Di cani e altre poco argute metafore.

Sono le 02:58 di notte e domattina dovrei (dovrei – dovrò) svegliarmi presto.
Sono le 02:58 di notte a causa di un curriculum da riscrivere, e decine di minuti persi nella grottesca mansione di stilare la propria bibliografia, nonché alla ricerca di quei dati e sigle che beatamente davi per scontati, e poi riappaiono, necessari, come fantasmi che andranno a riempire uno slot non ignorabile del curriculum.
Dovrei – dovrò – cercare di essere breve.
Sono viva.
Un po’ meno breve.
Noto persone, su Facebook, lamentarsi perché gli scrittori che hanno pubblicato a pagamento vengono discriminati. Si sarebbe giunti a questo punto. O ci si era già giunti mentre ero distratta? L’enorme universo degli scrittori non emersi che passano più tempo a parlare di editing e cercando di farsi pubblicare che scrivendo mi devasta. Sinceramente. C’è qualcosa che mi commuove come potrebbe commuovermi la Vigevano di Mastronardi.
Meglio Testori, si sa.
Ho per fortuna avuto di nuovo il piacere di parlare di Mr “L’omosessualità e Comunione&Liberazione” con la Profetessa, nel corso di una visita fatta a lei e al compagno, qualche settimana fa. Mi ci voleva. Mi ci volevano tante cose, dopo la laurea. G, ad esempio, che viene qui domani. La piccola enorme G che si è convertita al mio allineamento: pansessuale poliamorosa – più o meno. Insomma, con una cosa vaga come “pansessuale poliamorosa” non è che ci si possa abbandonare alle cieche certezze che altri inscatolamenti permettono.
In tutto questo sto invecchiando, suppongo. E’ difficile dirsi “sto invecchiando”, se si è una di quelle persone che si sentono nate vecchie. Di fatto, so di essere regredita a partire da qualche anno fa. Nel frattempo, invecchio. Non so bene quando, e se, io sia cresciuta.
Ho scritto e scrivo. Tipico dei periodi stressati. Ho scritto quel racconto breve per quell’antologia idealista di genere space opera. Scrivo per i cazzi miei, riesumando una vecchia trama che – ho scoperto – potrebbe avere molto da dire. Ho blaterato per un sacco di tempo, in questo blog, di questioni di identità di genere, sesso, sessualità e via discorrendo, e poi ho più ho meno smesso, nauseata da me stessa per non farmi nauseare dal mondo in cui vivo. Potrei ricominciare, sublimando, con quella trama che avrebbe molto da dire – sul gender, sulle false emancipazioni, sull’imperialismo culturale delle vecchie elite, e un sacco di robaccia che starebbe tanto simpatica ai gender studies e ai postcolonial studies.
Il fatto è che tiro le somme, e non per mia scelta. Devo farlo se voglio procedere con la dannata application (ma come si dice, poi, in italiano? “Candidatura”? Chi è quella testa di cazzo che dice che le lingue straniere straniscono, perché la lingua madre è quella degli affetti? Amo con fervore ciò che è collegato alla parola “application“) – per il master, sapete. Quel master all’estero – un master all’estero. Ma comunque. L’application mi richiede di fare un sacco di lavoro di auto-giudizio, giudicare me stessa e rivendermi bene.
Così, oggi ho re-incontrato la (ex) relatrice, che si è googlata i miei articoli online e mi ha fatto un sacco di domande (anche domande da colloquio di lavoro sui miei affetti, sulle mie priorità, su cosa mi lega e non mi lega qui – per fortuna ho risposte pronte da quando ho 16 anni, e per fortuna in ciò sono abbastanza coerente), e mi ha dato un’idea preziosa: scrivere, all’inizio del curriculum vitae, un personal statement che faccia una magia. La magia è semplice eppur meravigliosa: devo riunire le settecento cose che componevano il mio vecchio curriculum vitae da 7 pagine (ora 3) con un unico filo rosso. Proviamo, dai. Abbiamo provato, e il filo rosso c’è veramente.
Vorrei a questo punto cogliere le parole-chiave che compongono la collana dal filo rosso di cui sopra e urlarle, ma purtroppo non ho mai smesso di farlo, quindi posso gongolare (o terrorizzarmi) solo nella mia solitudine. E’ uno di quei momenti che, chi fa ricerca (di qualsiasi tipo), associa a un “E’ tutto collegato!”. E’ bello, quando i conti tornano. Si sente di avere un senso – non un senso in senso esistenziale, intendiamoci, semplicemente un senso vendibile.
Ho ripreso in mano la trama che avrebbe molto da dire perché ho dovuto, causa altri impegni, mettere in pausa lo studio sul nazionalsocialismo (il ri-studio, ossia) in cui mi ero immersa. Quello studio atto a partorire un’altra trama, e che richiede una rispolveratina e un approfondimento di temi quali “Heydrich”, “SS”, “Mein Kampf” (no, non l’ho finito – MA LO FARO’!) e via discorrendo. La trama che avrebbe molto da dire non richiede conoscenze pregresse, o, per meglio dire, quelle che richiede sono già disponibili nel mio cervello.
A parte tutto ciò, sono attualmente impegnata con la ricerca dell’insostenibile leggerezza dell’essere (no, non ho ancora letto il romanzo). Cerco l’approccio, il modo giusto di guardare alle cose, e soprattutto di volerle, a partire dalla prosa per giungere al curriculum vitae.
Credo che l’approccio sia tutto, creature. Guardare una becera puntata di Dog Whisperer, in cui il simpatico addestratore di cani zen deve certamente conquistare un sacco di casalinghe, me lo conferma.
In fondo non cambio mai.
Dal cane mangia cane sono semplicemente passata al cercare di trattare qualsiasi cosa come dovrei trattare un cane – che non è il “trattare da cani”, creaturine.

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2 comments

  1. “Application” si dice “domanda di ammissione” – prolisso ma rende l’idea 😛

    Ma puoi sempre unirti al gruppo degli emigrati che ormai dice “ho applicato” invece di “ho fatto domanda”.

    La Vigevano di Mastronardi?
    Hai visto il film? E` di Petri – ottimo film, a parte Sordi come protagonista…

    [[ E’ uno di quei momenti che, chi fa ricerca (di qualsiasi tipo), associa a un “E’ tutto collegato!”. E’ bello, quando i conti tornano. Si sente di avere un senso – non un senso in senso esistenziale, intendiamoci, semplicemente un senso vendibile. ]]

    Yep, I agree. Sono momenti orgasmici, ci si mette a scrivere furiosamente, ma purtroppo ci sono poche persone con cui condividerli.

    p.s. in teoria il Personal Statement, o Statement of Purpose, dovrebbe essere un documento separato dal CV, no?
    E attenzione alle lettere di raccomandazione, scegli bene: pesano.

    p.p.s. I agree, l’approccio e` tutto. I changed mine and my dissertation started to make sense. Magically.

    1. Grazie per la traduzione – ora la ripeto 2-3 volte nella speranza di memorizzarla.
      Applicant…? 😛

      Ho visto il film dopo aver letto un libro (“Il calzolaio”, non “Il maestro”). Non il mio genere. O forse lo è, ma mi ha angosciato moltissimo. “Il calzolaio”, come prosa, è interessante – o, meglio, lo era.
      Consiglio Testori in quanto caso umano, e per tutti i fili che lo collegano al tuo caro Buchino.

      [Yep, I agree. Sono momenti orgasmici, ci si mette a scrivere furiosamente, ma purtroppo ci sono poche persone con cui condividerli.]
      Per questo alla ricerca segue una pubblicazione, no? Per condividere.

      Il suddetto personal statement dovrebbe essere di 5-6 righe e stare in cima al CV, di modo da dargli un senso – una chiave di lettura del CV stesso. Il CV europeo è molto schematico e frustrante. Ciò non toglie che al 90% ci sarà un personal statement a parte.
      Mi manderesti il tuo attuale CV, o meglio ancora il CV che avevi scritto e mandato ai tempi?

      Una lettera è di un emerito, con classico curriculum “prep school britannica e PhD a Cambridge”, che viaggia per il mondo facendo il guest professor e partecipando a convegni. Iniziato con letteratura inglese, si è dato allo studio di schiavitù, imperialismo, post-colonial studies. Per lui ho scritto un paper sul nazionalismo canadese – tenendo conto che il mio interesse per il nazionalismo è uno dei motivi per cui ho scelto il master per cui sto facendo domanda, beh…
      L’altra è la mia relatrice. Studi coloniali e post-coloniali, identità, cultura, etc… Può parlare bene di me e soprattutto della mia tesi, che ha un approccio storico-economico.

      Capire che lo sforzo sta nel mantenere il giusto approccio nel fare le cose, non nel fare le cose. Quello, poi, viene da sé.

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