Di mali ontologici, relativi, nevrosi e psicosi.

Per non sentirmi troppo libera, partecipo a concorsi per antologie no-profit.
In realtà ho già avvisato del fatto che sarò disponibile dal 20 aprile in poi – post-tesi, insomma – ma intanto lascio che il mio cervello investa in quel progetto.
Non so esattamente perché.
So che scrivo, e dire “scrivo” – mi rendo conto ora – non è altro che una constatazione. Non è una dichiarazione d’intenti né una riflessione attorno a me: è il semplice constatare che non passo periodi troppo lunghi senza scrivere, non importa cosa.
Il bello di un’antologia a tema è che ti aiuta a canalizzare. Odio scrivere su commissione – intendo: scrivere professionalmente, con tutte le regole esplicite e implicite del caso – ma un’antologia no-profit per esordienti (cosa che non so se sono) pone molti pochi limiti. Il tema, fondamentalmente. Il tema è “space opera”, e ho dovuto wikipediarlo, perché rimango sempre la stessa creaturina ignorante in tema di categorizzazioni nell’ambito letterario (post-moderno & tutto il resto non basta? È già troppo). Il fatto che io abbia ingurgitato della space opera non significa che sappia come si chiama. Sono la solita bieca e compiaciutamente tale ignorante.
Il bello di un’antologia è che devi scrivere un racconto, ossia concentrare la tua attenzione in un investimento esiguo. Gioco facile, insomma – modo facile di scaricare creatività. Posso anche dirmi, se vengo selezionata, che perseguo una certa continuità, ossia: pubblico un minimo ogni tot tempo.
Non ricordo sinceramente l’ultima antologia in cui mi sono ficcata. Devo aggiornare la lista. Era quella sui robot o quella a tema informatico? (E continuo a chiedermi: perché sono tanto connessa a tali ambiti, di cui poi leggo così poco?) Comunque, doveva essere la primavera scorsa.
Amo disseminarmi qui e lì. Non c’è un vero scopo, credo. Certo, aggiornare le mie pubblicazioni – pagate e non pagate, minori e maggiori – può illudermi del fatto che io abbia un curriculum sensato. L’attività letteraria non è mai stata esclusa dalla sottoscritta come possibilità, ma neanche mai veramente considerata – e ciò per il mio odio per le commissioni, che probabilmente è un odio per il grande pubblico. Non si dice, vero? Intendo, non dovrei dirlo pubblicamente. Ma ogni volta che constato questo paradosso mi viene in mente Soffocare di Palahniuk, che incipita con una pseudo-invettiva rivolta al lettore. Forse è grazioso avere tra le mani un’invettiva che si rivolgerebbe a te, se solo non fossi tu ad avere potere su di lei. Deve essere come tenere in gabbia un leone a cui hanno cavato i denti.
Non ricordo se fosse Göring, quello che si teneva in casa un leone sdentato e senza artigli. Devo averlo letto in Hitler di Genna.
A proposito…
Ho finito Hitler di Genna.
Le impressioni a fine lettura non sono diverse da quelle iniziali. Permane un ottimo giudizio della prosa (odio questo modo d’esprimersi finto-professionale, quando sto fondamentalmente dicendo quel che mi passa per la testa senza troppo impegno) e forti critiche all’approccio. Circa il contenuto c’è poco da dire: è la vita di Hitler. Non indago neanche quanto sia precisa o non precisa storicamente, se per “storicamente” si vuole intendere “fatti in successione cronologica”. Se per “storicamente”, invece, si vuole intendere qualcosa di più ampio, allora vi rientra il problema dell’approccio.
Hitler è una demonizzazione. Non una demonizzazione rivelatrice, ma la constatazione di una demonizzazione vecchia: quella del Baffetto, per l’appunto. Parlando con VB, le ho mostrato la foto di Genna e le ho detto che Genna, per rappresentare Hitler, usa la metafora del siberian husky, parlando (non ricordo le esatte parole) dello sguardo glaciale di tale razza di cane. Tale commento si è inserito in una più ampia discussione che stavo avendo con VB sui tipi di fisionomie che ci attraggono, su quelle che non ci dicono nulla, su quelle che ci repellono e su quelle che troviamo famigliari.
Ho gli occhi azzurri, come alcuni tra voi sapranno. Ho gli occhi azzurri e trovo famigliari gli occhi chiari. Per “famigliari” intendo: riesco a leggervi emozioni. Gli occhi scuri, invece, mi risultano incomprensibili: sono buchi neri, per me. Possono essere affascinanti in quanto tali, ma mai riescono a risultarmi famigliari, e quindi rassicuranti (di per sé, ovviamente – dopo un po’ che conosci una persona impari a intendere tutte le sue esternazioni).
Genna usa la metafora del siberian husky, e quindi degli occhi chiari, per parlare di “glacialità”. È vecchia retorica, questa: l’algido ariano. La freddezza sottintende mancanza di empatia, di comprensione – e io non posso comprendere Genna, i cui occhi scuri mi risultano molto più minacciosi – minacciosi in quanto distanti – di quelli di Hitler.
Ovviamente non so se la mia significazione di occhi chiari e scuri dipenda dal colore dei miei, di occhi, o da altri influssi culturali. Ricordo che, leggendo il Tonio Kröger di Mann, incappai in una descrizione abbastanza generalizzante che faceva degli italiani, con il loro “sguardo ferino”. Mi colpì, perché generalizzava con una generalizzazione che capivo (ossia: mi ha tolto le parole di bocca). Togliendo la generalizzazione sugli italiani, che hanno occhi di diverse forme e colori, mi rendo però conto di farne un’altra, che coinvolge un certo tipo di fisiognomica. Non so come tale fisiognomica sarebbe stata definita nel complesso schema nato a inizio Novecento e raffinato durante il nazismo, so solo descriverla. Potrei dire che è latina, e forse in parte lo è. Ha occhi scuri, dalla linea morbida (quella che viene chiamata “ammaliante” dalla vecchia retorica), con sopracciglia arcuate, bocca ben delineata e una forma del viso che non è né nordica, né slava, né araba – e quindi forse, per esclusione, è latina. È questa tipologia che mi risulta “ferina” – una ferinità che può affascinarmi, anzi, devo constatare il suo averlo fatto sovente, dato che molti miei amanti, soprattutto donne, erano esattamente così. Sono attratta da ciò che mi risulta estraneo? Molto da cliché, ma se così è ne sono felice. Meglio questo che usare tali tratti per demonizzare un Grande Cattivo Altro da me come Hitler.
Insomma, tornando a Hitler di Genna, sono fortemente critica (altra espressione finto-professionale). Genna non ha fatto nulla di nuovo, anzi, ha fatto coscientemente quello che negli anni Cinquanta è stato fatto inconsciamente: si è rivolto al male ontologico.
Mentre finivo il romanzo, ho chiesto su Facebook consigli per un saggio sulle SS – cercavo un saggio che fosse sia storico in senso stretto che in senso ampio, e mi desse anche una panoramica dell’ideologia. Tra un commento e l’altro, è nuovamente pop-uppato I volenterosi carnefici di Hitler di Goldhagen, saggio che da qualche settimana mi rincorreva. Mi è stato nominato come libro da leggere, “uno di quei libri assolutamente da leggere”, con commenti positivi. Dato che il titolo mi stava – così, a pelle – un po’ sul cazzo, sono andata a informarmi cercando recensioni.
Non ho letto I volenterosi carnefici di Hitler e forse lo farò proprio grazie alle recensioni. Una, in particolare, analizzava l’apparente paradosso per cui tale saggio è stato fortemente criticato dagli esperti e particolarmente amato dal grande pubblico. Ora, il libro porta avanti la tesi per cui l’anti-semitismo sia una caratteristica innata del popolo tedesco. Detta così, può significare tutto e nulla. Potrebbe significare che l’anti-semitismo è innato nel nazionalismo tedesco, ma ciò sarebbe scontato: tutti i nazionalismi, per essere tali, rigettano le culture altre da quelle egemone, e in Germania c’erano una folta e importante cultura ebraica. Si tende a dimenticare che l’anti-semitismo era diffuso in tutta Europa a inizio Novecento (si veda il caso Dreyfus) e che in Germania gli ebrei avevano sviluppato una cultura a sé (quella yiddish), per quanto “a sé” una cultura possa essere. Nel quadro del nazionalismo, la soluzione a tale equazione è semplice.
Non ho letto il saggio, come ho detto, e so che si propone di analizzare come l’anti-semitismo sia storicamente insito nella cultura tedesca. Al di là del fatto che lo sia o meno – e se lo sia più o meno in altre culture europee, fattore non analizzato nel saggio – il problema che tale libro pone agli esperti è facile da riconoscere: cercare di appioppare tutta la colpa ai tedeschi significa retrocedere di cinquant’anni nella ricerca. Di mezzo ci sono state svolte, rielaborazioni, messe in dubbio, e via discorrendo. Si dovrebbe andare oltre, e invece Goldhagen torna indietro, e il pubblico lo acclama – e qui si pone il problema: perché il pubblico lo acclama?
Goldhagen, come Genna, porta avanti un lavoro atto a rintracciare un colpevole. Se i tedeschi hanno ammazzato tutti quegli ebrei a causa di un anti-semitismo innato, allora la faccenda è risolta: l’anti-semitismo riguarda i tedeschi, non tutti gli altri. Se l’anti-semitismo promana da Hitler, e viene accolto da un gregge belante – come Genna mostra – il problema è Hitler, non tutti gli altri.
Ma tra Hitler e l’oggi ci sono delle situazioni che complicano tale sentenza. C’è stato il Vietnam, ci sono state le guerre etniche – in ex Jugoslavia, in Ruanda – c’è stato il disconoscimento di una cultura occidentale che ha demonizzato il comunismo alla maniera di Hitler. Troppe eccezioni al pensare che il male è tutto in Hitler, o nella cultura tedesca.
Leggerò, spero, I volenterosi carnefici di Hitler, e ne parlerò. Ho letto Hitler, e lo consiglio a chi se ne intende veramente dell’argomento. Sconsiglio la sua diffusione selvaggia, perché questo romanzo è ben scritto e dà l’idea di essere una biografia puntuale – mentre Genna riempie tutti i buchi nera che caratterizzano la storia (ossia quelle cosa che non sono né dimostrabili né confutabili per mezzo di documenti storici) con un anti-semitismo grottesco (e non-nato, o nato già come tale, tautologico, ontologico) portato avanti da un Hitler che è non-umano (come dice esplicitamente Genna). Genna che – e qui lo odio e basta – sprona a non cercare di capire, sulla scia di quell’odiata scuola che ha insistito col dire che l’Olocausto è incomprensibile in quanto male ontologico, e comprenderlo significa giustificarlo. Non sopporto questa connessione, questo “comprendere significa giustificare”, e odio ancor di più le code di paglia che dicono di “comprendere ma non giustificare”. Cosa significa “giustificare”? Odio questo termine. Suggerisce un dare ragioni, a un fenomeno, che lo “approvano”. Se si parla di comprensione si parla di comprensione, non di giudizio. Cercare le ragioni di Tizio non ha diretto collegamento con l’approvarle o meno, con il definirle giuste o meno. “Lo comprendo ma non lo approvo” mi suona come un “Lo comprendo ma sappiate che siete stati tanto cattivi e ve lo dirò ogni volta che vi incontro”. Da dove è nata tale ipocrisia, tanto abusata da quelli che si definiscono storici e ricercatori, e quindi dovrebbero saper scindere ricerca da giudizio?
Genna si ferma prima, si ferma al “non cercate neanche di comprendere perché è incomprensibile”, incomprensibile come Dio, il Diavolo e tutte le essenze ontologiche.
Genna – e lo odio anche qui – dissemina per il romanzo tributi a un’altra scuola, quella della memoria, quella che vi parla dell’importanza di ricordare il passato – dimenticando che il ricordo è sempre una rielaborazione, e che il nazionalismo ha giustificato se stesso proprio ricorrendo alla memoria storica. Ma non odio questo fare di Genna di per sé, bensì perché tali tributi sembrano dire – dicono, anzi – che il romanzo è stato scritto proprio per quei milioni di morti (ebrei – gli altri dimentichiamoli pure) anonimi, mentre il libro si intitola “Hitler” e parla di Hitler. Genna, che cazzo… Coerenza.
Incoerente è l’intento dichiarato di voler sminuire il gigante Hitler – ma ripetere “Hitler non era nessuno, non va ricordato” in un consistente tomo che non fa altro che parlarne, beh… Quasi quasi fa venire voglia anche a me di ricordarlo con particolare trasporto.
Il problema, insomma, sta nella coerenza su diversi livelli. Condannare la “tedeschicità” di essere stata il male per gli ebrei non è troppo dissimile da quello che a quel “male” portò, ossia la condanna dell'”ebraicità” di essere stata il male per i tedeschi.
Insomma, Genna fa esattamente ciò che critica: stigmatizza. Ma non scriverò un romanzo per ripetere alle masse quanto ontologicamente malvagio Genna sia, e come sia importante sminuirlo.
Non so quanto successo abbia avuto Hitler. Me lo diranno i posteri nel Valhalla, spero. So che – l’ho già scritto altrove – mi fa venire in mente HHhH per l’impressione generale di leggere un prodotto scritto da una persona che si è ben informata sugli eventi storici in senso stretto, ma a cui manca uno studio più ampio, un quadro teorico e di riflessione attorno all’argomento. Per dirne una, Genna accetta la visione per cui Hitler avrebbe vissuto un periodo di estrema povertà – faccenda che la ricerca ha riletto definendola un'”automitizzazione” attuata da Hitler per drammatizzarsi e vittimizzarsi. Ma questa è un’inezia. Quel che manca in senso ampio è il tenere in considerazione la storiografia sull’argomento – HHhH, come Hitler, faceva pop-uppare visioni che diceva proprie ma che risultano scontate per qualsiasi esperto del settore. È un po’ l’effetto de Il Codice Da Vinci: l’esperto del settore nota con disappunto come Brown venda come perle rarissime e innovative quelle che sono nozioni basilari (e talvolta sommarie).
Consiglio, nuovamente, di leggere Il cimitero di Praga e Le benevole. Letti questi due, consiglio anche di leggere HHhH e Hitler. Valga anche il senso inverso. Temo solo – vecchio timore – che opere come HHhH e Hitler (e Il Codice Da Vinci) vengano prese come oro colato dal lettore, e non per sola colpa del lettore: sospendiamo l’incredulità quando ci troviamo davanti a palese fiction; ma quando la fiction appare come report storico, allora non sospendiamo nulla e crediamo e basta.


Da che ho cominciato a scrivere sono passati un paio di giorni.
Nel frattempo, ho iniziato a scrivere quel racconto per la raccolta a tema “space opera”. Il bello delle antologie no-profit è che non necessitano grande investimenti in termini emotivi e di iniziative, e quindi lavoro con più rilassatezza. Ho letto l’incipit a VB, le ho detto come si strutturerà il racconto e abbiamo riso. Ho riso di quel che scriverò, e lo scriverò ciò nonostante – o forse proprio perché ne ho riso. È un bene o un male? Ridere di quel che decido di dare in pasto al lettore significa un po’ ridere del lettore – e così ricordo di aver letto, diverse volte in Rete, dell’importanza di rispettare il lettore.
Lo ammetto: non ho mai ben compreso che cazzo significhi rispettare il lettore. Non inveirgli contro? Lo escludo, dato che raramente i libri lo fanno (Palahniuk è un raro esempio). Prenderlo sul serio? Considerarlo degno di rispetto… da che punto di vista?
Come diavolo si rispetta il lettore?
Non indago su ciò per una certa volontà di rispettare il lettore. Tendenzialmente depreco “Il lettore”, ossia il lettore medio, ossia quello che decreta il successo de Il Codice Da Vinci. Anzi, questo lettore post-Romanticismo mi è persino nemico: è colpa sua se la letteratura si è fatta meno complessa – meno complessa in potenziale, ossia: ha meno la possibilità di ricorrere a certe complessità.
I posteri, nel Valhalla, mi faranno sapere se ho rispettato i lettori.

Nel mentre, ho letto Un giorno questo dolore ti sarà utile e Peter Camenzind.
Il secondo è un libro di Hesse – e chi ha letto Hesse avrà capito che intendo, dato che Hesse è sempre inesorabilmente Hesse, perlomeno in Narciso e Boccadoro, Siddharta e Il giuoco delle perle di vetro. Demian è una degna eccezione, nonché uno dei miei libri preferiti: è come se in Demian Hesse fosse riuscito a liberarsi dei lati negativi di sé per esplodere in quelli positivi. Leggerò Il lupo della steppa, romanzo che iniziai anni fa e accantonai perché esistenzialmente troppo pesante. Era un periodo pesante di per sé. E mi riconoscevo troppo. Forse accadrà ancora. Mi fece, comunque, un effetto simile al De Profundis di Wilde: annichilente. Quindi, diverso dal solito Hesse.
Un giorno questo dolore ti sarà utile è un romanzo strano. Ha un approccio ironico ma è di una pesantezza esistenziale sconfinata. E poi vi ho ritrovato una visione del mondo troppo simile a quella che è stata mia, e che in parte lo è tutt’ora, e ciò mi ha sprofondato in riflessioni paranoiche.
Sul divano che non è un divano ma due materassi nudi ho disegnato per VB uno schemino più o meno così:

Legge: legale/illegale
Moralità: morale/immorale
Psicologia: sano/malato

Lo schemino funziona così: si prende un determinato evento e si completa la tabella sottolineando quale delle due alternative sussiste. Ad esempio, l’omosessualità a fine Ottocento era “illegale, immorale, malata”. La pedofilia oggi è “illegale, immorale, malata”. La beneficenza oggi è “legale, morale, sana”. Etc etc…
La tesi che ho portato a VB con grave serietà vuole che il lato psicologico non esista di per sé, ma sia la risultante dei primi due. Modo convoluto di dire che la pazzia è relativa. Tendenzialmente, sostenevo, un comportamento che sia illegale in una data società sarà anche immorale, e quindi malato. Se un soggetto viene analizzato al fine di comprendere se sia sano mentalmente, non ci si può non riferire alla sua relazione con la legge e con la moralità vigenti.
Lei mi ha quindi domandato io come sarei collocata.
Sono nella sfera della legalità per ora, le ho detto, e divulgo una moralità altamente immorale per questa società. Non da tutti i punti di vista, beninteso. Quel che intendevo dire è che, se commettessi un crimine, e qualcuno venisse qui sul mio blog per contestualizzarmi, vi ritroverebbe un pensiero che va perlopiù contro la morale vigente. Essendo così illegale e immorale, verrei catalogata come malata psicologicamente – e questo è il mio incubo.
Ieri pomeriggio, dopo una nottata con due sole ore di sonno, sono crollata. Ho dormito fino a stanotte, svegliandomi da un incubo.
L’incubo in questione era una seduta di psicanalisi. Devo dire di essere anche abbastanza compiaciuta: sono stata brava a creare un personaggio-psicanalista che mi ponesse domande. Ad esempio, tale psicanalista mi ha chiesto:
“Perché abbisogni di essere compresa linguisticamente per sentire di essere amata?”
(Lo psicanalista era frutto della mia mente, e quindi usando la parola “linguisticamente” intendeva qualcosa di molto ampio, che va oltre la mera lingua parlata.)
Mi ha anche chiesto perché non riuscissi a stendermi e semplicemente oziare, e io cercavo di spiegargli che se mi stendo ho due possibilità: o dormo o devo essere apatica, per non fare nulla. E so essere apatica, mio malgrado, purtroppo.
Mi sono svegliata perturbata, andandomi ad accucciare sul divano materassoso in attesa che quella brutta sensazione passasse – per quanto può passare la consapevolezza di una potenzialità.
Mi sono chiesta se tale sogno fosse dovuto a un fatto realizzato l’altro ieri, prima di addormentarmi, ossia: che la mia creatività deperisce, e ravvivarla significa attingere da quello stesso calderone che mi renderebbe più esplicitamente pazza. La mia creatività deperisce anche perché non uso più proiettarmi in cose distanti da me. Non sono Hitler né l’amministrazione britannica di Colonia del Capo, certo, ma ormai comprendo abbastanza queste due entità da ri-conoscerle. Evito invece, da tanto, di farmi avvolgere dal ricordo di una certa atmosfera – una qualsiasi, come quella suggerita da una vecchia villa abbandonata, o quella che una canzone mi suggerirebbe se non decidessi arbitrariamente cosa deve suggerirmi.
Mi sono insomma chiesta se tale mancato viaggiare mentalmente sia duplice causa: sia della mancanza di creatività che della mancanza di psicosi.
Perché non sono più psicotica, ormai. Lo ero. Ora sono nevrotica. Ridistribuisco il mio ordine con costanza e ciò mi permette di rimanere con i piedi per terra e di non cader vittima di un horror vacui.
Nel sogno, invece, ero psicotica. Lo psicanalista mi faceva andare d’urgenza a fare una seduta perché ero in una situazione critica. Ero ufficialmente malata, insomma.
Qualche sera fa ho intravisto un servizio sulla depressione in Italia. Un’intervistata parlava dell’importanza, tanto ripetuta, di parlare agli altri della propria condizione, ossia di dire: “Ebbene, sono malata di [depressione o altro]”.
Ricordo il sollievo che provai anni fa quando il mio disagio si fece ufficiale. Stavo male, da morire, e tale ufficializzazione mi permise di fare quello che amano tanto fare alcuni bambini: mettersi a letto e farsi accudire.
Oggi non sto male da morire, e so che tale ufficializzazione significa una de-responsabilizzazione. Insomma, vieni meno preso sul serio, ti vengono affibbiate meno responsabilità – e questo è un bene se non riesci a gestirle e ti stanno affondando, ma è un male nella misura in cui la tua voce acquisisce un peso diverso, più relativo.
Nel sogno non sapevo rispondere alla prima domanda dello psicanalista. Gli ho risposto nella dormiveglia del risveglio – gli ho fornito una risposta sostenuta dai tanti studi fatti, una risposta coerente e logica e da cui non riesco a sfuggire.
Sapete qual è la cosa peggiore della psicologia?
Che non cerca la verità, ma il benessere. Non è la verità ma il benessere a farti stare male o bene. Io posso anche ripetermi la risposta data allo psicanalista, e trovarla logica e non confutabile, ma anche se fosse giusta, giusta ontologicamente, questo non mi farebbe stare meglio da un punto di vista psicologico.

Ora ho un grosso problema.
È verosimile che ciò che mi permettesse di essere creativa corrisponda a ciò che mi permise di essere psicopatica. L’esperienza suggerisce ciò. Il problema è che senza creatività mi sto spegnendo, mentre da psicopatica rischio direttamente di esplodere.
Indovinate quale sceglierò.

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