isole in cui canalizzare l’ispirazione, l’attenzione al dato storico.
Leggo I volonterosi carnefici di Hitler, e strapperei l’introduzione. Proseguendo, trovo critiche condivisibili, ma persiste la forte impressione che Goldhagen sia sempre lì lì per dire quello che in realtà vorrebbe comunicare ma non può, e che ha a che fare con il dare una colpa. Ai tedeschi, certo, ma non credo che siano semplicemente “i tedeschi” dell’epoca i depositari del suo astio. E’ invece un qualcosa che non riesco a comprendere. Ha la prosa ingenuamente pedante, ripetitiva, poco professionale della persona che sente di avere una rivelazione da fare, sente che tale rivelazione verrà fortemente contrastata e quindi incespica nella propria coda di paglia (non coda di paglia da cattivo, beninteso, dato che i cattivi sono Altri; coda di paglia da cosa, quindi?). In aggiunta, dice un paio di cazzate così mastodontiche da farmi capire perché gli esperti del settore l’abbiano liquidato con sprezzo.
Leggo Edipo a Stalingrado di Von Rezzori, un romanzo che è molto romanzo d’idee. Lo consiglio, ovviamente, perché amo i romanzi d’idee. Lo consiglio perché sa dare in ogni frase un quadro dell’epoca e dell’essere umano al di là della singola epoca in cui vive. Ha il doppio dono d’essere un grande osservatore e un potenziale satirista.
Mi ricorda Malan, insomma.
E mi fa capire sempre più che il mio interesse non è per la storia, ma per l’archeologia della storia (ciao, Foucault). E per quello che uno scrittore tedesco chiamò “mitosofia”, se non erro. Perché il punto rimane sempre lo stesso: il successo della Shoah non sta nel suo essere un tema storico, ma un mito. E’ in quanto mito che si diffonde così tanto, e come mito insegna (che insegni cose giuste o sbagliate è altra faccenda). “6 milioni di ebrei” è mito, non storia: la storia, più complessa, dice che quel numero è inaffidabile, una scelta tra altre, come la Bibbia è una selezione di testi tra tanti altri, e non La Verità. Se fosse il numero storico puro a contare, per quanto sommario, verrebbero citati più spesso i 20 milioni (altrettanto incerto dato) di sovietici morti nel conflitto. No, i numeri sono un mezzo, uno slogan, una di quelle cose che ci permettono di definire la nostra identità a seconda di come reagiamo dinnanzi a 6 milioni di ebrei morti. Non conta in realtà neanche che fossero ebrei. Se ciò fosse così importante, e se fosse importante – come si dice – ricordare per agire sul presente, sapremmo qualcosa in più sull’ebraismo. Sono invece 6 milioni di morti appartenenti a una categoria stigmatizzata, anonima nella misura in cui può fungere da slot vuoto in cui inserire tutte le altre categorie stigmatizzate.
Trovo pericoloso il fatto che vi sia una forte incoscienza nei confronti di tutto ciò che c’è dietro a “6 milioni di ebrei”. Non poca coscienza di quello che io penso e ho appena scritto, ma in generale l’uso emotivo di “6 milioni di ebrei” senza che vi sia al contempo una riflessione storiografica, sociologica, psicologica e quant’altro non del dato storico, ma della rielaborazione del dato storico.
Me la sono presa, anche, con il “Hier ist kein Warum” di Levi. Ma ho sbagliato. Levi, da persona che ha preso parte a quella fetta di storia, ha saputo trarne un lato, una visione, che può essere rivelante di molti comportamenti umani. Me la sono presa con quel “Hier ist kein Warum” perché è stato elevato a dogma, ha reso ontologico tutto il male percepito e vissuto in tutti i campi, e in tutti i luoghi, più o meno vagamente collegati alla Shoah (e, dato che ormai “Nazionalsocialismo” viene usato come sinonimo di “volontà di una Shoah”, il campo è infinito).
Me la prendo, fondamentalmente, per una questione logica. Perché i morti ebrei sono 6 milioni e quelli sovietici 20, se vogliamo prestare fede ai dati accettati, e allora non ha alcun senso questa drammatizzazione. Le perdite sovietiche dovrebbero sollevare uno sbigottimento tre volte grande, se è veramente dell’importanza della vita umana di cui stiamo parlando. Se invece parliamo della volontà di fare del male, basterebbe osservare il godimento che taluni bambini provare nel torturare lucertole. Se invece parliamo del terrore che ci provoca l’uccisione sistematica, fordizzata, della società post-positivismo, dovremmo chiederci quante persone danno la vita per permetterci di bere Coca Cola.
(Anche) per questo leggo e mi leggerò I volonterosi carnefici di Hitler, nonché il Mein Kampf, nonostante il primo mi faccia venire voglia di liquidarlo con disprezzo per alcune uscite che rivelano delle lacune immani, e il secondo sia noioso a morte. Voglio, masochisticamente, avere sempre più mezzi per dire quanto sia delirante l’uso e abuso di tale mito. Hitler, in quel mattone illeggibile, delira meno di chi oggi fa invettive contro “Il Male” parlando della Shoah.
Ho riflettuto anche sui termini, svianti termini, di come né “genocidio” né “olocausto” né “sterminio” abbiano il minimo senso, dato che di ebrei al mondo ne esistono ancora. Paradossalmente, ma non così tanto, alcuni ebrei hanno dovuto correggere i nostri delirii linguistici proponendo l’uso di un termine non palesemente inesatto: Shoah. Ma è metaforico, come metaforico rimane “olocausto”, oltre a essere inesatto. “Genocidio” implica che l’umanità sia divisibile in razze, e quindi compartecipa della visione razzista dei promotori. Rimane un banalmente corretto “tentato sterminio”, ma come slogan fa poco effetto.

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7 comments

  1. [Ho parlato con diverse persone….. …..da ogni altra cosa.)] Evento raro e bellissimo quando altri riescono a concettualizzare e mettere per iscritto una mia sensazione indefinita e sfuggente, per quanto forte. Quello che mi preoccupa ovviamente è che sia tu l’artefice di questo. Gesuita

        1. No trap. E’ solo interessante lo scoprire tante somiglianze – as usual – avendo di base due posizioni così diverse su altre cose.

        2. Una volta, alla fine di ore di estenuanti discussioni ho teorizzato che i nostri punti di vista si incrocino pur partendo da presupposti diametralmente opposti.
          Come questo possa accadere rimane un mistero della mente umana.
          La mia speranza è che così facendo si riesca a scorgere la “realtà” nascosta dietro alle prospettive personali, che a mio parere ci rendono ciechi nei confronti di quello che è.

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