Di becchini e altre mancate consolazioni.

La Rossa ha esalato l'ultimo (rantolante) sospiro mentre la tenevo sollevata – perché non riusciva più a reggersi sulle zampe, e si credeva stesse vomitando, e si voleva evitare che soffocasse.
Ha salutato questo mondo dando un ultimo graffio a VB – che ha apprezzato.

La macchina ha percorso traballante selciato calpestato da militari. Periferie vicino al mare, un campo, le tende verdi disseminate e il cielo azzurro cosparso di nuvole dense.
Il luogo prescelto era una striscia di sabbia e sterpi e rovi tra il mare e un lago. Ho accoltellato la spiaggia con un coltello da cucina, per liberarla dalle radici secche – si sottostima l'utilità di avere una pala in casa, realizzandola quando si realizza di non averla – e ho scavato con le mani e le braccia mentre un gattino tigrato ci fissava e miagolava nella nostra direzione. Ha miagolato per tutto il tempo, non facendosi avvicinare. Probabilmente stava ridendo.
L si è domandata che giorno fosse, per segnarlo sull'agenda, mentre lei e VB controllavano che nessun militare apparisse oltre le dune scambiandoci per tombaroli dalle misere conoscenze geografiche. La tragicomicità così ben colta da Tarantino. Il gattino che miagolava fastidiosamente, invece, era un tributo a Mr. Vendetta. L'ho maledetto interiormente un paio di volte mentre collezionavo spine tra le dita.
L mi ha ringraziato, ma si è sbagliata. Fungere da becchino durante il lutto per una gatta di 18 anni permette di darsi un senso. Vi ho detto che odio l'impotenza? Scavando potevo distrarmi con nobilitanti pensieri da psicopompo – oh, mi sarebbe piaciuto, mi piacerebbe poter consolare qualcuno dicendo di saper traghettare anime verso lidi pacifici e struggentemente belli come quella spiaggia. In mancanza di ciò, il semplice scavare basterà come contributo.
Mi è spiaciuto lasciare L da sola, dopo il tarantiniano funerale e un cappuccino con dolci annessi. Non perché sarebbe, per l'appunto, rimasta in solitudine – immagino le servirà, quella solitudine, per portare a compimento il lutto – ma perché si sarebbe trovata a breve nella solitudine che si prova quando si è in compagnia di una persona che non c'è stata. Suo marito avrebbe dovuto esserci. Mentre accarezzava il cadavere caldo della Rossa, L mi ha porto il cellulare chiedendomi di chiamarlo per farlo venire – voleva anche lui. VB mi ha preso il cellulare di mano e ha fatto lei prima che potessi comporre il numero, e io ho guardato l'esigenza di L di avere accanto il marito. Ma il marito era dalla madre e poi doveva andare in piscina, e quindi era assente nel modo peggiore in cui avrebbe potuto esserlo. Chissà se gli verrà perdonato.

Strane creature, questa madre e questa figlia, che mostrano poca sofferenza e loro malgrado, per poi salutarsi con un lungo e stretto abbraccio in silenzio.
Quando è morta Iena tra le braccia di Mater, beh, abbiamo versato lacrime. Singolarmente. L'urgenza di abbracciare qualcuno quando il dolore mi colma è forte quanto lo sarebbe quella di saltellare su un piede in un momento di noia. Se ho abbracciato, tranne rare eccezioni, è stato per nascondere lacrime, non per versarle.

In auto, nel lungo tragitto che collega la Casa dei Lupi a Civitavecchia e viceversa, dico a VB da giorni di tirare fuori la voce. Quando canta. Ma il mio spronarla a fare qualcosa suona la maggior parte delle volte come il paternalista condurre di un pedante insegnante – quantomeno fuori luogo, la maggior parte delle volte. Quindi, per convincerla a tirare fuori quella fottuta voce, ho fatto qualcosa di diversamente fuori luogo: le ho chiesto di prepararmi una serenata.

Questa mattina, invece, mi sono fatta svegliare da lei per truccarla. Giornata lavorativa importante.
Anni fa mi dissi che dovevo smetterla con la mia sindrome di "perfezionamento dell'uomo" (intendevo "dell'essere umano", ma non ero ancora diventata un'utilizzatrice paranoica della lingua). Me lo dissi riferendomi alla mia tendenza a voler migliorare (squisitamente dal mio punto di vista, ovvio – da che altro?) le persone a cui mi affezionavo.
Dopo anni, devo constatare che non è una componente di cui io riesca a liberarmi. Posso solo moderarla e ottimizzarla – ad esempio, facendomi svegliare prima per sistemare il trucco di VB.
Mi passerà anche la fase del trucco. Al di sotto di questo divertimento estemporaneo giace una troppo forte convinzione che i belletti siano un dovere sociale che funziona bene perché vi si scivola all'interno in fretta e si riesce a crederlo un piacere.
Mi passerà, ma prima dovevo dimostrarmi di saperlo fare. Altrimenti il non farlo non sarebbe un scelta, no?


Ho ripescato dall'armadio Donato Torchia. Chi si ricorda di lui alzi la mano. Chi ha alzato la mano si domandi per quale motivo mi ha seguito per tutto questo tempo.
Donato Torchia, l'Honorato Torchia, è un personaggio facile da riporre nell'armadio. Anche senza naftalina. Chi è morto da quattro secoli non può decomporsi ulteriormente. Soprattutto, un personaggio creato su una psicosi che potresti trovarti a condividere non perderà di definizione tanto in fretta. Perlomeno, non finché la psicosi sopravvive in potenziale. E se la psicosi corrisponde all'impossibilità di realizzare in terra ciò che vedi in cielo (ciao, Ermete) allora è irrisolvibile – o tu sei quello che viene chiamato un "idealista".
Torchia è un idealista.
Suo malgrado e a suo discapito.
Torchia è un personaggio verghiano. Nato in un dato lago, non sa mutarsi nel corso di una vita per adattarsi al mare. Il lago è Venezia, il mare è la guerra – quella dei trent'anni, dato che siamo attorno al 1630. Torchia è una di quelle personalità che non scommetterebbe sulla propria abilità di sopravvivere in un contesto violento, e infatti è stato certo – per tutto il tempo in cui nella guerra ha vissuto – che sarebbe morto. Il suo essere sopravvissuto l'ha lasciato spiazzato – ossia, senza luogo in cui ritrovarsi.
C'è chi affronta una grande prova con il desiderio di concluderla vincendola, chi la affronta con il desiderio di concludersi con essa. C'è poi la via di mezzo, la peggiore: chi la intraprende proiettandosi nel giorno in cui sarà finita, e che in corso d'opera smette di contemplare questa possibilità. Può finire, la guerra? Può finire prima di me? Torchia non ricorda che genere d'uomo fosse prima di finire in Germania. Non riesce a concepire che la guerra finisca prima di lui, e gli rimangono dunque due alternative: o la guerra non è finita, o lui è morto. Per sua sfortuna, anche se a Venezia di guerra non c'è ombra, mancano 18 anni prima che la Guerra Dei Trent'Anni lasci l'Europa. Torchia vive il peso della consapevolezza, e questa è la mia psicosi.

Abbiamo avuto tutto.
Guerra infuriava in Germania, lontano dagli occhi e dentro lo spirito. Guerra era la nostra maggiore età, e la tenacia dei nostri giudizi.
Abbiamo avuto l'Arte, nelle camere e nelle piazze, nel teatro e nello spirito – teatranti con un piglio battagliero che non apparteneva loro.
Abbiamo avuto la conquista, a Est e a Ovest; e la più fervente religione nel più sperduto luogo e la più vera eresia nel nido damascato delle corti.
1630 anni dalla nascita di Cristo, e non ce ne sarebbero bastati altrettanti per toccare con mano tutto ciò che eravamo certi di possedere.

Horror vacui. Una qual certa frenesia di vivere ogni cosa fino alla sazietà – Morte prima invitata al nostro banchetto.

Torchia è un carattere pacato. L’ho accostato a un Kebreau, che di nome fa Aristide. Viene tutto dalla stessa radice: Aristide Torchia – grazie, Pérez-Reverte. Mi cospargo di Torchia sentendomi in diritto di farlo per il semplice fatto che l’unica volta in vita mia in cui mi sia stato appioppato un nome falso, per nascondere la mia vera identità a una madre cattolica di ferro, questo era “Torchia”.
VB mi ha detto che, nel corso di un litigio cruciale con Mater, ha visto riaffiorare Kebreau. VB ha detto proprio così: “Kebreau”. E mi ha detto che ciò la spaventò. Ma è quella pacatezza, e non Kebreau, a essere riaffiorata. La creai per permettere a Torchia di tenere a bada i mostri che gli accompagnano l’animo, la diedi a Kebreau per avere a che fare con altri, diversi, mostri. E’ una pacatezza inscindibile dall’esistenza di un mostro. Dopo averla creata per altri, l’ho copiata dai personaggi che ho creato. Buffo, no? Non più di un rituale, se si considera un rituale come la cristallizzazione mezzo simboli di forza di volontà. Per questo i rituali sono buffi.
Se durante quel litigio riaffiorò, è per permettermi di tenere a bada i miei mostri. Non c’è mostro senza coscienza – per questo Torchia non l’ascolta, quella coscienza peccaminosa. E persino io, direbbe qualcuno, ho una cattiva coscienza – che a far stupire sia il fatto che io abbia una coscienza, non che sia cattiva.
Rinunciate all’avere una coscienza. Una consapevolezza è meglio. La coscienza è un utile aborto di quella che viene chiamata “cultura borghese”: serve, come i belletti, a disciplinare la società. La rende beneducata e inoffensiva. La consapevolezza può invece assomigliare a una brutta bestia. La coscienza vi dice se una guerra sia bene o male, la consapevolezza vi dice se una guerra c’è o meno, se state speculando in astratto o se vi riferite a qualcosa che esiste.
Se sono diventata paranoica linguisticamente è perché le parole sono come appunti. Si può aver consapevolezza di cose così effimere, o sottili, da esser facilmente confuse, dimenticate, lasciate a svanire sul confuso fondale caotico. Le parole richiamano. E, se dimenticate la differenza tra coscienza e consapevolezza – sia pure la differenza che voi ci vedete – vi troverete a non saper distinguere tra le controindicazioni del fumo in generale e i pro e i contro che le sigarette che fumate creano di fatto in voi.

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2 comments

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