Dubbi esistenziali per momenti annoiati.

Nel corso degli ultimi mesi, saltuariamente, durante pause spese sul divano o sorseggiando molto lentamente un molto lungo caffè, mi sono trovata a riflettere con alcune persone su un Leitmotiv della mia vita, un Leitmotiv che non capisco perché sia tale, in quanto non colgo il collegamento tra questo e la mia vita in generale.
Il Leitmotiv è: persone che conosco, frequento, con cui sviluppo quella che socialmente è definibile come “un’amicizia” (ossia: ci si incontra più di una volta ogni sei mesi, in pubblico, sì che il sociale possa prenderne atto), a un certo punto scompaiono.
Con quello “scompaiono” non intendo ovviamente dire con tatto che muoiono, né che vengono rapite, né che fuggono in Tibet e non se ne ha più traccia. Piuttosto, nell’arco di qualche settimana, qualcosa nel loro cervello fa sì che l’opinione alta (o non ci frequenteremmo) che avevano di me si tramuti in qualcos’altro.
Ora, il dilemma è: io non so in che consista questo Qualcos’Altro. Né come mai ciò accada. Né come accada.

Osservo ora, su Facebook, il profilo di una vecchia amicizia che – per l’appunto – scomparve. La vecchia amicizia – B – proviene dal mio stesso liceo, dove ci siamo conosciute, e ai tempi della nostra frequentazione era un’artistoide dalle mille idee. Ora – mi dice Facebook – B è una dedita cristiana con marito e figlio, che vanta un catholic pride e non vuole musulmani in Europa.

… Amo l’umanità.
E amo ritrovare persone dopo anni.
Ma, tornando al punto iniziale, non so ancora perché B sparì. Non esattamente. Fonti mi riferirono che aveva conosciuto questo stra-cattolico (l’attuale marito, suppongo), che si era ri-convertita al cattolicesimo e aveva bruciato tutti i lavori artistici fatti perché dettati dal Diavolo. Considerando che io, artistoide allora come oggi, le facevo i tarocchi – o, meglio, io pescavo carte e riflettevo ad alta voce sul loro significato, mentre lei voleva una cartomante che le dicesse come far evolvere il proprio futuro – ho immaginato di essere finita, simbolicamente parlando, nel rogo.
B è riapparsa nel mio campo visivo mandandomi l’invito a una mostra intitolata Teofania, quindi evidentemente all’arte è tornata. E cerco di immaginarmela, B, con quel suo modo fanatico d’approcciare ogni argomento (ha passato un periodo dormendo con un arcano maggiore sotto al cuscino), simile a come la conoscevo, ma semplicemente innestata in una specifica ideologia anziché saltellante freneticamente da una prospettiva all’altra.
Dicono che la maturità sia questo: trovare se stessi e la propria posizione nel mondo.
E chissà che cazzo ci vedeva in me, B.
Chissà che vedeva in me J, che pure sparì – per motivi che conosco un po’ meglio, ma che non comprendo o non voglio comprendere.
Importuno l’una e l’altra apparendo nel loro spazio vitale virtuale con il sorriso sornione di chi non ha e non vuole avere tabù. Perché intuisco di essere stata un tabù, o quello che precede un tabù, un trauma. Niente di apocalittico, coevi, non ho sgozzato agnelli davanti a nessuno – è che a volte bastano piccole cose per ribaltare una prospettiva. Suppongo. Ed è anche perché posso solo supporlo che importuno persone come B e J: perché mi piacerebbe veramente capire cosa sia successo nella loro testa.
L’ultima volta che ho stigmatizzato un individuo avevo 15 anni. Quell’individuo è venuto a trovarmi un paio di settimane fa, e mi sono trovata così bene che lo vorrei ancora qui. Penso di averlo stigmatizzato, ai tempi, a causa di quella specie di meccanismo protettivo che fa sì che le persone con cui abbiamo avuto un rapporto molto profondo, quando il rapporto finisce, ci risultino stonate. Ci fanno impressione come una morbosità. Ci fanno impressione perché ci hanno conosciuti troppo, li abbiamo conosciuti troppo, ed è un po’ come osservarsi l’intestino a vicenda. Il rapporto è andato a male e anche un po’ noi con esso, e l’altra persona è uno specchio che vogliamo credere deformante – come se qualcuno ce l’avesse imposta.
Mi è accaduto, una volta, e poi mi è passato – e al mio secondo rapporto di pari o superiore importanza mi sono sforzata di far sì che non accadesse di nuovo. Il secondo suddetto rapporto è terminato con le mie nocche sullo zigomo del tizio che frequentavo, ma ho tenuto a ribadire – ma nessuno mi ascoltava, né credeva – che non c’era astio da parte mia, non c’era rifiuto da parte mia, che era semplicemente meglio che non ci frequentassimo più. Le nocche sul suo zigomo erano un’esigenza del mio orgoglio, tutto qui. Ricordo, a seguito di ciò, un dialogo con una conoscente che principiò con un suo:
“Non è necessario diventare un uomo per essere lesbiche.”
(Non ero lesbica, ero bisessuale, ma una buona fetta di umanità ha difficoltà a concepire una sessualità doppia.)
Ai tempi non avevo elucubrato abbastanza per risponderle, con la sua stessa logica, un:
“Non è necessario essere un uomo per prendere a pugni qualcuno.”
Ma comunque.
Sto divagando.
Dicevamo?…
Ah, sì, la stigmatizzazione.
Dicevo, è dai miei quindici anni che non stigmatizzo qualcuno. Ciò ha conseguenze, ovviamente. Non è un caso che io conosca angeli e porci – se proprio vogliamo riutilizzare le vecchie categorie di “bene” e “male”. Conosco convinti umili cristiani con cui darmi alla teologia di domenica, gente che ha sgozzato capretti, geni che dormono tre ore a notte per poi usare il cervello per tutto il tempo della veglia, santoni vegani, pulp alpha-men duri e puri, docili madri di famiglia in analisi dall’adolescenza, e tutta una lunga lista – molti tra voi – e sarebbe molto più facile citare i casi singoli che conosco senza rifarmi a categorie esistenti, perché reality is stranger than fiction, ma enumerarvi così, con le stramberie che vi caratterizzano, vi farebbe sentire delle bestie da baraccone. Probabilmente vi sentireste feriti. Insomma, qualche cosa sulle persone in questi anni l’ho capita. Ho capito, ad esempio, che non importa quel che dico e faccio in anni all’interno di un rapporto: se adesso qui dicessi che ho un amico che si masturba infilandosi una lampada al sale accesa nel culo, pur senza fare il suo nome, costui si sentirebbe ferito. Vai a sapere perché. Vai a sapere perché rivelare di sapere una determinata cosa, senza però rivelarla al mondo (ossia: senza fare nomi, né riferimenti che possano collegare la menzione alla persona), può offendere una persona. Ferirla. Tradire la sua fiducia. Anche se è stata questa persona a dirtelo e tu non hai minimamente sfiorato la sua fama pubblica. Vai a sapere il perché.
C’è da dire che non ho mai ben compreso la parola “offesa” – e con essa il verbo “offendere”. È un verbo strano, perché per realizzarsi richiede che il destinatario riconosca l’azione come “offensiva”. Un verbo strano, in cui l’intenzione del mittente può contare o meno, ma solo a posteriori.
È difficile offendermi, fottutamente difficile. Di solito a offendermi sono questioni generali, ma quel che mi dà sui nervi di norma non è l’offesa in sé, bensì l’incoerenza di una certa (il)logica. Insomma, cos’è un’offesa? Conosco la parola, il significante, ma nella mia testa non esiste concetto che funga da suo significato.
Rivelare di sapere una determinata cosa e le sue conseguenze (gente offesa, ferita e quant’altro) è un altro vecchio Leitmotiv, che però riesco a ricollegare alla mia vita. Per questo in questo blog c’è un’intera tag nominata “Lokasenna“. Purtroppo linka a un solo post. Ci ho messo un bel po’ a decidere che “Lokasenna” valeva quello spazio – valeva più del mio mero amore per La Lokasenna.
Consiglio sempre la lettura della Lokasenna – la poesia – e non perché sia particolarmente importante conoscere i pettegolezzi sugli Dei norreni, ma perché Loki – “Lokasenna” significa “invettiva di Loki” – è, o dovrebbe essere, il Dio negativo per eccellenza – eppure ciò che rivela nella sua invettiva è presumibilmente vero. Le accuse che porta, i modi in cui smaschera gli altri Dei, non sono dagli Dei smentibili – e questo rivela un quadro, una mitologia, in cui anche il più negativo degli Dei reca con sé delle verità – e forse è perché le rivela che viene castigato.

La co-esistenza di questi due Leitmotiven all’interno dello stesso post potrebbe suggerirmi che sono in qualche modo collegati. Ma forse no. Forse semplicemente collego tutto a tutto per hobby, noia, ossessione. Comunque, anche fossero collegati, credo sinceramente non me ne fregherebbe un cazzo. E la cosa mi solleva. Perché se dessi lo stesso peso ad entrambi i Leitmotiven mi troverei nella scomoda posizione in cui pare stia il 95% delle persone che conosco, ossia: dover scegliere tra socialità e limpidità. Assaggiare i compromessi – che possono avere diversi sapori, possono presentarsi come il miglior piatto da ristorante da guida Michelin che sempre avete voluto gustarvi – ma in cui è stata aggiunta della sabbia, e scricchiolerà tra i denti a ogni boccone.

(Amen.)

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24 comments

  1. Le persone spariscono quando fai loro del male… oppure quando non puoi, non vuoi o non sai(o tutte queste cose insieme) dare loro quello che cercano. Spariscono perché l’ego troppo sviluppato di alcune persone non è facilmente sopportabile ed è spesso scambiato per arroganza tout court (e a volte non è che sia del tutto sbagliato). Oppure le cose cambiano semplicemente e naturalmente e alcuni sono molto suscettibili al cambiamento, mentre chi il cambiamento compie, a volte, non se ne rende neanche conto.
    Non scendere mai a compromessi a volte è solo un modo per nascondersi ed evitare di mettere in gioco se stessi… ci sono momenti in cui scendere a compromesso significa privilegiare il rapporto con gli altri piuttosto che il rapporto con noi stessi… altre volte però, non si può andare contro la propria essenza… l’inghippo sta nel capire quali rapporti valga la pena salvare a tutti i costi, quali siano le persone che vuoi nella tua vita. Ciò che è certo (almeno secondo me) è che l’essere umano è il prodotto dei rapporti che instaura con l’altro. Il singolo senza l’altro non ha nessun senso… se non hai senso per gli altri, non puoi avere senso per te stesso… da qui l’ovvia e banale (ma vitale) ricerca dell’altro; amici, amori (anche se queste due cose troppo spesso si confondono), rapporti sociali di varie intensità e profondità ecc. ecc..
    A volte ci arrocchiamo su noi stessi e non cogliamo i messaggi che gli altri ci inviano, perché ci pensiamo troppo “giusti” per essere “sbagliati”… qualunque cosa questa frase voglia dire 🙂

    Bho… scrivo un sacco di cazzate ultimamente… tu non sai nemmeno chi sono… vabbè, mi fa bene scrivere e sviscerare certi pensieri che mi stanno uccidendo ultimamente… non è mia abitudine scrivere sui blog, e tanto meno su quelli di persone che non conosco(diciamo che non sono avvezzo a questo tipo di comunicazione di norma). Non ti conosco, ma conosco le sensazioni di cui hai scritto e questo è già molto. Ringrazio anticipatamente per i 2 minuti che perderai a leggere le mie parole, sperando che non sia tempo sprecato.
    Hail

    1. Hai inquadrato bene la sottoscritta – o entrambi ci spieghiamo in modo simile un certo modo di porsi.

      Mi sono spesso sentita tacciare d’avere un ego enorme. So cosa significa “avere un enorme ego” nel colloquiale, ma se mi soffermo a riflettere su cosa ciò esattamente implichi… Mi perdo. “Ego” come “Io”? E perché avere un grosso ego deve implicare l’avere un atteggiamento considerabile arrogante? Non si può avere un enorme ego per raccogliervi un’enorme umiltà – non mi riferisco a me, ma divago nel tentativo di capire, perché espressioni come “hai un enorme ego” o “sei arrogante” vengono più spesso usate per trasmettere una critica che per trasmettere un concetto in sé. Sono utili come accuse, avvertimenti, ma di per sé che significano?

      Sono convinta che l’essere umano che vive in società non possa che vivere di quella società – o del socializzare in generale. Sono così. Le persone sono centrali a molte mie attività e pensieri, ma – paradossalmente? – non le cerco più di tanto, anzi, so sfiorare bene la misantropia. Forse è proprio perché gli esseri umani sono così importanti che non necessito di averli fisicamente attorno: perché tanto ci saranno sempre, in me.
      Mi soffermo sul “paradossalmente” di cui sopra.
      Raramente la singola persona riesce ad avere per me l’importanza che l’essere umano, nella sua potenzialità (ossia ogni singolo essere umano, tutti e nessuno), ha. Sono grata di conoscere le persone che ho potuto conoscere – mi hanno dato tanto, mi danno tanto, spero mi daranno tanto. Alcune mi hanno consistentemente permesso di essere ciò che sono oggi. Non hanno dovuto fare nulla, a parte essere se stesse.
      Ma… Un essere umano per cui valga la pena sacrificare tutto? È un paradosso. Se è Me a decidere cosa va sacrificato, sacrificando Me in onore di un altro essere umano, poi non rimarrà quella Me che a tale scelta mi ha portato. Ma dire “è un paradosso” è frutto di un ragionamento logico. A livello più impulsivo, posso dire che non mi viene di sacrificare tutto per un prossimo – e neanche una quantità che si avvicini a “tutto”. Concepisco l’annullarsi per un altro, ma credo che quella sia una scusa – che ci si voglia annullare, e a tal scopo si utilizzi qualcosa di esterno a sé.
      Preferisco rapporti equilibrati. Amo la metafora del rapporto come trave sorretta da due colonne-persone.
      Parlando di esseri umani in generale – la folta massa con cui posso avere a che fare – non ho bisogno di intessere relazioni profonde per soddisfare il “Il singolo senza l’altro non ha nessun senso… se non hai senso per gli altri, non puoi avere senso per te stesso…”. Anzi: forse preferisco il senso che mi danno le persone che meno mi conoscono.

      Le domande che mi sono posta in questa entry derivavano da una curiosità intellettuale, più che da sofferenza. Intendiamoci: almeno una volta, vedendo una persona scomparire, mi sono dispiaciuta – ma mi sono dispiaciuta di vedere come la persona fosse diventata prima di sparire, quale meccanismo le era scattato dentro, a quali brutte sensazioni aveva fatto spazio in sé. Fortunatamente o sfortunatamente non sono mai stata abbandonata d’improvviso e senza spiegazioni da persone a cui tenevo _tantissimo_. Esiste una scala di intensità per ciò? So che le improvvise sparizioni di cui ho parlato in questa entry mi hanno dato una certa amarezza, al momento, non dolore da lacrime. Per altre persone avrei versato – e verserei – lacrime, e a lungo.

      1. Più in generale…
        [Non scendere mai a compromessi a volte è solo un modo per nascondersi ed evitare di mettere in gioco se stessi… ]
        E che male c’è in ciò?
        Metteresti in gioco una gamba per ottenere un gelato?
        Tutto dipende dal valore che dai alle cose, intendo. So di mettermi, spesso, poco in gioco. So perché lo faccio: perché il gioco non vale la candela.
        Mi è capitato di mettermi in gioco, ma non ho messo in gioco le mie idee e i miei valori (mentirei a me stessa se mi dicessi che posso farlo: non posso; neanche l’assoluta necessità di avere qualcuno vicino a me sa farmi cambiare pensiero – provato sul campo), ma la mia integrità emotiva. Ho rischiato, ossia, consapevolmente, di soffrire come un cane. A volte ho sofferto, altre no. I giochi d’azzardo funzionano così.

        Commenta quanto vuoi. In questo blog ficco di tutto, anche riflessioni che raramente escono in formato verbale dalla mia bocca – non perché io abbia pudori, ma perché abbastanza intimiste e involute da farmi pensare che potrei semplicemente confondere e tediare il prossimo. A volte ci provo. Di sicuro, questo blog è molto “denso”. Vorrei avere più spesso la possibilità di confrontarmi su ciò che scrivo qui sopra, quindi ben venga ogni occasione in tal senso.

        Bis zum nächsten Mal.

        1. Grazie per la disponibilità. Ho dato un’occhiata “veloce” al tuo blog. Ci sono tonnellate di parole! Leggerti mi fa sentire un intruso, una sorta di voyeur che sbircia dal buco della serratura e che fa il giro della casa cercando una finestra aperta che gli permetta di cogliere uno squarcio della tua vita. Se tu non volessi “intrusi” non scriveresti un blog pubblico, questo è ovvio, ma a me fa strano comunque.
          Ultimamente mi sono imbattuto in altre persone che fanno più o meno quello che fai tu (anche se non in modo così intensivo)… io sono sempre stato più dedito alla parola detta che non a quella scritta. Questo tuo blog è molto complesso, anche perché la mole di roba da leggere per capirci qualcosa è, perdonami, scoraggiante. Ma non è poi del tutto vero che sei incomprensibile… ho trovato spesso questo assunto leggendo alla cazzo qua e là. Di certo sei una che legge e studia parecchio, con un’evidente passione per la scrittura, che inventa personaggi e ci conversa, ci vive a fianco come fossero reali… dopo tutto, per uno che sa nulla di te, essi sono assolutamente vivi!

          “[Non scendere mai a compromessi a volte è solo un modo per nascondersi ed evitare di mettere in gioco se stessi… ]
          E che male c’è in ciò?”

          Non si tratta di bene o male… si tratta di vivere e di avere il coraggio di vivere l’altro profondamente, il che non significa affatto annullarsi.

          “Mi è capitato di mettermi in gioco, ma non ho messo in gioco le mie idee e i miei valori”

          Anch’io sono sempre stato molto aderente alle mie idee e ai miei valori(che sono molto lontani dai tuoi, almeno da ciò che ho capito leggendo in giro[parlo dei valori sul rapporto di coppia, per altre cose siamo parecchio affini])… finché qualche tempo fa li ho messi in discussione brutalmente per qulacun’altro (più precisamente li ho messi in discussione per ciò che ho provato per qualcun’altro)… questo ha provocato dolore a me(che perdura da parecchio) e a persone a me vicine. Allora uno cerca di convincersi di aver fatto una cazzata, di aver tradito se stesso prima che gli altri… ma non sa darsi pace, perché sa che amare qualcuno non può essere MALE… a volte ti succedono cose nella vita, che spostano pericolosamente l’asse attorno al quale la vivi, cose che ti paralizzano, che non ti permettono più di vivere serenamente. Quando ti accorgi di non vivere più, vuol dire che in realtà non hai scelto, vuol dire che ti stai confrontando con la peggiore delle scelte, ossia, non scegliere. Chi ha (o mostra) un ego enorme, può anche essere tacciato di arroganza(e a volte anche a ragione), ma allo stesso tempo offre parecchio di sé agli altri, trovandosi spesso “scoperto” e dannatamente vulnerabile. E poi bisogna distinguere molto nettamente l’essere egoici, dall’essere egoisti.

          Comunque sia, posso dire che tu, per esempio, da come ti percepisco io avendo leggiucchiato pezzi della tua vita(veri o fasulli che siano), sei di certo una persona con un ego enorme e a volte usi “l’incomprensibile” per essere compresa(a volte solo per il ludico piacere di scrivere, pardon, “cazzate”, o comunque cose che sai di capire solo tu), ma di sicuro si legge una sensibilità molto particolare e particolarmente intensa, che a volte mi sembra essere tenuta forzatamente a bada da un cinismo surreale e non propriamente autentico… ovviamente sono solo impressioni mie, e basate solo sulla lettura parziale del blog di una sconosciuta, quindi chiedo scusa se mi sono spinto troppo “oltre”(… ma so anche che non aspetti altro…)

        2. Un mio amico mi aiutò a capire per quale motivo al mio blog si associano (o associavano – è da tanto che non scrivo – ogni tanto ci sono periodi di vuoto) un consistente numero di lettori e un numero di commenti pari a zero. Molte delle persone che conosco mi hanno fatto sapere che mi leggono. Eppure non ho commenti. Mi sono domandata il perché. Il mio amico mi disse: “Il tuo blog è intimista.” Beh… Lo è, immagino. Lo è nella misura in cui un blog pubblico, in cui sovente mi rivolgo direttamente ai lettori, può esserlo. Amen. Uso questo blog anche come luogo in cui il prossimo – amico, conoscente, sconosciuto – può tenersi aggiornato su di me. Dico a volte che un prossimo potrebbe, virtualmente, sapere su di me più di quanto io stessa sappia: basterebbe leggere tutte le entries scritte in questi anni. Io non ricordo molto di quel che ho scritto, molto di quel che ho vissuto.
          Da questo paradosso – blog intimista pubblico – se ne generano altri. Scrivo, amo scrivere, amo la chiarezza ma anche la fiction. Sto leggendo ora un romanzo-saggio (HHhH, appena uscito) in cui l’autore vuole, come me, accostare descrizioni obiettive (ossia non distorte coscientemente da un intento di romanzarle) a parti romanzate, e vorrebbe che la linea di demarcazione tra le due fosse chiara. Fallisce. Non è colpa sua: è colpa della parola stessa, che sempre rappresenta, e quindi mai obiettiva è, ed è quindi difficile capire quando vorrebbe esserlo. Mi sono arresa a tal fallimento.
          Aggiungo che mi sono arresa all’essere presa come fiction, anche quando non ne faccio, anche perché a volte le persone non mi credono, pensano io inventi, proprio quando cerco di essere aderente a ciò che mi accade e penso. Stranger than fiction. Che il mio blog sia allora una serie di impressioni e spunti. Dopotutto, da un certo punto di vista (solipsistico), le azioni che vivo e i pensieri che faccio – anche quelli che rielaborano la realtà – fanno ambo parte di me.

          Scrivo spesso di essere incomprensibile. Spesso mi rivolgo ai coevi asserendo ciò, a volte in tono di scusa, a volte in tono d’accusa. Il mio ribadire ciò viene dall’essermi sentita spesso dire “Ho letto il tuo blog. Bello, anche se non lo capisco” – e mi domando come possa essere bello ciò che non viene compreso.
          So che una parte dei lettori coglie la maggior parte dei riferimenti che faccio, e segue buona parte delle involuzioni che scrivo. Non scrivo solo accatastando a caso parole una in seguito all’altra. Lo faccio quando narro, per dare sensazioni. Ma spesso scrivo accostando parole in frasi complesse ma perfettamente comprensibili da chi conosca i riferimenti e abbia voglia di seguire le contorsioni della sintassi. Non scriverei, se pensassi che sono irrimediabilmente comprensibile: scrivere è comunicare. Cerco quindi di scrivere a livelli, per diversi pubblici, di modo che ciò che scrivo sia più o meno – a diversi livelli – comprensibile da chiunque. Ma so di fallire, anche per scelta. Scrivo da un certo livello in su – e parlo semplicemente di complessità della prosa e di astrusaggine dei riferimenti.
          So che una parte dei lettori coglie i riferimenti e ha voglia di seguire le involuzioni. Sono felice che ci siano. Credo si sia sempre felici di essere compresi. Tra queste persone ci sono amici, conoscenti, e sconosciuti come te – grazie, quindi.

        3. [Non si tratta di bene o male… si tratta di vivere e di avere il coraggio di vivere l’altro profondamente, il che non significa affatto annullarsi. ]
          E qui si tratta di capire dove in ognuno stia il limite tra vivere il prossimo e annullarsi.
          Vedi, amo immedesimarsi. Anche per questo scrivo. Quando scrivo di un gretto essere che pensa solo a soddisfare le proprie esigenze primarie, e non ha voglia di trovare un senso alle cose, sia pur precario (che altro senso esiste, se non si ha fede?), divento quel personaggio. Lo divento per il tempo di crearlo, rielaborarlo, scriverne. A volte alcuni di questi personaggi mi donano visioni utili: sono i personaggi che trovi su questo blog. Horton è un gretto cinico disilluso terra-terra con un buco al posto della coscienza: Horton rispecchia _in parte_ me.
          Quel che faccio con i personaggi vale per le persone. Amo indagare il prossimo, mettermi nei suoi panni, e perciò amo essere circondata da un parco variegato di casi umani. Mi insegnano qualcosa su di me. Mi permettono di vivere sensazioni che la mia precedente visione del mondo non contemplava. Ma rimane il fatto che io sono io e loro sono loro. Dove sta il limite tra me e loro? Credo sia fottutamente soggettivo. Sia soggettivo il luogo ove questo limite si pone, e sia soggettivo il quanto sia auspicabile oltrepassarlo, e in quale misura.
          Parli di “coraggio”. Credo si necessiti anche coraggio per rimanere attaccati a se stessi. Credo, suppongo – tendo a farlo, quindi evidentemente non mi richiede più sforzo di quanto mi richiederebbe fare altrimenti. So di mantenere un certo distacco emotivo con le persone, ma è una faccenda contorta: con le singole persone adotto distacco, ma di contro vivo dell’immedesimarsi e capire il prossimo, genericamente parlando. Questo mi permette di avere a che fare con X mettendomi nei suoi panni, usando le sue corde, non giudicando – così mi dicono, che so non giudicare, non so se sia ciò o altro – senza che ciò implichi un attaccamento emotivo come viene normalmente concepito. Mi metto nei panni di chiunque, e mi trovo a soffrire delle pene sofferte da ogni genere di individuo, e quindi dovrei in teoria essere capace di travasarmi nel prossimo più nella media, eliminare le distanze, ma di fatto i miei rapporti risultano più distaccati di quelli “medi” (ossia, la persona media me lo fa notare).

          [Quando ti accorgi di non vivere più, vuol dire che in realtà non hai scelto, vuol dire che ti stai confrontando con la peggiore delle scelte, ossia, non scegliere. ]
          Grazie per questa. Ci rifletterò. Ulteriormente.
          A volte mi dico che è come un rapporto di coppia, ma tra me e la società. Scrissi la volta scorsa che mentirei se mi dicessi di poter rinunciare alle mie idee per stare bene con l’altro – ci ho provato e ho fallito. Credo che ciò sia trasferibile alla comunità in senso ampio.
          Mi dico che porto un punto di vista che mi amareggia, annebbia, deprime – ma, se resisto, se non mi faccio annichilire dal momento avverso, sarà quello stesso punto di vista a darmi cose preziose. Ci credo perché l’ho già sperimentato, lo sperimento. È un azzardo – ma non so neanche se saprei fare altrimenti.
          Il problema sta forse nella parola “peggiore”, e nel fatto che non esiste un “peggiore ontologico”, ossia: “Peggiore in quale scala? Per quale parametro?”.
          Dal punto di vista della soddisfazione quotidiana adotto probabilmente il punto di vista peggiore – ma forse il migliore dal punto di vista filosofico – e via discorrendo.

        4. Amo scrivere cazzate. Adotto molti toni, come avrai notato o noterai. Metto spesso in scena un cinismo artefatto, caricaturato – e qui si ripresenta il problema iniziale: come far capire quando si sta romanzando un qualcosa e quando no?
          Amo i cinici in senso stretto. Tendo verso il Diogene che si fa chiamare “cane”. Credo che ogni cosa fattibile in privato debba essere mostrabile in pubblico, se ritenuta in privato “legittima”. Questo presuppone l’aderire a un ideale. E quindi credo che il cinismo derivi da una forma di idealismo (idealismo perché, di fatto, le persone non pisciano in pubblico senza farsi problemi). Per questo sono molto cinica in senso stretto, e ben poco in senso attuale. Odio i cinici da bar, eppure a volte lo sono anche io. Il cinismo è spesso usato come tratto per attrarre le persone. Il cinico è cool. Ciò è ridicolo. Però funziona.
          E questo forse spiega il perché io venga contemporaneamente tacciata di cinismo e d’essere una persona sensibile (in senso positivo, per fortuna). Odio la retorica del “dietro a ogni cattivo da operetta c’è un animo ferito”. Sono cinica e sensibile, ma amo la sensibilità in senso stretto – “sentire” – non la forma di sensibilità oggi tanto reclamata che fa dire cose come “poverino, è sensibile”. Non credo la sensibilità debba essere per forza una debolezza.

          [quindi chiedo scusa se mi sono spinto troppo “oltre”(… ma so anche che non aspetti altro…) ]
          Mi aspetterei che le persone mi mostrino ciò che sono. Anelo a ciò.

        5. Io non ho mai amato i cinici. Poi ovviamente bisogna distinguere chi è realmente cinico, da chi interpreta un ruolo. Comprendo però che il cinismo a cui fai riferimento tu, è un cinismo che si fa ideologia (lo ammetto, sono andato su wikipedia… non sono uno “studiato”) e come tutte le ideologie(e quindi le religioni), ci si può tendere, si può cercare di esservi aderenti al massimo, ma sono sempre irraggiungibili, perché postulano condizioni di vita “estreme” che non potranno mai(almeno non all’attuale livello evolutivo dell’uomo) essere condivise dall’uomo medio, ergo, sono nicchie per pochi. Io, per esempio, politicamente parlando, sono orientato a sinistra… moooolto a sinistra(anche se destra e sinistra sono definizioni limitate e limitanti rispetto al pensiero umano, ma è tanto per farti capire) idealmente sarei anarchico. Ma come tutti vivo all’interno di un sistema che di anarchico non ha proprio nulla, e quindi sostenere di essere anarchico è solo un modo per farti capire come mi piacerebbe che fosse (non) organizzata la società, ma di fatto nel quotidiano non lo sono per nulla. Per me anarchia significa assumersi la responsabilità della propria vita e scegliere di vivere non secondo leggi e regole o (odiosissimi e comodi) dettami religiosi, ma secondo norme di convivenza basate sul buon senso e sul rispetto delle altrui libertà… ma questo, per come siamo messi noi umani al momento, è praticamente impossibile, perché implica il possesso di un autocontrollo e di una visione d’insieme di cui attualmente (e forse così sarà sempre, perché l’aggressività fa parte della nostra natura) l’umanità non è di certo provvista. Poi essere anarchici implica prendersi la responsabilità anche del fallimento dell’altro. Banalmente: se hai un diverbio con una persona che ti minaccia e magari ti colpisce cercando di portare il “rapporto” in corso sulla china della violenza fisica, tu non sei solo responsabile di te stesso e del tuo onesto diritto di difenderti, ma sei responsabile anche delle azioni dell’altro, per cui fomentare la violenza (anche se ti stai solo difendendo) di fatto legittima la violenza stessa. Lo so, è un tantino contorto, e per altro, molto facile a dirsi ma immensamente difficile a farsi.

        6. Per non parlare poi delle grandi ipocrisie religiose. Essere ateo, ancora oggi, (soprattutto in italia) è un qualcosa che alla maggior parte delle persone suona strana se non oltraggiosa, persone che però, di fatto, nella stragrande maggioranza dei casi si dicono credenti, ma nella realtà dei fatti sono estremamente atee, se non addirittura blasfeme. Insomma, se uno dice di credere alle fate, ai folletti o agli elfi, o viene preso per pazzo o al limite viene deriso… e allora perché mai uno che crede che un’entità definita dio, che per definizione è uno e trino (e già qui…vabbè) e che possiede la nostra vita e tutto il creato (e che per evidente bisogno di stimoli, ci elargisce magnanimamente il “libero arbitrio”… wow!!) a un certo punto della storia (…e che si fottano i miliardi di persone fin qui esistite e perite nella più becera ignoranza) decide di mandare in missione (ovviamente suicida… però per finta) il suo unico figlio (ovviamente partorito da una vergine… con gran delusione del caro giuseppe), dovrebbe essere preso sul serio???
          Ultimamente ho letto “caro papa ti scrivo” di P. Odifreddi (autore che mi piace un sacco) nel quale il nostro si inventa una dissertazione teologica col papa, usando estratti da uno degli scritti più importanti del teologo Ratzinger, “introduzione al cristianesimo”. Ciò che mi ha impressionato di questo libro, non sono tanto le brillanti “blasfemie” di P.O. (di cui conoscevo già il pensiero) ma sono proprio gli scritti del papa… ho sempre pensato che una persona come il papa, che dedica la sua intera vita allo studio, che ha opportunità “cultutali” che alla maggior parte delle persone sono precluse, non può certo essere uno stolto, per cui per me è sempre stato evidente che il papa non può essere un credente… almeno, non un credente da piazza s.pietro, se capisci cosa intendo. Come al solito è tutto un gioco di potere, e mentre loro fanno i loro dotti e sapienti giochetti di potere, il popolino si scanna per quattro cazzate scritte 2000 anni fa da un branco di invasati (senza contare la faccenda dei vangeli apocrifi). Insomma, c’è una teologia “seria” (per quanto possa essere seria la teologia, visto che parla di qualcosa che non esiste) che è molto più assimilabile alla filosofia, dedicata ai dotti, e poi ci sono tutte le stronzate che vomita il papa dalla finestra della sua cameretta e quelle che ci propinano in tv improbabili e improponibili preti o politici di stampo cattolico ecc ecc. Così va a finire che chi regola lo stato si basa sui sentori dell’opinione pubblica vigente, e anche le leggi più stupide e banali non vengono fatte… tipo unioni di fatto, fecondazione assistita, eutanasia… sono cose troppo difficili da affrontare per il nostro vecchio e cattolicissimo paese. Questo è un paese che si può definire incivile, dove chi ha tendenze sessuali “non naturali”(cosa cazzo voglia dire naturale poi?) come te per esempio, è, spesso e volentieri, mal tollerato, e anche se è tollerato è sempre e comunque visto come un diverso e contro natura. La verità è che a causa del cristianesimo, l’evoluzione del pensiero ha subito una botta d’arresto di cui sentiamo ancora adesso le conseguenze… e dire che gesù era un rivoluzionario e che, dato non trascurabile, di suo pugno non ha scritto una benemerita fava!
          Mi sa che ho divagato un tantino!

          “Mi aspetterei che le persone mi mostrino ciò che sono. Anelo a ciò.”

          Ti riferisci al fatto che scrivo da anonimo? Comunque sia preferisco così per ora, è un periodo particolare della mia vita, un periodo in cui mi sento abbastanza anonimo, perché ho perso certezze granitiche che avevo e su cui l’intera mia vita poggia(va) da oltre un decennio. Mi sento un pò (tanto) perso e solo, anche se solo non sono… ci sono momenti in cui ti senti così anche quando hai vicino persone meravigliose… insomma al momento sono l’ombra di me stesso, di ciò che sono sempre stato e preferisco non palesarmi del tutto mentre verso in questo stato. Scusa.

        7. Dici molto e ci sarebbe molto da dire. Chissà se riuscirò a riassumere, rispondendo.

          In primis, non intendevo spingerti a rivelarmi chi sei. Intendevo quel che ho scritto in senso generale: mi piace ricevere, dalle persone, ciò che sono, che non corrisponde ai loro dati anagrafici – se non parzialmente.
          Se non vuoi rivelare chi sei avrai i tuoi motivi interiori. Io non ho segreti né concepisco la necessità di un segreto – penso vi sia sempre una spiegazione soggettiva, dia questa la necessità del segreto a cause interne o esterne.
          Mostrare chi sei – sia in generale, che in riferimento ai tuoi dati anagrafici – significa metterti in gioco, un po’ come mettere in gioco dei soldi durante una partita a carte. È ambivalente: con quell’investimento puoi vincere o perdere. Evidentemente temi di perdere. Non scusarti. Non con me, perlomeno.

          Grazie per ciò che hai scritto sul tuo essere anarchico. Mi hai dato di che pensare, e non sull’anarchia e basta, ma sul proclamarsi qualcosa. Beh, anche sull’anarchia in sé.

        8. Non condivido invece la tua posizione nei confronti della religione, posizione che riscontro sovente in panorama italiano – sarà perché abbiamo il Vaticano tra le palle, e veniamo subissati fin da piccoli da una religione secolarizzata, ossia la peggior forma di religione possibile?
          Per fortuna non ne sono stata subissata. Sono giunta alla, alle, religione/i da sola, per curiosità, senza dovermi sorbire pillole da catechismo e discorsi del Papa riportati.
          La religione è un’istituzione, e viene confusa con il misticismo e la filosofia. La religione cristiana ha un suo misticismo e sue filosofie, e poi una serie di meccanismi propri di qualsiasi istituzione – meccanismi di controllo delle persone, di guida, di repressione, di “allevamento”, etc… Si comporta, insomma, come uno Stato, facendo leva su Dio anziché sulla nazione o sui valori fondamentali riconosciuti dalla nostra attuale società (i diritti umani, ad esempio).
          Le filosofie cristiane, come tutte le filosofie, sono utili come metodi di conoscenza. Le idee platoniche non sono più dimostrabilmente vere di Dio, ma costruiscono un sistema logico (come ogni filosofia) che aiuta a riflettere. Il problema – come in OGNI campo – è che al fedele-spettatore-persona media giunge solo la versione semplificata, svuotata, utile come mezzo demagogico. Vale per la religione, per la psicologia, per la matematica, etc…
          Dissento sul tuo dire che la religione cristiana abbia fermato il pensiero europeo. Se non ci fosse stata, non si sarebbe sviluppato il giusnaturalismo, e noi oggi non avremmo i diritti umani. Che poi questo sia un bene o un male è altra faccenda. Non credo all’evoluzione – il concetto stesso nasce meno di 150 anni fa, dopotutto – credo nel continuo mutare delle idee umane, del loro influenzarsi a vicenda. Credo nell’ambiguità, più difficile di un pensiero certo.
          Perché è facile rinfacciare al cattolicesimo i roghi, la censura e la repressione. Come se i nostri proto-Stati non facessero la stessa cosa. I proto-Stati sono diventati Stati nazionali (e se ciò sia un bene o un male, beh, è soggettivo), e la Chiesa del 1600 è diventata quella del XXI secolo, distantissima da quella di allora. Ma, per cogliere tale distanza, bisogna studiarne il cambiamento nella storia.
          Conosco troppe persone capaci di sputare sulla religione. Fare battute su religione e pedofilia è un peccato in cui indulgo, perché è estremamente facile farne, hanno risultato garantito in termini di ilarità, ma d’altro canto sono superficiali quanto le critiche medie portate al cattolicesimo. È estremamente facile farne perché oggi, in Italia, è estremamente facile deridere la religione: quello della derisione della religione è un campo già pronto, precotto, che non necessita di mezza riflessione in più, eppure dà l’impressione di essere grandi critici. Se rinfacci alla Chiesa quello che hai letto ne “Il Codice da Vinci” sei automaticamente progressista e cool. Trovassi delle persone che si fanno altrettanto critiche sulla fede quasi religiosa che abbiamo nei confronti dei risultati scientifici, che accettiamo e onoriamo anche se non capiamo un cazzo di come si sia giunti lì. Di fatto, filosofia religiosa e scienza empirica hanno un fondamento in comune: entrambe, come ogni filosofia (e pensa a questa parola in senso etimologico), partono da presupposti che si auto-giustificano, per poi – avendo costruito un sistema su questo – sperimentare (o con il pensiero o con strumenti costruiti da mani umane) se tale sistema possa coprire in maniera soddisfacente e coerente il Creato che concepiamo. Il problema è: cosa include e cose esclude la nostra visione del mondo? Cosa dà per scontato, senza rendersene conto? E, quindi, cosa ci stiamo dimenticando, creando così un sistema fallace? Ti consiglio: “The structure of scientific revolutions” di Kuhn, un libro che consiglio a chiunque critichi la religione servendosi della scienza come arma.

        9. Il problema in Italia non è la religione in generale, ma il fatto che vi sia una religione secolarizzata, ossia della religione sono rimasti frammenti che si sono consolidati come morale – e parlo di morale atea. Non andiamo in giro nudi ad agosto non perché ci sia un motivo funzionale, né perché siamo ferventi credenti, ma perché seguiamo una morale che crediamo atea (ma che deriva da quella cattolica), e la giustifichiamo dicendo che “è naturale per l’essere umano avere pudore”. Quel “naturale”, che anche tu citi, è la versione del XXI secolo di ciò che una volta era il “volere di Dio”. Il “volere di Dio” promanava dalla religione, autorità dei tempi. Il “naturale” promana dalla scienza, autorità attuale. In ambo in casi c’è il seguire un dogma, in ambo i casi siamo delle “pecore ignoranti che seguono la massa”. Il dogma certo è risultato di studi e analisi, dei quali l’uomo medio che segue il dogma non sa nulla. Quindi, segue ciecamente, usando la spiegazione religiosa/scientifica come arma. Piace il gioco facile, eh?

          Il problema per le diverse forme di sessualità non è che siano mal tollerate, ma che siano mal concepite. La gente attacca con fervore chi nega il matrimonio omosessuale, ma non chi nega il matrimonio. Il matrimonio – come sogno romantico – ci piace ancora, e quindi lo lasciamo lì, anche se – al pari della condanna dell’omosessualità – è parzialmente frutto del cattolicesimo.
          Personalmente, considero eterosessuale e omosessuali nello stesso mono: monosessuali.
          Il mio problema, da pansessuale, non è d’essere o meno accettata, ma di essere compresa. Non puoi non essere accettato se le persone neanche capiscono cosa sei. La comprensione è presupposto per il giudizio. Nella maggior parte dei casi le menti che incontro risolvono per somiglianza: conoscono la bisessualità, che concerne lo scopare con ambo i sessi, la pansessualità concerne lo scopare con ambo i sessi, quindi io fondamentalmente sarei una bisessuale, e come tale vengo giudicata. Non è colpa della religione: è colpa della mente del singolo essere umano, che – mentre cerco di spiegare cosa sia la pansessualità, e ciò richiede uno sforzo, lo sforzo di uscire dalla propria concezione del mondo – tentanto in maniera ossessiva di ricondurre ciò che dico a ciò che già, rassicurantemente, conoscono. Piace il gioco facile, eh?
          Essere pansessuale significa non riconoscere la differenza tra i sessi e tra i gender, reputarla importante quanto può esserlo il colore delle suole delle scarpe che indossa una persona per giudicare la persona, significa riconoscere che il gender è un costrutto sociale, e quindi una scelta. Significa, insomma, non accettare il presupposto cataro che regola la sessualità di questa società. Tale presupposto non proviene dalla religione, ma da altre, molte, fonti. La religione l’ha rinforzato, ma l’ha fatto molto più lo Stato. Per la Chiesa gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio (ossia alla morte) da eoni (da cui il giusnaturalismo). Per il suffragio universale nello Stato dobbiamo aspettare il XX secolo, che cazzo. E per fortuna che lo Stato laico è evoluto. Sembriamo sedicenni che si sono appena emancipati dai genitori e quindi criticano con forza qualsiasi cosa i genitori dicano o facciano.
          Ciò non toglie che la Chiesa in Italia fosse e sia maschilista (no pretesse, in Italia – altrove sì), né le toglie mille altre cose. Ma il fatto che la Chiesa abbia avuto lati negativi non significa che sia del tutto negativa – la Chiesa non è un male ontologico. Non esiste male ontologico. Neanche il nazismo è stato il male assoluto. Semplicemente, Chiesa e nazismo hanno lasciato alla storia dei traumi (e c’è molta letteratura su questo, su come un trauma sia “costruito”, non naturale), e tali traumi sono stati usati come capro espiatorio, come “male” a cui contrapporsi per costruire il presente. Infatti, noi siamo “anti-fascisti e laici”. Il problema è che sono esistiti nazisti fortemente religiosi molto più validi, da diversi punti di vista, della maggior parte degli anti-fascisti laici, e allora forse non tutto ciò che è nazismo è male, non tutto ciò che è Chiesa è male. Forse non è così semplice.

        10. SU SCIENZA E RELIGIONE
          L’argomento è molto complesso e “alto” per così dire e non so se possiedo le competenze e le conoscenze adeguate per dibatterne, ma comunque nel corso della vita mi sono fatto idee abbastanza precise (ovviamente, mai definitive). Nella critica alla religione bisogna distinguere quale sia l’oggetto della critica; come hai scritto tu, c’è la religione-forma di pensiero e poi c’è la religione che si fa istituzione politica e stato, e ancora, c’è l’evoluzione delle due “entità” nella storia e quindi nella/e società. E’ vero che spesso c’è una tendenza un pò semplicistica nel criticare la religione (parlo ovviamente della religione cristiana), ma è anche vero che chi critica, viene spesso a sua volta criticato facendogli notare (come un pò fai anche tu) che alla fine la scienza non è poi molto lontana dalla religione, perché si prendono per dogmatiche le scoperte e si sa ben poco di ciò che c’è dietro ecc ecc. Questo secondo me è un ragionamento un tantino stiracchiato, primo perché la scienza non impone dogmi, e cambia ogni volta che qualcosa di nuovo viene scoperto (poi ovviamente ci sono interessi, lobby, cazzi vari, che fanno deviare la cose… ma questa è un’altra storia) e secondo, è ovvio che un essere umano medio non possa sapere tutto di tutto, per cui ti affidi allo scienziato che non si fa 8/9 ore di fabbrica al giorno, ma sta nel suo laboratorio a condurre esperienze e a tirarne le somme, e quello dopo di lui farà lo stesso, avvantaggiandosi del lavoro precedente, e così via. Ma la cosa più importante è che la scienza non ha la pretesa di consegnarti, chiavi in mano, un pacchetto preconfezionato che, attraverso norme morali e indicazioni di comportamento, dovrebbe portarti a comprendere il senso ultimo della vita e a raggiungere la tanto agognata vita eterna. La scienza fa piccoli passi, e cerca di analizzare per gradi la realtà. Ovviamente, il concetto di REALTA’ è multisfaccettato… ma eviterei di addentrarmi… c’è già abbastanza carne al fuoco direi. Insomma, a me non interessa fare l’apologia della scienza, ma non comprendo il conflitto fra le due protagoniste di questo nostro scambio. Non ha senso sovrapporle, perché non si prefiggono lo stesso scopo. L’arroganza della religione sta nel voler a tutti i costi dare un senso alla vita umana, tappando le evidenti falle che si creano con il progredire del pensiero umano, con l’assunto stucchevole e banalmente offensivo che va sotto il nome di fede. Certo, le filosofie cristiane, come anche quelle di altre (e ben più profonde e antiche) religioni, se lavati via gli inutili dogmi, e prese, appunto, come filosofie, possono essere utili metodi di conoscenza. Comunque sia, concordo con te su molte cose, i tuoi sono ragionamenti intelligenti che però non sono (purtroppo) nella norma. Voglio dire, la religione che blocca certe scelte e una certa evoluzione della società, e quella dell’uomo della strada, quella del popolo bue, che abbraccia vuoti schemi mentali senza mettersi minimamente in discussione… anche questo fa parte del fenomeno religioso, per cui non vedo perché non vada criticato, visto che rappresenta per lo più la media. Conosco persone che si dicono cristiane e che stimo moltissimo proprio perché, pur credendo in entità superiore che in un certo senso ci unisce tutti, non hanno problemi a mettersi in discussione e il loro tipo di sensibilità religiosa non è stoltamente dogmatico. Quindi è ovvio che non si può fare di tutta l’erba un fascio, il che vuol dire che domani non uscirò armato di lunghe verghe accuratamente appuntite e tanica di benzina, pronto a impalar preti e bruciar chiese 🙂

          “La religione è un’istituzione, e viene confusa con il misticismo e la filosofia”

          Dirò solo questo: L’istituzione vuole disperatamente essere confusa con il misticismo e la filosofia.

        11. PEDOFILIA

          Questo è di certo un argomento spinoso, su cui non è semplice muoversi. Di certo limitare forzatamente i propri istinti sessuali non è una scelta molto “sana”. Poi noi siamo soggetti (troppo) ai mass media che buttano merda qua e la ad intermittenza. Io credo che, più in generale, la pedofilia sia uno dei tabù di cui meno si parla in profondità. Si parla solo di mostri che seviziano bambini, ma del dramma che portano dentro molte di queste persone non se ne fa mai menzione.
          Qualche anno fa ho visto “The Woodsman”, un film che parla del difficoltoso reinserimento di un pedofilo nella società dopo aver scontato parecchi anni di carcere. Film molto intenso e commovente, che racconta il dramma di una persona che sa di non poter dare sfogo alle proprie fantasie, che tuttavia lo tormentano e lo spingono verso un desiderio proibito, che lui stesso sa di dover arginare, ma che lo sventra dal didentro. Insomma, io non lo so, ma non credo che non tutti i pedofili siano stupratori ed assassini, come in ogni cosa, ci saranno vari “livelli”… voglio dire, ci saranno anche persone che soffrono una vita intera combattendo contro i loro stessi istinti. Ho riflettuto a lungo su questa questione, e ho pensato alla mia attrazione e al mio desiderio verso le donne che è “normalmente” poderoso e intenso e ho immaginato la stessa potenza istintiva che Tizio può provare per i bambini, sapendo che non potrà mai soddisfare fantasie e pulsioni se non diventando un mostro… ho provato pena per chi vive questa condizione, perché ho visualizzato una sofferenza profonda e lacerante. Questo tipo di discorso si può intavolare con ben poche persone, perché nella maggioranza dei casi non vieni capito… i pedofili devono essere ammazzati e basta e non c’è nient’altro da dire. Comunque sia, se sono preti a me sta bene 🙂

          “Il problema in Italia non è la religione in generale, ma il fatto che vi sia una religione secolarizzata, ossia della religione sono…. …Quindi, segue ciecamente, usando la spiegazione religiosa/scientifica come arma.
          Su ciò concordo pienamente.

          Sulle varie forme di sessualità “legittime”, dove per legittime intendo rapporti condivisi tra esseri adulti, consenzienti e capaci di intendere e volere, non vedo proprio cosa ci sia da capire; voglio dire, l’amore alberga nel cervello, non negli organi genitali. Per cui la mia eterosessualità non mi impedisce di capire come mai alcune persone possano innamorarsi di altri dello stesso sesso o provare attrazione per entrambi i sessi. Non riesco a capire come si possa vedere il MALE dove c’è semplicemente del sentimento. Un paio di anni fa sono andato a vedere “A single man” con un amico credente, ma progressista per così dire (persona intelligente e molto critica nei confronti della chiesa istituzionale). Il film narra la difficile vicenda di un professore gay (siamo nel ’62) che perde il suo compagno… insomma un film struggente e pieno di sentimento. Alla fine della proiezione siamo usciti, io ero più o meno in lacrime, mentre lui parlava di fotografia, regia, ma quando gli ho chiesto di palesare sentimenti, ha detto che per lui rimane non concepibile il romanticismo fra due uomini… io ci sono rimasto male, perché per me invece è inconcepibile che sentimento, compassione ed empatia trovino sbarramento solo in base a quali organi sessuali “indossino” i personaggi. Io non ho mai provato attrazione sessuale per un altro uomo (e la cosa mi repelle solo al pensiero, nel senso, mi repelle visualizzare me stesso in procinto di atto amoroso con altro maschio) ma rimango colpito da chi, diversamente da me, sente.

          Sulla questione stato-chiesa, eviterei il paragone. Anche perché molto di ciò che sta alla base degli stati nazionali viene dalla cultura cristiana, che come tutte le religioni principali, è fortemente misogina… ma questo viene dalla notte dei tempi. Siamo tutti uguali davanti a dio… mah… nella bibbia ci sono scritte molte cose di stampo maschilista, anche perché è un libro che proviene da una cultura antica, e sicuramente non women-friendly. Lo sai che tu potenzialmente vali quanto una mia costola! 🙂
          Siamo tutti uguali di fronte alla morte? E grazie al cazzo… ci accontentiamo di poco mi sembra.

        12. Ascolta questa… per quell’ “anima un pò scura che ti porti dentro” 🙂

          LA SPESA (MST)

          Un’altra sera a casa a masticare noia e surgelati,
          la tv vomita vacui colori, la luce dei pensieri è spenta
          programmerò il mio umore artificialmente e scriverò un saggio su come perdere
          tempo senza sprecare nemeno un minuto.
          Vieni a farmi compagnia fiamma di carta, perditi con me nel labirinto di un
          monolocale a coltivare il miraggio di stare con i piedi per terra sopra il pavimento di un quinto piano condominiale

          E non so come ma arriverò puntuale…

          Mi mana un kilo di pace integrale
          E due etti di comprensione
          E un cartone d’amore a lunga conservazione
          Non rimane che fare la spesa
          Continuare a pagare
          Per quello che voglio e quello che non ho ancora

          E non so dove ma arriverò puntuale

          Oh che vasta scelta
          Mi si presenta
          Che seglierò
          Ma voglio di più
          Per riempir la cesta
          Che sceglierò
          Vorrei essere io una volta
          Scelto…

          “Sai di vivere una vita che è contronatura, dove un giorno è per la notte
          dove la paura va scacciata via in un attimo, in un gesto attento di quell’anima un pò scura che ti
          porti dentro. O forse è naturale inseguire il destino, perder l’innocenza per sentirsi bambino e dalle facce appese alle circostanze fai uun sorriso beffardo e non ti accorgi neanche”

          “…Di spalle o col viso rivolto alla mia ermeticità gravità,
          so di aver dio dentro, ma non è nient’altro che un piacevole stupro,
          un fulmine, un fulmine dentro la schiena!”

        13. In generale – e lo dico all’inizio perché poi, quando vado al singolo punto, tendo a fare l’avvocato del diavolo, e le persone finiscono con il pensare che interiormente ho solo critiche da portare. Mi preme allora chiarirti bene che: sono felice che si possa discutere a questo livello, e con “a questo livello” intendo dire che ci capiamo abbastanza da andare a livelli successivi di discussione.

          Non credo sia un must l’avere conoscenze in tal campo o l’altro. Ognuno si specializza. Magari in cose che neanche sono ascrivibili al termine “conoscenze” in senso stretto. Semplicemente, seguo il principio per cui non critico ciò che non conosco. Lo seguo perché vi credo. Perché parlare di ciò che non si conosce non può portare che a diffondere cazzate. Ovviamente, “conoscere qualcosa” è impossibile: diciamo “conoscere il più possibile”. Sono una curiosa. Amo studiare e approfondire. E l’unica cosa a cui ciò mi è utile è il riuscire a dire un po’ meno di cazzate in alcuni campi – per poi dirne altre. (Seguo un’utopia.)
          In campo religioso chiunque (non tu: generalizzo) o quasi ama farsi qualunquista. E ciò perché, come scrissi, le battute sulle Chiesa sono già pronte e confezionate, non serve informarsi. Ovviamente non vale solo per la Chiesa.

          [E’ vero che spesso c’è una tendenza un pò semplicistica nel criticare la religione (parlo ovviamente della religione cristiana), ma è anche vero che chi critica, viene spesso a sua volta criticato facendogli notare (come un pò fai anche tu) che alla fine la scienza non è poi molto lontana dalla religione, perché si prendono per dogmatiche le scoperte e si sa ben poco di ciò che c’è dietro ecc ecc. ]
          Accadesse con frequenza, me ne starei zitta più spesso.
          Per mia esperienza, la scienza viene usata come arma.
          Personalmente, non trovo scienza e religione inconciliabili, anzi. Dipende da come le si prendono e usano.

          [Questo secondo me è un ragionamento un tantino stiracchiato, primo perché la scienza non impone dogmi, e cambia ogni volta che qualcosa di nuovo viene scoperto (poi ovviamente ci sono interessi, lobby, cazzi vari, che fanno deviare la cose… ma questa è un’altra storia) ]
          Ecco, su questo credo che un po’ di “conoscenze” possano rivelare nuovi punti di vista.
          “The Structure of Scientific Revolutions”; che ti ho consigliato (perché dice meglio di me quel che io vorrei dire), fa notare che tendiamo a tacciare di follia, cecità, irrazionalità un pensatore (metti un teologo) del (diciamo) 1500, ossia pre-scienza (empirica). Di fatto, tanto il teologo del 1500 che lo scienziato di oggi usano lo stesso strumento: la stessa logica. Uno non è più razionale dell’altro. Semplicemente, partono da presupposti diversi e usano strumenti diversi.
          Prima dello sviluppo della scienza empirica (e qui consiglio “Le parole e le cose” di Foucault) la verità era trovabile all’interno dell’uomo, nella sua mente E anima. Entrambe. Non si sentiva il bisogno di trovare prova esterna (un esperimento). Nel 1500 qualcosa cambia: crolla un paradigma, crollano alcune certezze, e gli studiosi – per giungere alla verità – cominciano a rivolgersi all’esterno, alla natura, e quindi a sperimentare con strumenti esterni a loro. Chi è più savio e razionale? Entrambi. Eraclito, se non erro, disse che sono gli stolti a vedere in un oggetto due cose diverse a seconda del momento della giornata – ossia, in condizioni diverse – e quindi gli scienziati sarebbero stolti. Ma quante cose da dire sulla stoltezza del teologo, parimenti…

          Scusa se ho risposto un po’ in ritardo, e se non riesco a rispondere a tutto, ma ho un trasloco che termina queste settimana 🙂

        14. “In generale – e lo dico all’inizio perché poi, quando vado al singolo punto, tendo a fare l’avvocato del diavolo, e le persone finiscono con il pensare che interiormente ho solo critiche da portare. Mi preme allora chiarirti bene che: sono felice che si possa discutere a questo livello, e con “a questo livello” intendo dire che ci capiamo abbastanza da andare a livelli successivi di discussione.”

          Da come scrivi, e da ciò che io riesco ad intravedere della multisfaccettata tua essenza, non prendo certo l’esposizione dei tuoi punti di vista come critiche ai miei. Per cui non ti devi preoccupare, a me fa sempre piacere “incontrare” persone dotate di punto di vista critico… e poi non mi sembra che ci si trovi di fronte ad una feroce antitesi… n’est pas? Dopo tutto sono abbastanza d’accordo con ciò che scrivi in linea generale.

          “Non credo sia un must l’avere conoscenze in tal campo o l’altro. Ognuno si specializza. Magari in cose che neanche sono ascrivibili al termine “conoscenze” in senso stretto. Semplicemente, seguo il principio per cui non critico ciò che non conosco. Lo seguo perché vi credo. Perché parlare di ciò che non si conosce non può portare che a diffondere cazzate. Ovviamente, “conoscere qualcosa” è impossibile: diciamo “conoscere il più possibile”. Sono una curiosa. Amo studiare e approfondire. E l’unica cosa a cui ciò mi è utile è il riuscire a dire un po’ meno di cazzate in alcuni campi – per poi dirne altre. (Seguo un’utopia.)
          In campo religioso chiunque (non tu: generalizzo) o quasi ama farsi qualunquista. E ciò perché, come scrissi, le battute sulle Chiesa sono già pronte e confezionate, non serve informarsi. Ovviamente non vale solo per la Chiesa”

          Sono pienamente d’accordo. Ed è per questo stesso principio che io vedo nel pensiero religioso una certa forma di arroganza assolutistica nel determinare quale sia il fine ultimo della vita. A volte mi è stato detto:” Ma perché te la prendi tanto, che fastidio ti da che Tizio creda in Dio?” E’ ovvio che ognuno debba poter credere in ciò che vuole… spesso io non riesco a farmi capire fino in fondo. Il mio “fastidio” è concettuale, è sottile. Se una persona asserisce di credere in Dio (diciamo il dio cristiano) non potrà mai dire di tollerare VERAMENTE chi sia ateo, o anche semplicemente “diversamente religioso”, perché nel momento stesso in cui dice di CREDERE in DIO, crede che anche la MIA vita prenda quella strada(perché Dio è padre di tutto ciò che esiste… da esso tutto viene e tutto ritorna), che a me piaccia o meno. Non puoi credere in un assoluto (e il concetto di Dio è il massimo assoluto che si possa abbracciare) senza essere assoluto. Cioè, la fede implica per forza di cose un’intolleranza fondamentale e strutturale, anche se questa viene soppressa per motivi di quieto vivere e buon senso… il che porta al crollo della suddetta fede.
          Spero di essermi spiegato abbastanza bene, perché molte volte le mie parole vengono travisate.

          Io non penso che la scienza aspiri a trovare LA verità, io la vedo semplicemente come una continua ed appassionata ricerca dell’uomo di ampliare i suoi sensi per mezzo dell’intelletto applicato alle cose che ci circondano, ovvero la natura (e cos’è la natura se non il concetto laico di dio… dio è alla base di tutto, per cui, dio è natura). E poi, i concetti di VERITA’ e di REALTA’, sono particolarmente insidiosi… sono parole pericolose, che racchiudono assoluti, e forse spesso vengono usate in modo un pò superficiale.

          Non ti devi scusare. Non pretendo certo che tu risponda regolarmente… mi fa piacere che tu lo faccia liberamente e senza “ansie” di alcun tipo… buon trasloco!

        15. Mi sono preoccupata, perché non avendo tu qui un account non puoi vedere quando rispondo e devi ricontrollare ogni volta, e non so se tu abbia altri modi di contattarmi.

          [Da come scrivi, e da ciò che io riesco ad intravedere della multisfaccettata tua essenza, non prendo certo l’esposizione dei tuoi punti di vista come critiche ai miei. ]
          Il punto, per me, è che tutto è critica e niente lo è 🙂
          Amo fare l’avvocato del diavolo perché amo fare a pezzettini l’oggetto di una discussione, per sviscerare, muovere pezzi, cercare di creare nuove configurazioni, vedere se reggono. Ciò significa giocare a scacchi con l’altra persona. Gli scacchi, come ogni gioco, prevedono un’opposizione – amichevole e con spirito sportivo, ma è difficile per me farlo capire ogni volta.

          [Se una persona asserisce di credere in Dio (diciamo il dio cristiano) non potrà mai dire di tollerare VERAMENTE chi sia ateo, o anche semplicemente “diversamente religioso”, perché nel momento stesso in cui dice di CREDERE in DIO, crede che anche la MIA vita prenda quella strada(perché Dio è padre di tutto ciò che esiste… da esso tutto viene e tutto ritorna), che a me piaccia o meno. Non puoi credere in un assoluto (e il concetto di Dio è il massimo assoluto che si possa abbracciare) senza essere assoluto. Cioè, la fede implica per forza di cose un’intolleranza fondamentale e strutturale, anche se questa viene soppressa per motivi di quieto vivere e buon senso… il che porta al crollo della suddetta fede. ]
          Non concordo – ma qui entriamo in un discorso fatto di sottigliezze.
          Sono convinta del fatto (più o meno fermamente) che nessuna caratteristica dell’essere umano sia dimostrabilmente innata o viceversa. Che tu ne sia convinto o meno non significa che le TUE caratteristiche vengano escluse dalla mia visione: nella mia visione sarai un essere umano che, erroneamente, pensa di avere caratteristiche dimostratamente innate. Ossia, traslando: “Dio crede in te anche se tu non credi in lui.” Non ho bisogno, quindi, che condividi il mio pensiero: se vi sono fortemente convinta, o se vi credo con forza, esso varrà indipendentemente dal tuo pensiero. Perciò, in tal senso, non necessito di “tollerarti”: il tuo non condividere il mio punto di vista non cambia la mia visione del mondo. Non la turba minimamente.
          Altra faccenda è quando il pensiero altrui, discordante dal mio, si realizza in comportamenti che m’infastidiscono. La nostra società tende a pensare che vi siano caratteristiche, innate, “femminili”, ossia che ogni donna (e quindi anche io) ha. Quando non me le ritrovo dentro, mi dà fastidio che mi vengano imposte (non nel senso che me le iniettano dentro, ma nel senso che il prossimo parta dal presupposto che in me vi siano anche prima di conoscermi). A questo punto si pone il problema della tolleranza. “Tollerare” significa saper sopportare, forse, sopportare che il mio prossimo – per quanto benintenzionato – mi incolli addosso quelle che secondo me sono costruzioni sociali. Lo tollero male, personalmente. Ma so che si può essere più tolleranti. Lo tollero male perché sono un po’ totalitarista, ossia vorrei vivere in un intero mondo che la pensa come me e che quindi non mi addossa caratteristiche.
          Il Dio cattolico, a differenza di ideali quali il mio, non richiede che il prossimo sia concorde con il credente. Tanto, il Dio cattolico giudicherà tutti alla morte – quindi, che tu creda in Dio o meno, a me credente sbatte poco: sarà Dio a giudicare.
          (Sto generalizzando: ci sono tante branche di Cristianesimo, e ognuna vede in modo diverso l’ingerenza che il credente deve avere nel mondo – da un ascetismo totale a un missionaresimo gesuitico.)

        16. [Io non penso che la scienza aspiri a trovare LA verità, io la vedo semplicemente come una continua ed appassionata ricerca dell’uomo di ampliare i suoi sensi per mezzo dell’intelletto applicato alle cose che ci circondano, ovvero la natura (e cos’è la natura se non il concetto laico di dio… dio è alla base di tutto, per cui, dio è natura). ]
          Sempre il mio amato Kuhn, sempre in “The Structure of Scientific Revolutions”, mostra come ciò che sia “natura”, ciò che la natura comprende o meno, varii di epoca in epoca. La scienza sarebbe “esatta” se potesse basarsi su una concezione univoca di natura – invece non può. Un esempio di quel che intendo l’ho fornito qui sopra: secondo alcune branche della scienza il corpo induce certi atteggiamenti e pensieri, e quindi un corpo femminile porterà alla formazione di una femminilità innata; secondo altre branche, invece, la femminilità è un puro fattore sociale. Il dilemma è: la femminilità appartiene alla natura o no? L’isteria ha radici fisiche o sociali? Le menti criminali sono tale per codice genetico o per influssi sociali? Etc etc…

          Dio è alla base di tutto, ma tra Dio e la natura c’è di mezzo il Diavolo. Insomma, non è così semplice… Bisognerebbe sfociare in una discussione teologica, qui, ossia uscire dall’attuale concezione della religione per entrare in un’altra.

        17. “… amichevole e con spirito sportivo, ma è difficile per me farlo capire ogni volta.”

          Si capisce, si capisce.

          ““Dio crede in te anche se tu non credi in lui.””

          E’ proprio qui che la faccenda s’incarta. Da qui scaturisce quella che io chiamo “intolleranza”, la quale, può esprimersi a vari livelli di criticità: fra due persone “sensate”, al limite ne viene fuori una discussione, magari anche animata, ma sempre nei limiti del lecito. Mentre in altri contesti, la cosa può sconfinare e raggiungere (e superare) il limite della violenza fisica e psicologica.

          “Perciò, in tal senso, non necessito di “tollerarti””

          Questo vale finché regna la pace, ma di fatto, questo assunto pone le basi per il conflitto. Non sentire la necessità di tollerare non è molto distante dal non tollerare… è semplicemente un modo per scansare il problema.
          Una volta ho parlato brevemente con una signora facente parte dei testimoni di geova. Com’è loro consuetudine, stava facendo il giro del paese alla ricerca di proseliti. Io sono sceso, lei mi ha gentilmente consegnato degli opuscoli consigliandomene la lettura, al che le ho detto che li avrei letti, ma che non ero credente. Allora lei mi chiese il perché? Io le ho risposto che caso mai era lei a dovermi dire perché credeva, che per me era naturale e ovvio non credere e che la religione per me ha, al limite, un interesse puramente sociale e storico, ma non certo il fine ultimo della vita. La religione serve solo a riempire il vuoto lasciato dalla non-scelta di venire al mondo e a mitigare la paura della morte (e a governare meglio i popoli ovviamente). Insomma stava a lei dirmi perché le serviva far parte di una “setta” per sentire “il senso della vita”… io non credo, perché il senso della vita lo ricavo a piccole dosi da ciò che vivo giorno per giorno, dalle persone che amo e anche da quelle che non amo affatto (non dico odio, perché non sento di odiare nessuno), e lo ricavo adesso, scrivendo ad una sconosciuta ed interrogandomi sulle cose che mi scrive… a che serve dio se hai Dios Bios 🙂

          Femminilità e mascolinità sono caratteristiche sempre coesistenti in ogni essere umano e ogni essere umano è “bilanciato” a suo modo… se sia una questione genetica questo io non lo so, e direi che alla fin fine non è nemmeno (per me) tanto importante. Ognuno vive la sua sessualità in base al suo innato istinto. Ma io sono un “normale” cosa vuoi che ne sappia :). Il fatto è che spesso siamo condizionati, come di dici tu, da costruzioni (e costrizioni) sociali che impongono modelli stereotipati per convenienza e semplicità di sintesi.

          La scienza non è esatta, perché l’umano non lo è di per se stesso… come può, qualcosa d’imperfetto, produrre perfezione ed esattezza. E poi viene da chiedersi, quale sia il metro per individuare ciò che è esatto… esatto rispetto a cosa?! Spesso mi trovo a riflettere sull’immensa grandezza dell’universo, e su quanto poco ne sappiamo. Probabilmente saremo estinti prima di venire a capo della questione. Cosa c’è la fuori?… chi c’è la fuori? Quando penso intensamente all’impensabile, comincio ad andare fuori 🙂 è spaventoso, ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante.
          Più che il diavolo, tra la natura e dio c’è di mezzo l’infinito(?) cosmico… che figata 🙂

          Hai mai notato che si dice “figata” di qualcosa che provoca eccitazione e fascinazione, mentre si dice “cazzata” per identificare le stronzate… è proprio un mondo irrimediabilmente sessista! 🙂
          Sarà anche una banalità, ma mi viene in mente solo ora.

        18. [E’ proprio qui che la faccenda s’incarta. Da qui scaturisce quella che io chiamo “intolleranza”, la quale, può esprimersi a vari livelli di criticità: fra due persone “sensate”, al limite ne viene fuori una discussione, magari anche animata, ma sempre nei limiti del lecito. Mentre in altri contesti, la cosa può sconfinare e raggiungere (e superare) il limite della violenza fisica e psicologica.  ]
          Ripeto, in modo più esplicito: non credo ciò accada solo in ambito religioso. Credo però che noi si colleghi tale fanatismo all’ambito religioso, sorta di capro espiatorio.
          Per questo allargo il significato di “fede”, facendolo giungere a un più generico “credere in qualcosa che non si può dimostrare”. Nulla si può dimostrare, quindi credere in qualcosa è sempre fede. L’alternativa è il dubbio costante. E poi ci sono le vie di mezzo.
          Subisco, io come singolo individuo (singola individua – lingua sessista, appunto), il fanatismo di una società che tende a credere al “femminino” e me lo impone – che io ci creda o meno – come mi impone molte altre cose – certi simboli di status sociale, certe norme (pensa all’etichetta, quella per cui non si piscia in pubblico – neanche fosse “innaturale”), etc…

          [Questo vale finché regna la pace, ma di fatto, questo assunto pone le basi per il conflitto. ]
          That’s life 🙂 O, meglio, questo è come vedo io la vita: un continuo conflitto, positivo e negativo al contempo. Magari LA vita è diversa e io ho travisato, ma vederla così in parte mi piace.

          [Allora lei mi chiese il perché? Io le ho risposto che caso mai era lei a dovermi dire perché credeva, che per me era naturale e ovvio non credere e che la religione per me ha, al limite, un interesse puramente sociale e storico, ma non certo il fine ultimo della vita. ]
          Scenetta che un antropologo alieno sia alla visione della mondo della signora che alla tua si godrebbe. Entrambi leggevate l’altro partendo dal proprio presupposto. Non credo né l’uno né l’altro abbiano ragione: tutto dipende dai presupposti della nostra visione del mondo, e i presupposti – in quanto tali – sono sempre tautologici.

          [La religione serve solo a riempire il vuoto lasciato dalla non-scelta di venire al mondo e a mitigare la paura della morte (e a governare meglio i popoli ovviamente). ]
          E tu mi sta servendo freddo un piatto offerto da Freud 100 anni fa. Togli alle persone questa risposta preconfezionata, e chiedi loro di spiegare la religione in altro modo, ossia: chiedi loro di trovare una propria spiegazione, e non quella che ormai conoscono tutti.

          [Insomma stava a lei dirmi perché le serviva far parte di una “setta” per sentire “il senso della vita”… io non credo, perché il senso della vita lo ricavo a piccole dosi da ciò che vivo giorno per giorno, dalle persone che amo e anche da quelle che non amo affatto (non dico odio, perché non sento di odiare nessuno), e lo ricavo adesso, scrivendo ad una sconosciuta ed interrogandomi sulle cose che mi scrive… a che serve dio se hai Dios Bios 🙂 ]
          😉
          … Comunque.
          Ognuno trae il senso della vita da cose diverse, perché UN senso universale non c’è (o sarebbe uguale per tutti). Tu privilegi la quotidianità materiale e spirituale, più immanentemente, lei è più trascendentale. What’s the problem? Il mondo è bello perché è vario.

          [Femminilità e mascolinità sono caratteristiche sempre coesistenti in ogni essere umano e ogni essere umano è “bilanciato” a suo modo… ]
          Il punto è che per me femminilità e mascolinità sono costrutti sociali. Credo di vederli come tu vedi il Dio promulgato dai fedeli, per intenderci.

        19. Sul fatto che nulla si possa dimostrare ho i miei dubbi. Forse intendi dire che ciò che l’uomo riesce a dimostrare attraverso i suoi sensi e i suoi “filtri” è limitato dal suo essere a sua volta limitato, ma ci sono fenomeni che sono indiscutibilmente spiegati dalla scienza umana e che non si può discutere, visto che si tratta di eventi fisici che noi codifichiamo attraverso la matematica. Due oggetti sono 2 oggetti… tu puoi definire “2” con altro simbolo condiviso, ma la sostanza non cambia. Certo, un’ipotetica forma di vita aliena, con filtro ottico diverso, forse, invece di vedere 2 oggetti, vedrebbe che so, due agglomerati di atomi che fluttuano, ma la sostanza comunque non cambia. Parli di dubbio costante… ma noi siamo permeati dal dubbio… è il dubbio che ci spinge, è il dubbio la forza motrice. Il dubbio sta alla base della scienza e sta alla base della fede… solo che nel primo caso si cercano risposte con i mezzi (seppur limitati… ma poi, limitati rispetto a cosa?) di cui l’essere umano dispone, mentre nel secondo ci si affida ad un’entità che in teoria racchiude spiegazioni e senso ultimo delle cose e buona notte… piace il gioco semplice eh?
          Se “dirotti” l’argomento “fede si, fede no” sulla questione “femmina si, femmina no” di certo significa che il suddetto è argomento per te parecchio sensibile vista la tua essenza.
          Non credo che mascolino e femminino siano solo dei costrutti sociali, visto che basta guardare al regno animale (dove sicuramente non regnano i costrutti sociali umani) per rendersi conto che i maschi e le femmine esistono e sono identificabili per caratteristiche ben precise, sia fisiche che comportamentali. Ma forse tu ti riferisci più agli stereotipi che regnano nel mondo degli umani. Alla fine sta tutto nell’istinto. Io non credo di essere maschio perché mi viene imposto dalla società… io mi sento maschio perché è il mio istinto a dettare la mia condizione. Io non mi CREDO maschio, io SONO maschio. L’istinto è qualcosa di potente ed è, questo si, sicuramente innato in ognuno di noi. Poi, che ci siano istinti piuttosto osteggiati nella società, perché vanno contro la morale “comune” e che questo sia, spesso, un atteggiamento miope, limitante e umiliante, su questo concordo. Io credo che sia diritto di ognuno poter esprimere senza limitazioni la propria istintività, che si tratti di etero, gay, trans o bisessuali (o pansessuali se preferisci).

          vita=continuo conflitto…. forse, ma io preferisco continuo confronto. Io e te ci stiamo confrontando, non combattendo… almeno per quel che mi riguarda. La tua visione mi arricchisce e, in qualche modo, mi modifica, mi porta a pormi domande (il fatidico dubbio) e di questo non posso che esserti grato.

          Scenetta con geova
          Qui ti sbagli. Io non parto da nessun presupposto (a meno che scegliere di non avere presupposti sia esso stesso un presupposto…) è il religioso che abbraccia un presupposto (in modo miope spesso). Io non porto in giro il mio credo, perché non ne ho uno. Ho una mia spiritualità, che nel tempo evolve, sono pieno di curiosità, ma non possiedo verità assolute da propinare al prossimo e mi piace affrontare le questioni sempre con uno spirito critico, e mi infastidisce chi sceglie la strada più comoda per sfuggire al DUBBIO imperante e tenta disperatamente di trovare consensi a casaccio. Hai ragione nel dire che un senso universale non c’è, ed è per questo che la religione è una forma (mal)celata di arroganza… se dio esistesse, nessuno ne dubiterebbe e tutti avrebbero fede nello stesso. Ti sbagli a considerarmi non trascendentale: io sono musicista (o meglio, mi piacerebbe esserlo) e l’esperienza musicale è di certo, per me, trascendentale e spirituale… è un discorso lungo, se vuoi approfondirò.

    1. La mia risposta è “ops”.
      Mi sono laureata due giorni fa.
      Prima ero così stressata che mi sono dimenticata – procrastinazione dopo procrastinazione – di risponderti. Non sapendo come contattarti in altro modo, in effetti tutto lo scambio è cessato.

      Se ho procrastinato, al momento, è perché ho pensato che dovevo trovare un modo di portarti la mia intera Weltanschauung, e non solo singoli pareri su singole tematiche (come stavamo facendo). Un lavoro arduo, che perciò ho procrastinato. A furia di accatastare idee sul mondo, si crea una visione dello stesso gigante – a volte mi sento impotente dinnanzi a me stessa, quando devo spiegarmi ad altri.

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