Suggerimenti?

Chissà se la mia latitanza corrisponde a un cambio di paradigma.
(Chissà se imparerò mai a trovare interessanti incipit che non richiedano conoscenze pregresse o una googlata veloce per essere compresi.)
Il fatto è che ho poco da dire.
Davvero.
Non che mesi fa avessi molto più da dire. Lamentele, perlopiù, ossia critiche – “lamentela” e “critica” come due facce della stessa medaglia.
Avevo già allora una certa intolleranza per il mio approccio aggressivo a qualsiasi cosa il mio cervello si trovasse a masticare una volta aperta questa pagina. Ora ciò deve essersi acuito, e quindi ne è conseguito il silenzio.
Come teoria regge?
Diciamo che ripetervi che dopotutto vi tollero, e utilizzare infiniti caratteri spazi inclusi per convincermi di ciò, alla lunga diventa noioso e degradante.
Che novità ho?
Assisto a un lento affievolirsi del mio essere sociale, ossia a un fenomeno che avevo predetto più di un anno e mezzo fa. Fissare negli occhi una propria profezia ammuffita incastra nel loop del domandarsi se non fosse una self-fulfilling prophecy.
Sto cercando di prendere le cose superficialmente.
Il problema è che ho il timore di prendere quelle sbagliate.
Il problema è che non ricordo più quali fossero le altre.
Non è un intervento nichilista, il mio: sto invero cercando di fare il contrario. Se poi fallisco, posso narrare il mio fallimento tentanto ottimismo e fallendo di nuovo.
Leggo, studio, porto avanti routines ininfluenti.
In fondo, in quanto a ritmo, e guardandola retrospettivamente, ho una vita normale. Per giungere a ciò l’ho ridotta a un soggiorno minimalista, ma non formalizziamoci.
Tornando alle cause del mio silenzio, arrovelliamoci su queste.
Arrovelliamoci su ciò che mi ha fatto passare la voglia di comunicare, dato che i tentativi di comunicare superficialmente falliscono puntualmente. Una breve rassegna delle mie ultime occasioni sociali mi fa realizzare che mi sono già arresa all’essere l’ipercritica radical-chic di turno, così arresa da dirmi che ogni tot posso ricomparire in scena per dare al mondo ciò – ogni tot va bene, con moderazione.
Se è vero che ci attiriamo le cose, dovrei domandarmi perché ultimamente mi attiro fatalismi. Sarà l’età. E intendo: sarà il fatto che nel frattempo sono passati anni, e non solo per me, e così mi ritrovo conoscenze – anzi, “occasioni sociali” – che cercano di ribadirmi l’inevitabile cambiamento che avviene verso la mia età. Un qualcosa che dovrebbe rendermi più pacata, abbattere il mio approccio e le mie critiche, moderarmi e normalizzarmi.
Eoni fa, su questo blog, più lontana dalla mia attuale età, mi dilungai con fervore criticando coloro che relegavano certe posizioni e certe azioni all’età dell’adolescenza. Ora mi manca il fervore, credo, e questo potrebbe dare ragione a chi auspica a una mia pacatezza.
Odio le medaglie che hanno due facce.
Odio il pensare che la mia rabbia per tali fatalismi possa essere riletta come la rabbia che si proietta su chi ci dice verità sgradite.
Suvvia… verità?
Più taccio e cesso le comunicazioni, più le mie posizioni interiori si fanno salde. Deve essere il normale decorrere dell’alienazione. O forse no, forse semplicemente sono così e non cambio, perlomeno non in nome dello scattare di un compleanno.
Chissà.
Ho discusso, brevemente ma spesso, sul segno degli anni che passano. Sulle mie guance che s’incavano, sul corpo che si assottiglia, su simili segni. Ho discusso controbattendo consigli di make-up atti a far tornare tondo un volto che ho sempre voluto scavato, controbattendo dritte su come mettere su chili per farmi rispuntare tette che ho sempre voluto come la seconda che porto, e via discorrendo. Ho cercato, invano, di spiegare alla madre di VB che io mi piaccio esattamente quando mi guardo al mattino allo specchio, con gli occhi a mezz’asta e i capelli in aria. Lei mi correggeva, indulgente, dicendo che anche lei si accettava. Io ripetevo inutilmente che mi piaccio proprio.
È difficile spiegare cosa significhi appartenere a un diverso paradigma estetico, perché in primis bisogna spiegare cosa diavolo sia un paradigma, ossia chiedere a una persona di uscire per un attimo dal proprio.
Ho cercato di spiegare molte altre cose ad altri miei interlocutori, e prendete la parola “spiegare” privandola delle proprie connotazioni legate al mondo dell’insegnamento: non si tratta di spiegare verità profonde, ma semplicemente una realtà diversa – la mia.
E mi sono stufata, e così ora cerco un approccio diverso.
Suggerimenti?

Fra poco è Natale, il periodo dell’anno in cui Horton esce dall’armadio.

Qualche giorno fa ho ripescato in una discussione uno stralcio di articolo che lessi chissà dove. L’articolo parlava dei sommovimenti conseguenti all’attuale crisi. L’articolo criticava chi critica i critici che portano critiche ma non soluzioni. Se la frase appena letta vi risulta contorta lamentatevi con la realtà, non con me. Comunque. L’articolo tirava in causa i movimenti sociali delle donne e degli schiavi, focalizzando la fase in cui la ribellione sociale si oppone al regime senza offrire un’alternativa solida. L’articolo diceva che chiedere a una persona in una condizione disagiante di non criticarla solo perché non ha al momento soluzioni solide da portare è come chiedere a uno schiavo di non ribellarsi a meno che non abbia un’alternativa al sistema del colonialismo – non è vero, quest’ultimo paragone è mio.
Mi sto aggrappando ai ricordi di quest’articolo. Ho molte critiche e qualche soluzione. Il sistema del matrimonio non funziona e lo critico e non ho un’alternativa da offrire che sia attuabile nell’arco di una generazione. Gli esseri umani non funzionano così. Forse in tre generazioni il matrimonio sarà rimpiazzato da qualcos’altro – legami amicali anziché famigliari alla base della costruzione di una vita condivisa, un ritorno alla comune, un ritorno alla sippe, solitudine sfrenata, whatever. Che ne so? So che il matrimonio non funziona, e lo dice il tasso di divorzi, e così critico il matrimonio. Ho i miei alti ideali, applicabili forse nell’arco di otto generazioni, e nessuna soluzione che qualsiasi dummy potrebbe applicare in tempo zero senza lamentele da parte della popolazione. Non ne ho. Voi sì?
Suggerimenti?

Trovo assurdo che si pretenda da un essere umano che questi trovi “la propria posizione nel mondo”. Il singolo umano non ha scelto di entrare in questo mondo. È come sbattere una persona in una discoteca hip-hop per poi chiederle di trovare il proprio modo di ballare. E se a questa persona piacesse il country?
E pensare che il mondo – piccolo o grande – in cui si nasce non sia l’unico mondo possibile?

Tendenzialmente le persone sembrano capire il mio mondo solo nel momento in cui le ferisco. Ho dovuto riflettere spesso su ciò. Ho dovuto perché le migliori descrizioni, rivelanti, della sottoscritta mi sono state date da persone che avevo, perlopiù inconsapevolmente, appena ferito. Come non domandarsi il perché? Forse che una tale rottura faccia decadere le accortezze e le cortesie, squisite ipocrisie, di un rapporto personale, permettendo alla persona di dare voce a ciò che già pensava? O forse la persona lo realizza in quel momento, può realizzare in quel momento una maggiore interezza del mio essere, dato che in quel momento non ha nulla da perdere? Perché? Cosa porta a ciò? È un momento di rara lucidità donata dal dolore? O la caduta di un silenzio mantenuto dalle proprie aspettative? Diventerò come i despoti paranoici da operetta che vessano le persone che hanno attorno finché queste non dicono loro, finalmente, che sono dei despoti paranoici? Oh no, amo quando le persone mi riconoscono certe qualità positive. Ho amato l’ultima e-mail di N, in cui mi faceva sapere che un suo recente cambiamento in positivo era stato coadiuvato dalla sottoscritta. Amo che mi si chiami “creaturina di luce”. Ho smesso le velleità da cattivo da operetta, preferisco gli angeli del Vecchio Testamento.
Odio quando una persona, ormai scossa dai miei attacchi, piega le labbra in una smorfia indecisa per rivelarmi che anche io ho i miei bei difetti, per poi elencarmeli con quel tono di finta accortezza proprio di chi ha tenuto in sé a lungo opinioni inespresse, o espresse con troppo tatto. Lo odio perché avrei voluto la sua gradevole o sgradevole sincerità fin da subito, perché i difetti elencati – che dovrebbero offendermi – non mi offendono, se non nella misura in cui sono rivelatori di un giudizio tenuto per sé – una specie di stiletto tenuto nello stivale, sottile, che bisogna saper impugnare bene per giungere al cuore prima di essere disarmati. Odio, insomma, la vendetta dell’oppresso represso, la odio considerando che non emano leggi e qualsiasi cosa io possa fare non potrà mai togliere al prossimo la libertà d’espressione.
Odio troppe cose, in fondo.
Sempre critica, eh.
Odio anche chi usa il termine “polemico” esclusivamente nella sua accezione negativa e superficializzante, non distinguendo tra critica ragionata e il belare lamentele.
Insomma, creature, non potete lamentarvi del mio essere una speculatrice intellettualoide per poi liquidarmi dicendo che belo mere lamentele non sorrette da imponenti costruzioni logiche. Coerenza, che cazzo.

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