Foggy dew.

Questo luogo (siamo a Ballabio) assomiglia sempre più al fondale di un tetro retrò film di zonbi.
È il silenzio – e quella rada ma densa nebbia, che ti si posa addosso non appena esiti.
Mi ci sono affezionata, mi ci sto affezionando, mi ci affezionerò – come mi sono affezionata all’enorme massa di Klaus, ansante nel giardino buio, grosso cane nero dal carattere più che pacifico.
Mi rassicura, la sua quieta presenza. E non perché mi attendo qualche zonbi provenire dal terrazzo su cui dà questo locale, e che procede ampio per poi giungere fino alla facciata, ma perché Klaus anima il giardino, fa presenza, è una presenza, un tipo di presenza a cui non ero abituata – quella del cane adottato per il semplice scopo di avere una guardia, una presenza che vaghi senz’altro scopo – e a cui non mi abituo, e infatti mi spiaccio di saperlo fuori al gelo.
Fa un freddo cane, per l’appunto.
L’ho constatato percorrendo a piedi, alle 8:30 di sera, il breve tratto di strada che mi avrebbe portato dalla fermata del pullman a casa.
Un freddo cane.
Sarà il contrasto.
Sarà che sono partita dalla laziale Casa dei Lupi in una giornata da maglietta di cotone leggero, per giungere nella nebbiosa e deprimente e gelida Milano.
È sempre questione di abitudine, sempre – lo ripeto ma ci credo? – quando ci credo mi domando a quali cose io non debba abituarmi.

A. mi dice di aver scoperto che non le piacciono le donne, e questo mi esclude da una fetta delle sue esperienze ipotetiche senza che io ne sia responsabile di una virgola.
Non è la prima volta che accade.
Anzi, posso dire di essermi forgiata l’attuale carattere anche tenendo in conto certe evenienze.
Ci sono rimasta male come un vecchio lenone fallito a cui non tira più, anche se non è mia la responsabilità delle altrui prese di posizione – ma pure il lenone non avrà tanta voglia di prendersi la responsabilità della propria impotenza, no?
Mi ha rattristito le ultime giornate, lievemente, senza eccessi, in quel modo pacato che ha una puntura di zanzara di farsi grattare fino a che i capillari non scoppiano.
Mi ha rattristito proprio perché non è mia la responsabilità – suvvia, coevi, l’equazione è semplice: proprio nel mio ultimo intervento devo aver detto che odio poche cose quanto odio l’impotenza. Non fisica. Almeno quella non devo temerla.
Se credessi in Dio, o in una generica entità superiore dall’ironia karmica, penserei che mi pone davanti a eventi tali per farmi incaponire sempre più sulle solite vecchie questioni – le categorizzazioni, l’othering, identità/alterità, il mondo a compartimenti stagni fitti e claustrofobici come il portagioie di una vecchia avara.
Prendo per buono il Dio che Ride, e come al solito cerco di ridere con lui per non essere da lui derisa – e il sessismo della lingua italiana riaffiora, veloce come una paranoia, sussurrandomi che il problema è a monte, e perciò sono impotente – che vuoi fare tu, piccola creatura che non può esimersi dall’affibbiare un sesso anche a Dio, entità astratta per eccellenza, che “creò il Mensch a sua immagine a somiglianza, maschio e femmina li creò”, perché la tua lingua non te lo permette?
Sick and tired.
Ma ho passato una giornata meravigliosa in compagnia di due persone meravigliose, una giornata che mi garantirà una ricarica a lunga durata.
Ho passato una giornata con due persone sentendomi a mio agio. Realizzarlo è stato un po’ umiliante. Insomma, non sono il genere di persona che vedrete facilmente a disagio, e una fallace logica mi aveva quindi portato a pensare di essere una persona tendenzialmente a proprio agio ovunque, saltando di piè pari l’opzione intermedia.
Era da secoli che non mi sentivo così tanto a mio agio con una semiconosciuta (adorata, stimata, ma semiconosciuta) e con uno sconosciuto. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che sentirmi a mio agio è stata quasi una sensazione nuova – un ricordo vecchio, troppo vecchio, quasi una Sehnsucht.
Ora dovrei, per volere della norma e della retorica, spiegare cosa mi abbia messo così tanto a mio agio – ma non è facile.
Ho detto:
“È che sono persone senza malizia.”
E dovreste cercare l’etimologia di “malizia” per intendere ciò che dico, leggere tale parola sia in tal senso che in quello attuale, il tutto avendo come presupposto che il peccato è nella paura del peccatore.
Ho detto – ho cercato di dire – anche che sono due persone non sepolte da quella che tendo a chiamare “merda” e che consiste di significati socialmente determinati che – come merda, appunto – vengono spalmati addosso alle persone, e che tendenzialmente le persone si tengono ben stretti. È quella “merda” così chiamata perché non mi piace, perché puzza di tentativi di essere un qualcosa, una proiezione, un idolo inseguito goffamente. È vanitas. È quella cosa che fa sì che io, interagendo con un Qualcuno, veda su quel Qualcuno, prima di quel Qualcuno, la società che l’ha formato. È terribile, creature. È terribile come una frase fatta usata per coprire un delitto, per giustificare una mediocrità pavida, per insabbiare accidia.
Dico, ora, anche se odio dirlo, che vedo quella merda ovunque, o quasi ovunque, e le eccezioni si contano sulle dita di una mano – e ciò è essenzialmente stressante. È la vecchia caverna platonica. In cui ti trovi a vivere, e non ha senso sputare nella culla che ti accoglie – non per questione di irriconoscenza, ma per semplice logica. Non ha senso. È controproduttivo. Per questo odio osservarmi mentre lo faccio. E poi odio le menti elitarie.
Per fortuna i freaks irriconoscenti hanno un ruolo in questa società. Tutto ha un ruolo. È la sovraccitata odiata categorizzazione, che intanto mi salva il culo, perché anziché essere espulsa come elemento che critica a vuoto posso fungere da decorativo elemento deviante.
(No, non sto facendo la poetessa dannata. È solo un caso. È solo un caso che parole così ben descrittive e precise come “deviante” siano state stuprate e abusate come decorativi elementi devianti. Deviazione alla seconda.)
È che dovevo un po’ spiegarmi, creature.
Negli ultimi tempi (lungo periodo) vi sopporto così poco – e non capisco davvero se sia una congiunzione astrale dei vostri atti o se sia solo io – da essere gradevole quanto l’urna con le ceneri di nonno come centrotavola a Cortesie per gli ospiti.
Osservo persone cresciute con un rapporto conflittuale con La Società (chissà cos’è, poi, questa sorella de La Massa) scoprire di potervi vivere con un certo agio, e senza essere lapidati in piazza, e diventare più beotamente fondamentalisti da L’Uomo Medio (che è il cugino de La Società e La Massa), e mi dico:
Allora non era una questione di principii, valori, critiche e posizioni – non era una scelta – era la volpe con l’uva.
Per questo, probabilmente, in questo periodo sono invasa dagli Anni Sessanta. Li ritrovo in ciò che leggo e nelle persone in cui parlo – non riferimenti laterali, ma analisi dettagliate del passaggio dagli idealistici 60s agli affondati 70s – e mi chiedo che ne farà Darwin-applicato-al-sociale di me. Perché temo di avere nostalgia, ossia Sehnsucht, dei Sessanta. No, non per le canne e le persone nude ammassate nello stesso letto – quelle si trovano – ma perché i Sessanta sono l’antonimo esatto di un contemporaneo whatever. Odio i whatevers. In treno ho avuto una discussione lunga quaranta minuti con una vecchia conoscenza che è diventata un whatever. Si è whaterevizzato così tanto, ha accettato così tante cose, che non sa più cose vuole – gli sta tutto bene, perché decidere cosa vorrebbe lo costringerebbe a stilare una lista delle cose che non vorrebbe ma ingoia comunque. È stato annichilente – e un po’ grottesco. Mi sono chiesta che nome abbia questa psicopatia. (Non rispondetemi “Vita.”, era prevedibile e quindi non è brillante.)
Comunque, con tutta probabilità, il 90% del malcontento di questo intervento è dovuto dalla consapevolezza di un paio di tette in meno al mondo pronte a scoprirsi per me senza sbattimento ulteriore.
A., dopotutto, ha sempre rappresentato la mia Lolita – il mio Alcibiade, la creatura che non è né più piccola di altre né più dipendente da te di quanto io lo sia dalla cioccolata (poco, insomma), ma che guardi mutare nel tempo e ti senti fiera di lei e Dio sa perché dato che non sei neanche un suo parente lontano, il tutto condito dalla consapevolezza che è da anni che volete stare assieme sole in una camera da letto – ah, A. mi ha insegnato la cavalleria, di pari passo con il gongolare senza pudore per un reward che non ti è dovuto, ed è bello per questo. Era minorenne, quando l’ho conosciuta. E le avevo detto, scherzando e non scherzando, di farsi sverginare, nell’attesa che ci incontrassimo, perché l’esperienza è fondamentale – esperienza di ogni cosa per non giudicarne nessuna.
Insomma, senza A. quel vecchio porco d’un tagliatore di diamanti di Nikolaus non sarebbe mai stato partorito dalla mia mente – e questo, diranno forse i posteri, non sarebbe poi tanto un male.

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