La crudeltà esiste finché non viene indagata.

Mi addormento concentrandomi su una trama – quella trama che riguarda la primavera del ’42, un SS un po’ sfigato che non ha nome (August? Helmut? Wilhelm Maria, se sapessi da dove viene l’uso di aggiungere “Maria” al nome?) e un viaggio per l’Europa che è un po’ una fuga.
Anni fa un’immagine mi attraversò la mente: un viaggio, un treno, la fuga dal fronte.
Qui ci sarà di sicuro anche un treno, ma nel frattempo sono cambiate troppe cose. Quella fuga, allora, sfrecciava in un paesaggio vago, non contestaulizzato, figlio di un’idea di Germania che era pura idea.
Nel frattempo, ci sono stati diversi viaggi per la e dalla Germania. In treno, perché amo viaggiare in treno. Ho amato ogni volta vedere il paesaggio bavarese, dalle case basse ed eleganti benché tozze, tramutarsi in quello nordico, con il bugnato rosso e i tetti appuntiti quanti gli alberi che coprivano l’orizzonte.
Ma comunque.
Mi addormento concentrandomi su una trama che lentamente prende forma.
Una volta ne sarei stata incapace. Per tanto, tantissimo tempo sono stata incapace di immedesimarmi in altro che non fosse un personaggio, una forma antropomorfa, nel sembiante e nell’anima. Tutte le altre suggestioni – i paesaggi, le svolte, il ritmo – affioravano durante il sonno, rimanendo impresse sulla retina al risveglio.
Finirò il Mein Kampf, prima o poi. Se solo avesse l’esotismo della crudeltà – quell’esser proibito che sfocia in trasgressione e disumanità – sarebbe tutto molto più semplice, poiché sarebbe tutto meno noioso. Ma la crudeltà è effimera come le sensazioni al mattino, i sentimenti mistici e altre simili cose: svanisce se si cerca di cristallizzarla in un lungo e articolato discorso. La crudeltà esiste finché non viene indagata. Un po’ come Babbo Natale.
Ho bisogno di scrivere un romanzo di viaggi perché è la dimensione che più mi sento vicina, quella che meno mi richiede di uscire da me. Ho accumulato ricordi di viaggi che non possono essere sfogati semplicemente pubblicando foto e commentandole. Soprattutto, c’è l’impossibilità di rappresentare in foto (almeno per me) il viaggiare in sé, lo stato d’animo del viaggiare, che paradossalmente ha ormai poco a che fare con le distanze geografiche. Paradossalmente, passare due settimane in un resort dall’altra parte del mondo non fa che completare il quadro di una vita sedentaria. Parlo di altri generi di viaggi. Parlo del prendersi e spostarsi nella propria interezza, senza sapere quale sia la casa a cui si potrebbe voler tornare, se si volesse tornare a casa.
Posso chiamare la Germania “casa” quanto voglio, ma tale usanza non fa che riflettere il fatto che non ho un luogo che chiamo casa. Questa camera, sì. E anche il bagno. Le quattro, solide mura che conosco – queste sì. Ma non tutto quello che è all’esterno. L’affetto che provo per il bar sotto casa è l’affetto che si riserva a un pezzo di mondo esterno a te con cui interagisci sovente, felice di aprirti ad esso. Non c’è quella continuità tra me e l’esterno, quel perdere di vista dove finisco io e dove comincia ciò che ho attorno.
Ho provato tale sublime, nel senso romantico (storicamente romantico) del termine, sensazione a Kiel, ma non nei confronti della città, bensì del cielo e del vento. Mi ritrovavo finalmente in un’atmosfera inseguita per anni – figlia di una Sehnsucht tenace – mi ritrovavo faccia a faccia con me stessa, e Kiel, e la Germania, c’entravano fino a un certo punto. C’entravano, credo, nella misura in cui la Germania sa essere silenziosa e mettersi in disparte, lasciandoti sola con quello che vuoi vivere in quel momento.
In questi giorni penso che andarmene di nuovo, lasciare queste quattro mura per finire in altre sconosciute quattro mura, mi destabilizzerà. Ci si mette comodi – l’essere umano è al 90% abitudine – si deposita la propria voglia di certezze in secondari dettagli quotidiani. Mi terrorizza, questo mio pensiero, e vi reagisco da anti-fobica: reagisco sentendo la frenesia di andarmene, per non poter cader vittima di tale timore.
In tutto ciò, addormentarmi immedesimandomi in una trama ha una sua fondamentale importanza. Significa ricominciare a costruirmi qualcosa di mio, del mio intelletto, intangibile e attivabile ovunque. Una casa interiore.
Intanto, interrogo ancora una volta – lo faccio a quasi regolari scadenze – la mia necessità dell’altrui presenza umana. Non il singolo essere umano, ma l’umanità che non conosco – la “vita sociale”, insomma, quella anonima, l’apertura nei confronti del prossimo.
Ho passato una serata con nottata annessa in discoteca – una discoteca già semi-conosciuta, una fetta di foklore italiano non troppo distante dalla mia concezione – ri-scoprendo di essermi stabilizzata nella mia posizione: quella di persona che non aderisce quasi per nulla, intimamente, ma al contempo si immerge il più possibile. Essere divenuta così tanto capace di interfacciarmi con qualsiasi cosa mi passi davanti ha un rovescio della medaglia: non mi devo mai richiedere di provare reale interesse per darmi alla vita sociale. Posso procedere con la mia interfaccia di routine senza scomodare aspettative più profonde. Mi approccio al prossimo con una voracità aggressiva, inglobando tutto in un entusiasmo che mi ricorda la curiosità di un bambino. E’ un vivere il prossimo che, forse, non necessita il prossimo – e su ciò dovrei riflettere.
Rifletto sul Mein Kampf senza giungere a nessuna conclusione, perché vorrei prima confrontarmi con altri, ma per farlo necessito che gli altri abbiano perlomeno iniziato questo mattone. Vorrei discutere con il prossimo di come il Mein Kampf sia noioso perché non dice nulla di nuovo, anzi, a ben vedere porta lamentele estremamente simili a quelle attuali.
Una volta pensavo, da apolitica, che per esclusione la sinistra mi sarebbe stata più digeribile. “Per esclusione”: non avrei dovuto tollerare nazionalismi, razzismi, ismi dal retrogusto pericoloso.
Ora noto che le lamentele meinkampfiane provengono indistintamente da destra e da sinistra, anzi, perlopiù da sinistra. Mi sento stupida, notandolo, perché il nazionalsocialismo proviene dal socialismo, e quindi non è che io abbia fatto questa grande scoperta.
Mi trovo così in una non-posizione: sono le parole di destra a sollevare critiche che mi paiono sensate e non copia/incollate, ma d’altro canto le risposte che le destre danno tendenzialmente mi paiono copia/incollate. Galleggio, facendomi tutti nemici. Cerco di capire cosa ci sia tra il timore di un new world order capeggiato da fantasmi della finanza e il timore di una società “sporcata” da elementi corrosivi. Un giochetto statistico non troppo impegnativo dimostra come, relativamente a breve, la cosidetta “razza bianca” non sarà che una minoranza nella maggior parte del globo, mi chiedo quante persone ci pensino, ma soprattutto mi chiedo quanti volenterosi progressisti accetterebbero di vivere da minoranza bianca, considerando che cose stupide ma essenziali come i canoni estetici vigenti provengono da un’egemonia bianca e occidentale. Ringrazio ancora Ishmael Reed per avermi fatto vedere la cultura europea dall’esterno, facendomi notare – ad esempio – come l’Europa – e l’Occidente di conseguenza – abbia una vera e propria fissazione per il giovane promettente che si schianta morendo realizzando così, in un sacrificio esteticamente godibile, il proprio radioso destino. Lo ringrazio, insomma, per avermi permesso di guardare alla mia cultura d’origine con gli stessi occhi con cui si guarda al folklore.
Hitler, nel Mein Kampf, dice che le tendenze pacifiste e umanitarie dei suoi tempi sono le tendenze delle nazioni europee ricche. Fa un lungo discorso per dire che, fondamentalmente, la beneficenza esiste grazie a un grappolo di milfs annoiate che non hanno mai sperimentato sulla propria pelle il soggiacere agli impulsi basilari (mangiare, non congelare, etc…).
Ma, prima di proseguire, è necessario fare una scontata premessa: il fatto che il Mein Kampf sia divenuto il libro-simbolo di un regime che storicamente ha fatto tanto male a tante persone non significa che l’interezza di questo libro sia da buttare nel cesso. La differenza tra il Mein Kampf a pag. 292 (quella a cui sono giunta) e una lamentela a random odierna, ben sviluppata e analitica, sta solo in una cosa: gli ebrei. Ossia, Hitler dà tutta la colpa agli ebrei, e lo fa usando come prove un’accozzaglia tra documentazione storica, esperienze personali e Zeitgeist in cui vive. Lo fa come oggi le persone danno la colpa alla finanza, per intenderci, o al new world order, o alle multinazionali. Hitler prende tutto ciò – finanza, ordine mondiale segreto e attività commerciali – e lo riunisce sotto al concetto di “ebreo”. Per il resto, è fantasioso quanto molti nostri contemporanei e molto più arguto di molti nostri contemporanei. Semplicemente, è molto noioso per il lettore di oggi.
Ciò detto, torniamo all’Occidente benestante che si dà alla beneficenza e proclama sentendosi nel giusto di essere pacifista e non razzista e che tutti siamo uguali etc… Non siamo tutti uguali, per fortuna e sfortuna. Io, ad esempio, mi sento profondamente diversa rispetto alla tizia che vive in una società apertamente maschilista e che è passabile di condanna se non sottostà alle regole della suddetta società. Le sono uguale in quanto essere umano che si fa formare da una società, ma diversa nel risultato. E da essere umano uguale-diverso, ‘sto cazzo che accetterei di vivere nella società da cui proviene la tizia – e lei probabilmente non accetterebbe di vivere nella mia.
Ma viviamo in una società globalizzata post-RivoluzioneDeiTrasporti, in cui le persone non nascono, vivono e muoiono nello stesso chilometro quadrato. Un’attuazione letterale dei principi occidentali a oggi – tutti hanno gli stessi diritti, tutti devono poter avere le stesse risorse e poter mantenere la propria cultura – consisterebbe in un mondo in cui io, da minoranza numerica (gli occidentali della mia classe sociale, che pure non è alta, sono una minoranza nel mondo), dovrei sottostare alle leggi promulgate dalla maggioranza – quelle maggioranze che vivono in quei “poveri Paesi Non-Sviluppati culturalmente retrogradi che la globalizzazione sta livellando”. Dovrei, insomma, vivere nel mondo della tizia di cui sopra – da cui il “‘Sto cazzo”.
Questo paradosso mi era stato gentilmente offerto dal caro Malan, il sudafricano bianco progressista che scappò dal Sudafrica perché si rese conto che andare tra gli zulu dicendo “Non sono razzista!” gli sarebbe probabilmente valso un “Chi cazzo se ne frega, sporco bianco di merda? Ora ti facciamo il culo”. Ma Malan è stato soprattutto quell’uomo che mi ha mostrato come, forse, il problema tra boeri e zulu non stava nella loro diversità, ma nella loro somiglianza: entrambi erano inselvatichiti, affamati di terra e particolarmente fantasiosi quando si trattava di vendicarsi sul nemico.
Per questo motivo, e altri, mi tocca andare d’accordo con Hitler sulle milfs arricchite che fanno beneficenza.
Il problema, ulteriore, è che oggi viviamo in quel mondo in cui un manuale di diritto internazionale, per spiegare cosa sia il diritto internazionale, offre l’esempio di un’isola di un chilometro quadrato in cui un britannico vittoriano, uno zulu del primo Ottocento, un cinese degli anni Settanta e un figlio dei fiori americano si trovano e devono accordarsi sulla forma di governo e stato da darsi – e tutto ciò che ne deriva.
Il problema non è in realtà “ulteriore”: c’era già ai tempi di Hitler, e anche prima, nel Sudafrica di allora. La soluzione, facendo eco al caro Wilson, era quella del più puro nazionalismo: dare a ogni nazione il proprio territorio. Senza perderci nell’ingrato e da me adorato compito di capire che cazzo sia una nazione, e andando oltre, abbiamo un esempio dell’attuazione di tale politica: l’apartheid. E il Terzo Reich per come sarebbe stato, se la guerra fosse andata diversamente (i tedeschi volevano, inizialmente, sbattere gli ebrei – la “nazione senza territorio” – fuori dalla Germania, ma nessuno li voleva. Non li volevano i polacchi, né i russi o gli italiani, né tantomeno gli inglesi o i palestinesi. Per fortuna gli inglesi sudafricani, qualche decennio prima, si erano inventati i campi di lavoro e di concentramento da cui trarre ispirazione).
L’ultimo della lista ad aver complicato la mia visione di internazionalista di origine europea, dopo Malan e dopo i manuali di diritto internazionale, è stato un massaggiatore di origine rumena conosciuto a Budapest (mentre mi massaggiava per un prezzo che mi ha fatto tanto sentire neo-colonialista). Quest’uomo, scampato al regime sovietico, mi ha detto con candore che all’Ungheria non conviene stare in Europa, perché sarebbe come tornare all’URSS. Mentre il mio sbigottimento veniva inghiottito dal lettino, lui ha cercato di farmi capire il suo punto di vista. Mi sono impegnata e l’ho capito: ho capito che, per uno Stato come l’Ungheria, entrare in Europa significa fondamentalmente dover seguire una serie di direttive, ossia di punti che le dicono come deve comportarsi, essere, sentirsi. Probabilmente capirò veramente le implicazioni di tutto ciò quando, per poter sopravvivere, sarò costretta a entrare a far parte di una società ufficialmente maschilista che ha il diritto di sbattermi in prigione se non mi comporto da “donna”.

Il punto è che non so come spiegare al prossimo che i principi fondamentali non sono fondamentali, ma socialmente determinati, e nascono e crescono in Europa. Ci è voluto il giusnaturalismo, a cui è servita l’esistenza del Cattolicesimo, ci sono volute tante cose, tra cui il Romanticismo, l’antropologia e l’Olocausto, perché l’Occidente partorisse i diritti fondamentali. Abbiamo sterminato un po’ di troppa gente tutta assieme, scoprendo come la tecnologia e la buona organizzazione possano scavalcare i timori umani, ci siamo spaventati (non per le morti – la morte c’è sempre stata) e abbiamo reagito fobicamente.
Il dirigente dell’ASL di Pavia si è dimesso dopo aver fatto una battuta sugli ebrei (“La differenza tra le torte e gli ebrei? Che le torte quando le metti nel forno non gridano.”). In generale, c’è una giustizia nel fatto che si sia dimesso: ma sarebbe una giustizia reale, e non una giustizia da coda di paglia della nostra società, se si dimettessero tutti quelli che fanno battute su qualsiasi popolo e su qualsiasi categoria sociale.
Nel centro della cittadina in cui vivo c’è un parcheggiatore che allieta i clienti facendo pessime battute sugli omosessuali (che, ovviamente, vengono chiamati “froci”), ma se qualcuno gli desse dell’antisemita si offenderebbe a morte. Rido anche, alle sue becere battute. Rido sentendo quelle sugli ebrei e quelle sulle donne e quelle sui portatori di handicap. Non so perché rido. La psicanalisi forse direbbe che rido per sfogare aggressività – ossia per evitare di picchiare ebrei, omosessuali, me stessa e portatori di handicap. Può essere, veramente, ammetto anche che sia possibile che io voglia inconsciamente farmi del male.
Ma, se il dirigente dell’ASL deve dimettersi per quella battuta – e, ripeto, c’è un fondo di giustizia in ciò, una briciola, così come per un giorno all’anno è la festa delle donne – allora datemi un bastone che vado a picchiare Woody Allen perché ha detto: “On bisexuality: It immediately doubles your chances for a date on Saturday night.” E Wagner avrebbe il diritto di fare lo stesso perché Allen ha detto: “I can’t listen to that much Wagner. I start getting the urge to conquer Poland.”.
Invece rido, forse più per scazzo interiore che per tolleranza. Purtroppo Wagner ha dovuto subire tale destino: di essere associato al nazionalsocialismo. Lo ascolto e anche io mi sento già sulla strada per la Polonia. E’ ingiusto, lo so, e da essere umano socialmente impegnato devo sdoppiarmi: saperne ridere pur ricordando, in fondo a me stessa, che è un’ilarità che poggia su un’illusione di massa.
E’ che mi pare semplice, troppo semplice, liberarsi la coscienza da ogni bruttura sfruttando i bisognosi che necessitano di beneficenza e l’intoccabilità degli ebrei. E’ un po’ razzista, questa protezione a priori, come razzista è il pensare che tutti i “negri” siano povere vittime del nostro razzismo – escludendo che ci siano dei negri (ossia: “persone dall’aspetto scuro e dalla bassa estrazione sociale”) razzisti. Fossi ebrea, mi sentirei offesa dal vedermi rappresentata come una sorta di panda inoffensivo e destinato al macello, incapace di reggere il peso di una battuta di dubbio gusto. Voglio dire, come donna mi sento offesa se mi chiamano “sesso debole”. Ho dovuto attendere Inglorious Basterds per vedere la rappresentazione di ebrei capaci di farsi giustizia da soli – non che non ne esistano, ovviamente. Prima che masse di italiani si indignassero per la battuta del dirigente dell’ASL, un sacco di tempo prima, prima del nazionalsocialismo, Lord Nathaniel Rothschild (ebreo) disse:
“Never allow yourself to get caught without a loose million handy.”
E rido anche di questo.

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