Di stress insolubile e miti negativi.

Giorni e giorni di studio senza un feedback in tempo reale (e quello datomi dai relatori non vale, perché non ci credo) mi portano qui, di nuovo, perché per qualche strano motivo vergare (fra quanto questa parola morirà?) su queste pagine mi sa di produttività.
Ciao, oh coevi, sono stressata.
E ogni volta che leggo “black labour” mi stresso un po’ di più.
L’ultima settimana è stata spesa imparando come ottenere una forza lavoro controllata fino al buco del culo (e non è metaforico: stiamo parlando di diamanti) e dai bassi salari.
Gli ingredienti sono:
– una sconvolgente maggioranza di nativi di pelle non bianca;
– del sano colonialismo paternalista;
– uno Stato fantasma.
Poi basta rispolverare le nozioni rimaste da un esame di economia politica internazionale sull’importanza della produzione di un surplus di staple food, e un paio di altre cose che non ho voglia di ricordare ora. Gli appunti serviranno pure a qualcosa.

Penso sempre più che la comunità intellettuale attuale sia in fondo grande più o meno come quella dei tempi di Erasmo da Rotterdam. Ci sono quintali e quintali di pagine che, infine, circolano sempre tra le stesse persone. Tutti citano Turrell, Worger si fa editare da Smalberger che sicuramente, scoprirò, cita Worger, e via discorrendo.
Sono giunta, insomma, a un visione più tiepida del classico “nessuno mi capisce”. In fondo è un po’ vero: pochissimi mi capiscono, perché pochissimi muovono le proprie morbose manine nelle tonnellate di carta con cui ho arredato diversi scaffali della mia libreria Ikea.
Insomma, riassumendo: potrei scrivere anche una tesi sulle posizioni tenute dalla comunità intellettuale sul Sudafrica di fine Ottocento. Tanto ci stanno tutti in una stanza. Piccola.

La mia libreria Ikea dovrà essere spostata in giornata, per permettere all’imbianchino di ritoccare il lavoro già fatto. Non ne ho voglia. Mi sono svegliata alle 18:00 di ieri, ho passato una nottata insonne perlopiù studiando, sto bevendo una redbull dopo averci pensato di sottofondo per tre ore e, insomma, neanche voi avreste voglia di spostare la libreria Ikea già sovraccarica.

Faccio una doccia ogni sera (con VB – ormai siamo coordinate sotto la doccia come due commilitoni in costante mancanza di spazio vitale; siamo capaci di farci una doccia assieme in un bagno di due metri quadrati, ossia un bagno più piccolo della mia attuale doccia) per darmi una pausa. Faccio una doccia ogni sera accendendo una candela e usandola come unica luce per fare atmosfera – cerco insomma di immergermi in una convincente atmosfera “ti stai rilassando”. Ovviamente, mi prendo in giro da sola. La doccia consiste in una serie di puntuali passaggi che vengono svolti con precisione, ma quando sento la testa girare lievemente per l’eccesso di vapore posso illudermi che mi sto rilassando – per il semplice fatto che in quella condizione non potrei fare altro.
Per convincermi ancora meglio, il prossimo fine settimana farò tappa a una spa, concedendomi (e questo non sarà un piacere illusorio) un massaggio alle mie legnose spalle, per non parlare del mio bloccatissimo collo. VB allevia le mie sofferenze quasi quotidianamente, riservandomi massaggi piacevoli e catartici – ma tanto il problema si ripresenta con costanza. Mi ci sono affezionata, ormai, a tale legnitudine insita: la reinterpreto come segno della mia concentrazione.

Ho guardato Immaturi trovandolo divertente e moralmente aberrante. Il fatto che questo film intendesse essere moralmente di guida mi dice tanto sulla mia posizione in questa società morale, suppongo.

Quando l’imbianchino avrà finito con i ritocchi, potrò finalmente sistemare il resto della casa.
Dovete sapere, Creature, che è stata la sottoscritta a disfare i pacchi e inserire il tutto nei relativi spazi. La cabina-armadio è stato il culmine di tale lavoro, e mi ha vista pulire da ogni mefitico pelo di gatto o cane ogni capo prima che questi venisse riposto nella cabina-armadio. Sì, è patologico – infatti mi ha rilassato. Vorrei rilassarmi, ora, mettendo a posto il resto della casa. Mi rilassa, insomma, trovare un ordine ottimale, ossia quell’ordine che soddisfa il più possibile estetismo e funzionalità.
Dovrò pur far sfogare Tanz – aka il mio Super-Io, aka uno dei personaggi di La notte dei generali di Kirst – da qualche parte, no?

Mi manca Kirst. Mi manca soprattutto mentre finisco Hitler di Genna. Dico “finisco” ma sono a pagina 311 di 665. Il punto è che lo apro, ogni volta, con lo scopo di finirlo. So che sto facendo una pessima pubblicità a Genna, ma questo gli tocca da una germanista. In compenso, ho chiesto consiglio per altri suoi libri, libri in cui la stupenda prosa non sia rovinata da un approccio becero – becero per qualsiasi germanista che non sia rimast@ alla fase “vado ad Auschwitz in vacanza, mi metto a piangere, torno a casa e lo ignoro per il resto dell’anno”.
(Chissà se riesco a implementare il @ come simbolo che sostituisca le -a e le -o, nonché le -e e le -i, della nostra sessista lingua.)
Mi manca Kirst e uso il Nazionalsocialismo come un mio amico usava Freddy Krueger. L’amico diceva:
“Quando ero piccolo, Freddy Krueger era un male fasullo, quindi più accettabile dei mali reali che conoscevo.”
Strani processi mentali.
I nazisti sono morti (o sono vecchietti incartapecoriti), coevi. Non possono più fare male a nessuno. Per questo odio l’uso di dare del “nazista” a un avversario politico, o quello di gridare al nazismo quando si ha l’impressione che la nostra società si stia de-democratizzando: non è il nazismo il problema, e chiamare il problema “nazismo” non fa che sviare l’attenzione dai problemi reali.

Studiare 3 volte la fase d’amalgamazione delle società a Kimberley fino alla fondazione del monopolio De Beers, oltre a insegnarmi imbrogli finanziari geniali, mi rende sempre più amareggiata dinnanzi a quel brusio di sottofondo che inneggia contro le banche e la finanza, quali fossero mali nuovi, sconosciuti, e a cui si possa rinunciare d’improvviso – come se la rinuncia improvvisa fosse per noi una salvazione.
Premessa: sono un cane in finanza.
Sono un cane che scoprì come la moneta sia un’astrazione, una self-fulfilling prophecy, studiando la Spagna del 1500-1600 e le sue bancarotte. Insomma, lo scoprii per caso. Il mio essere un’ignorante è stato lievemente attenuato da uno splendido corso di economia, in cui un folle professore cercò di insegnare metodi e ragionamenti utili a un esiguo branco di totali ignoranti in materia. Amo tutt’ora quell’uomo. Anzi, vorrei chiedergli di leggermi la tesi – la mia tesi con troppi risvolti economici, e il mio terrore che i miei relatori non sappiano correggermi quando ne blatero. Voglio un quarto relatore.
Ho scritto a un anonimo, qualche settimana fa, che tutti questi anni – tanti in proporzione alla lunghezza della mia vita – spesi sotto l’egida dell’amore per la conoscenza mi hanno dato un solo vantaggio: che ora dico qualche cazzata in meno. Questo vantaggio ne reca un secondo: so di dire qualche cazzata in meno perché osservo le cazzate che ho detto in passato, e questo mi rende consapevole del rapporto inversamente proporzionale esistente tra conoscenze acquisite in un campo e cazzate che puoi sparare parlando di quel campo. Questo, insomma, mi fa tenere la bocca un po’ più chiusa – pensate, quindi, quanto sarei polemica altrimenti – mentre osservo incolti più incolti di me ipotizzare una società priva di banche, di protezionismo estremo, e altre repubbliche realizzabili più o meno quanto quella di Platone.
Non rifletterei tanto sull’argomento se non fossi una germanista. Il passo tra “banche/finanza” ed ebrei è stato così breve da essere dato per scontato poco meno di un secolo fa. Non che il collegamento non esista, anzi – googlate “Rothschild” – ma quello che osservo con morbosità è il rapporto direttamente proporzionale tra “crisi” e “subitanee invettive contro le banche & correlati”. Non nego neanche che tali invettive siano ben motivate, semplicemente osservo il ri-crearsi di un mito negativo. E c’è così tanta gente che ne parla, di queste banche, che tutto viene detto e le opinioni creano labirinti, in cui i pareri degli esperti del settore si mescolano a lamentele populiste, e infine c’è solo un gran casino.
E allora si ritorna a Marx.
Anche nel primo dopoguerra si ritornò a Marx.
Il partito nazista, dopotutto, era il partito nazional-socialista. Per la precisione, era il “Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori”, ossia un partito che diffondeva un’ideologia basata su invettive non troppo dissimili da quelle presenti.
No, Creature, non sto prospettando un secondo olocausto o una terza guerra mondiale. Troppe cose sono cambiate. Non speculo per giungere a una previsione. Speculo e basta, rimirando la ri-creazione – ennesima – di miti negativi. L’othering. Il legame tra identity e alterity. Tutti temi tanto amati dalla ristretta cerchia intellettuale degli ultimi anni – troppo ristretta. Tale cerchia ha deciso che nell’umano è necessario creare “l’Altro da sé” per crearsi un’identità, e il passo tra questo e la creazione di un mito negativo è brevissimo. Questi eminenti studiosi, che tanti saggi hanno scritto sull’argomento, non mi hanno fornito una sola soluzione – e così non posso fare altro che osservare la costruzione di miti negativi, ascoltare commenti sui cinesi che s’infilano ovunque, le banche-sanguisughe, l’immigrazione nord-africana che porta criminalità, i comunisti, i leghisti, i nazisti e via discorrendo.
D’altro canto, io ho risolto la faccenda in maniera esemplare: ci sono io, e poi ci siete tutti voi, e infatti tanto insisto sul fatto che noi siamo tutti esseri umani, perché tale collegamento è la mia salvezza e la mia dannazione.


La comunità intellettuale odierna sembra essere estesa quanto quella dei tempi di Erasmo, e ciò mi angoscia perché oggi siamo convinti di essere tutti democraticamente informati – gli esperti del settore e i lamentosi populisti.
Personalmente, è da anni che mi sento un’infiltrata.


Andiamo a svegliare VB con un caffè e qualcosa di dolce.

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