Lokasenna e grecismi che non saturano.

C’è, da qualche parte in soffitta, una vecchia moneta un cui lato rappresenta delle caravelle.
La rappresentazione è in qualche modo erronea – un “refuso” artistico, le vele che non seguono la direzione del vento, una contraddizione di questo genere. Non ricordo. So che tale difetto è del genere che impreziosisce un pezzo da collezione.
La moneta mi venne regalata anni fa, quando mi diplomai, da una donna che in giro per Internet – e non solo – viene riconosciuta come “L’istitutrice”, o “L’insegnante”, o qualsiasi altro modo di riconoscere a una persona una posizione di preminenza a livello d’intelletto e d’esperienza di vita. Lo era, lo era con tutta se stessa, perlomeno per come presentava se stessa: un’intellettuale impegnata, confinata in una piccola e gretta cittadina di provincia, che porta avanti il proprio amore per il sapere – e per il far sapere – con gli studenti che si ritrova.
Era, in effetti, quel genere di persona che una certa categoria di persone – la me di allora inclusa – ama riconoscere come insegnante e riferimento. Credo vi sia una nostalgica, idealista, fetta di persone che mitizzano il ruolo dell’anziano – non l’anziano in quanto “essere umano dai tanti anni”, ma come figura spirituale: di guida che è tale perché offre la propria esperienza, perché dedica se stessa alle future generazioni, cercando di far sbocciare fiori anche nei campi più aridi – come quello di una cittadina di provincia.
Non era una mia insegnante, né l’ho conosciuta come insegnante: l’ho conosciuta come madre della prima ragazza che frequentavo seriamente (ossia: di cuore e intelletto), con tutti gli annessi di tale condizione. Il fatto che mi scopassi sua figlia mi portava, per motivi intuibili anche se non condivisibili (io stessa non li condivido), a rimanere chiusa anziché aprirmi a lei, come forse altrimenti avrei fatto. Come ho fatto, in altre situazioni e con altri “mentori”, nei limiti del possibile (del mio e dell’altrui “possibile”).
Leggendo, ora, elogi alla sua persona, mi torna in mente l’amata Lokasenna. Leggo e riconosco, nelle definizioni con cui viene ricostruita, quel che incontrai allora, seppur non vivendola così.
Il problema è, come accade spesso, la Lokasenna.
Ho conosciuto poco quella donna, per poi ricontattarla – dopo aver smesso di frequentare sua figlia per motivi che allora non mi erano ben chiari – perché come persona mi piaceva. Difficile non apprezzare, se si è speculativi come me, una tale interlocutrice.
Non so quante volte, allora, l’ho incontrata. Due? Tre? Poche. Poche volte, prima di scoprire che perlomeno per una piccola fetta – quella fetta che può essere minuscola o enorme, e si chiama “l’influenza dei genitori e la loro autorità morale e via discorrendo” – lei aveva compartecipato alla rottura tra me e sua figlia.
Non l’ho scoperto da lei, e ciò mi ha ferito. Non mi ha ferito come una stilettata a tradimento da parte di una persona in cui riponi fiducia – non riponevo, in lei, quella fiducia né quell’abbandono che ho visto in diversi suoi “allievi”, ma semplicemente la apprezzavo e stimavo. Mi ha ferito concettualmente, se così si può dire. Mi ha ferito il realizzare che una persona tanto stimata, tanto sacra e importante per tante persone, potesse essere semplicemente umanamente… Laida? Meschina? Dovrei fermarmi a fare un elenco di parole possibili e consultare il dizionario etimologico per appurarne la precisione. Lei lo avrebbe apprezzato, immagino. Come si definisce una persona che agisce alle spalle altrui per giungere alla propria meta, anziché parlare direttamente con il problema, ossia me?
Non ho amato la sensazione, e, forse per sentirmi diversa da tale impressione, ho calcato la mano sul mio essere diretta. L’ho, ossia, contattata nuovamente per parlarle proprio di ciò, faccia a faccia, contando sul fatto che non avrebbe potuto negarmi un po’ di onestà, intellettuale o meno, se palesemente richiesta.
Così, è giunta la seconda ferita. Sicuramente chiunque avesse assistito alla scena avrebbe pensato che quella ferita era lei – l’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore che dopo aver cercato di spiegarmi con passaggi razionali un’irrazionalità, è scoppiata in lacrime dicendomi che non poteva sopportare il pensiero di una figlia lesbica. Perché quelle lacrime mi hanno ferito? Perché ho smesso di capire che ruolo avessi. Che ruolo hai, diciottenne, se l’Istitutrice in lacrime ti implora di non frequentare sua figlia?
Amo la Lokasenna perché mostra un’umanità a cui raramente si lascia spazio nei resoconti epici. La Lokasenna, “Invettiva di Loki”, è quel momento in cui Loki rivela di sapere un piccolo sporco segretuccio di ogni divinità presente al banchetto – i famosi “scheletri nell’armadio” – dimostrando così che nessuno, neanche gli Dei, sono creature intangibili. Che tutti siamo mortificabili.
Non ho un resoconto dettagliato di cosa accadde dopo quel giorno. Sapevo che la figlia dell’Insegnante frequentava un individuo capace di essere violento, e che l’Insegnante acconsentiva – e mi sono chiesta se un individuo capace di essere violento, e che lo fu, fosse comunque meglio di una donna. Cosa fa più male? Il violento o la donna? A chi fa più male la donna, alla madre o alla figlia?
L’esperienza mi ha segnato. L’Insegnante stessa mi è rimasta e mi rimarrà in mente a lungo, come individua particolarmente unica, nel bene e nel male. L’ho sognata diverse volte e molto probabilmente la sognerò ancora.
Nel frattempo, tempo fa, l’Insegnante è morta – morta male, come si suol dire, lentamente, con dolore e (suppongo) umiliazione – passando così nell’empireo dei santi. Leggo i coccodrilli che le sono stati dedicati, e sorrido ricordandola. Mi commuovo, anche. La ricostruisco e mi spiace – come sempre mi spiaccio quando qualcuno di raro e capace di diffondere rari concetti muore, ci priva di sé, e per queste rare persone veramente mi sento in lutto.
Rimane un però, che non va a tangere i bei ricordi di lei. Non credo di averla mai saputa odiare. Scoppiandomi a piangere in faccia e supplicandomi mi ha impedito di farlo, credo, lasciandomi a un destino più ambiguo. E’ come se la sua colpa nei miei confronti non fosse stata quella di cercare di scalciarmi via di nascosto, ma bensì quella di essere una vittima. Se di qualcosa l’ho colpevolizzata – ma non ricordo, sinceramente – è stato di essere, anche lei, vittima di se stessa. L’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore, che si sottomette a un proprio impulso irrazionale (era troppo onesta intellettualmente per cercare di rivendermi la sua omofobia come logica o giusta – ci ha tentato, brevemente, pietosamente, e poi ha ceduto), come tutti gli altri, uno strano e inaspettato modo di imparare la mortificabilità dell’essere umano.
Da allora, e per un bel po’ di tempo, ho usato sovente il termine “mortificabile”. Mi piaceva e piace l’accoppiamento tra il suo significato nell’uso comune e la sua etimologia – questo accostamento tra umiliazione e morte, un lento e sottile ridurre la persona, accostarla alla morte, privarla del sé a cui vorrebbe attenersi.
L’Insegnante è stata anche la donna, la prima e l’ultima, che mi disse che soffrivo di un complesso di Edipo al contrario. Non conoscevo Freud, allora, e forse l’Insegnante mi ha aiutato a tollerarlo poco. A posteriori, ho scoperto che da donna a cui piacciono le donne, dovrei provenire da un tentativo, nell’infanzia, di proteggere la Madre dal Padre. Se fossi eterosessuale, da piccola avrei semplicemente amato il Padre. Da bisessuale, di conseguenza, soffrirei della sindrome di Stoccolma. Da pansessuale… Boh?
L’Insegnante è stata la donna, la prima e l’ultima, a soprannonimarmi “Fantaghirò” – e credo avesse ragione, in buona parte: amavo (e amo) le armature scintillanti e le bestiacce inselvatichite.
L’Insegnante è stata colei che mi ha donato quella moneta con caravelle difettate augurandomi un “Buon viaggio”. Non so che pensasse in quel momento – se mi odiasse già come possibilità nella vita della figlia, se non temesse ancora questa opzione, se facesse convivere in sé il timore e l’apprezzamento – ma percepii affetto. Percepii un sincero augurio. Forse mi stava augurando di levarmi dal cazzo, ma se pur così è, lo fece con affetto. Con commozione, perlomeno.
Amo la Lokasenna perché è sfogante.
Probabilmente tale mio amore proviene da un trauma infantile legato a Babbo Natale. Ricordo che, un giorno – un giorno in cui già non credevo a Babbo Natale e non so perché, perché non ricordo di averci mai creduto (a posteriori ricordo di avervi riflettuto e averlo trovato inverosimile fin dall’inizio, ma forse a posteriori ci si abbelliscono i ricordi) – litigai con i miei compagni alla scuola materna, litigai perché affermavo che Babbo Natale non esistevano e loro dicevano il contrario. Quel giorno la maestra fece un gesto che, sempre a posteriori, mi fa pensare che avrei dovuto augurarle ogni male, o perlomeno di essere licenziata: mi prese da parte e mi disse che Babbo Natale non esisteva, che io avevo ragione, ma dovevo mentire e fingere che esistesse. La Lokasenna, in quel momento, sarebbe stata un urlare in piazza che Babbo Natale non esiste, urlarlo finché le maestre non ti prendono definitivamente da parte e non ti chiudono in qualche stanza dicendo agli altri che sei pazza – che è quello che succede a Loki, più o meno. Ma c’è una piccola, sottile, fondamentale differenza.
Dire che Babbo Natale non esiste, perlomeno nella nostra società, significa sostituire una verità con un’altra. Significa sostituire in toto “Babbo Natale esiste” con un “Babbo Natale non esiste”.
La Lokasenna è più tragica. Gli scheletri nell’armadio che Loki svela non annullano tutto ciò che gli Dei sono – non annullano la loro interezza, semplicemente la incrinano. La rendono sfaccettata. Aggiungono alla rappresentazione che gli Dei fanno e vogliono fare di sé un elemento fastidiosissimo, imbarazzante, esorcizzante in senso negativo: li sfatano. Loki è odiato perché grazie a lui avviene questa disillusione – come dare la colpa a qualcuno di aver scostato il velo che celava un mostro anziché darla al mostro. (Oppure, terra-terra, provate a sottolineare il difetto che qualcuno ha e vedrete che odierà voi e non se stesso.) La Lokasenna è odiosa perché ferisce a morte inibendo al contempo il martirio: bisogna essere puri e intoccati per divenire martiri o santi.
Mi domando, ogni tanto, quanto in tal senso l’Insegnante abbia funto da agnello sacrificale per permettermi di procedere sulla via della disillusione. Ci sono state persone che ho stimato a morte, e che stimo a morte, ma non riesco a credere nel Mentore – come non riesco a credere nel Genitore o in Babbo Natale. Sono felice di non credere nel Mentore, nel Genitore e in Babbo Natale, e non perché non crederci mi rende una progredita ed evoluta creatura razionale (odiose frasi fatte), ma semplicemente perché non credere in un ruolo mi costringe a guardare l’umano.
Amo l’immanenza norrena.
Immagino che l’Insegnante avrebbe preferito i più fini, variegati e complessi classici greci e latini.
Amo l’immanenza norrena, e immagino che la mia adorata Maletta – la cosa più vicina a una mentore che io abbia avuto, e che di sicuro mi ha salvato un pezzo d’anima – non apprezzerebbe il modo nietzschiano in cui l’amo, preferendo la memoria di quei Padri propri della cultura ebraica che ancora devo approfondire.
Amo, dell’immanenza norrena, la sua ammessa a priori fallibilità. La mortificabilità di ogni Dio, nel momento in cui il Dio si fa antropomorfo. Quella fatalità che nulla toglie alla vita quotidiana, che non rende tragica la vita dell’eroe come capita ai greci – e così, pur educata ad apprezzare esteticamente il tragico e a crogiolarmi in esso, mi trovo a prendere a prestito certi lirismi propri della cultura greca. Il Mentore si fa involucro, affascinante come un cliché in un porno. Ho voluto crederci, l’ho voluto moltissimo – l’ho voluto nel modo in cui si ama l’amore.
Non so quindi, a questo punto, se dovrei ringraziare la mortificabile Insegnante.
(Sottotitolo di tutto ciò: Immedesimazione nel passaggio da Neoclassicismo a Romanticismo tedeschi.)

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4 comments

  1. Mia madre, a riguardo di Babbo Natale, mi disse a sei anni che Babbo Natale non esiste ma che se potevo continuare a crederci per un altro po’, nel caso avessi voluto. Mi diede da riflettere all’epoca, e le somme di quella riflessione le sto tirando in quest’ultimo anno -il che è tutto dire.

    Mi chiedo perché io e te non abbiamo mai parlato di Loki, la mia passione per lui è antecedente ai film sui supereroi. Forse ero ancora inibito nel parlare con te, quando ero in fase norrena.

    Shinji che non riesce più a loggarsi su LJ

    1. [Mia madre, a riguardo di Babbo Natale, mi disse a sei anni che Babbo Natale non esiste ma che se potevo continuare a crederci per un altro po’, nel caso avessi voluto.]
      Vorrei analizzare tua madre psicologicamente.

      Sei stato inibito nel parlare con me? Ah sì?

      Dovremmo parlare di Loki, sì, dato che è uno dei miei feticci concettuali.

      1. Evviva, sono riuscito a loggarmi.

        [Vorrei analizzare tua madre psicologicamente.]

        L’ho fatto nel limite delle mie capacità e il quadro è stato sconfortante.

        [Sei stato inibito nel parlare con me? Ah sì? ]

        Beh sì, per molto. Ero piccolo e tendenzialmente spaventato dal confronto diretto e avevo paura di non riuscire a starti dietro, e questo mi causava imbarazzo. La cosa si è molto mitigata. 😛

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