Rudolf Hess & Cio.

Sono le 7:21 e tutto va bene…
Tutto è relativo, e non potrebbe essere altrimenti per una testa che passa nottate insonni a rimuginare fino a giungere alle 7:21 del mattino.
Se avessi dormito, tutto sarebbe ottimale: significherebbe che mi sono svegliata presto e che sono così attiva da essere in grado di formulare una frase più o meno sensata.
Ma non ho dormito, e quindi queste 7:21 reclamano redbull.

Sono nella Casa dei Lupi, in quel paese laziale circondato da chilometri e chilometri di nulla in ogni direzione.
VB dorme, a due metri da me, sotto coperte di lana.
La stufa è spenta.
Ho cercato di accenderla, ma stavolta ho fallito. Di solito è VB a fallire, sì che io possa aver successo e ribadirle la mia netta superiorità. Evidentemente, essendo VB considerabile “assente”, e mancando l’esigenza di ribadire la mia netta superiorità, il genio non si presenta all’appello.
VB dorme, sotto coperte di lana che si stringe addosso.
VB che dorme vicino alla lampada da tavolo in stile liberty accesa mi fa venire in mente una foto, scattata mesi fa, ritraente la suddetta lampada e la mano di VB. Una foto finita su Facebook, e apprezzata. Era una bella foto. Peccato che non esista modo a me conosciuto di spiegare come quella foto rappresentasse esattamente la mano di VB, ovverosia di Van Beumer.
… Ma comunque.
Non ho dormito, ma l’ho fatto saporitamente la notte precedente. Mi sono svegliata rimasticando tra le sinapsi i ricordi di un sogno – uno di quei sogni che ti rimangono addosso al mattino, ossia: si fanno carne e sostituiscono un po’ della tua.
Ho sognato idee, perlopiù.
C’era un graduato SS di non so quale grado che faceva il gradasso solo perché protetto da un gerarca, il genere di SS da copertina, quelli amati da Visconti e la sua cricca di vecchi maiali, il primo della classe con aggiunta di sadismo nelle aspettative. Ma una germanista non può sognare un SS sadico, suvvia – fosse quello il male. Il giovane-ma-non-troppo SS era semplicemente l’odioso primo della classe – e c’ero io, dentro a lui, mentre si avvicinava a una lussuosa villa nascosta da un folto nulla che penso caccerò in Curlandia, ci sono rimasta dentro fino a che l’SS non ha incontrato una ragazzina, e allora sono diventata lei, e nei suoi panni ho fatto tutto il possibile per evitare che il primo della classe mi sbattesse fuori da casa mia.
Ma questo è il mero incipit di una trama.
Ciò che rende un sogno uno di quei sogni è il fatto che ti dona nuove prospettive. No, creature, non sono entrata nel sado-masochista rapporto tra nazista in cerca di Lebensraum e supposta ebrea sfrattata. Si tratta di qualcosa di più sottile. Qualcosa che riguarda intimamente lui, lei, e poi quei due assieme – e altre cose – indipendentemente dalle coordinate spazio-temporali. Il finire del sogno mi ha suggerito che quei due avessero qualcosa in comune, qualcosa che entrambi detenevano e che temevano l’uno nell’altro.
Il problema è che non so di cosa si tratti.
Ho trascritto nella fida agenda tutto ciò, più altri appunti – per la mia labile mente che tutto dimentica.
Mancano dei dettagli che sto recuperando con un paio di libri e google.
Manca, soprattutto, il finale.
Ma tutti i racconti e romanzi che ho concluso sono nati così: senza un finale. Il finale viene da sé, tra la metà e i tre quarti dell’opera. Il finale non è che la soluzione di un’equazione, suggerita dalla mistica e non dalla logica.
Amen.

Ho accarezzato il freddo corpo della rossa gatta di VB, che sta lentamente morendo.
La Rossa è vecchia, direi quasi veneranda, e se ne sta andando con una certa pacatezza. Certo, i gatti perdono – quando indeboliti – circa il 95% della propria regalità, ma lei rifulge nel 5% rimastole.
Ho corrugato la fronte sentendo il gelo uscirle dalle ossa. Ricordi recenti. M mi ha detto che la Rossa puzza già di carogna, e può essere – continuo a chiedermi se quell’odore sia un’impressione o un che di riconoscibile, una specie di sintomo della morte, la carne che si disfa un po’ in anticipo mentre il cuore batte ancora.
Chissà.
Per la Rossa c’è poco da fare – le ho dato le mie attenzioni e il mio rispetto, e, se VB così vorrà, darò anche le mie braccia per scavarle una tomba – e quindi guardo VB dormire stringendosi le coperte addosso. Le preparerò la colazione. VB è una creatura soddisfacente: bastano queste piccole cose perché ti offra un sorriso soddisfatto con cui far iniziare bene una giornata. Colma i tuoi gesti con il suo apprezzarli. Ossia, nel mio caso, ti colma apprezzandoti, giacché circa il 97% delle cose che faccio all’interno di un rapporto interpersonale le faccio solo perché ho voglia di farle – ossia le farei comunque, anche se non sortirebbero quell’effetto.

Intanto fisso lo schermo.
Fisso lo schermo e cerco di riportare alla mente gli ultimi cinque momenti in cui ho pensato: “Ecco, vorrei scrivere così…”
Ah, puttana d’una ispirazione.
Puttana d’una lingua.
Lingua che sei come una stampella che soffre di reumatismi e di tanto in tanto ti abbandona a una costretta immobilità.

Ho letto.
Ho letto un libro su Rudolf Hess, per sostanziare il mio vago sogno. L’unica cosa negativa circa i misteriosi grandi gerarchi nazisti è che tutti i grandi gerarchi nazisti sono stati misteriosizzati, e quindi passa la voglia di cercarne i misteri: sono un assemblaggio di misteri non ancora confutati, ossia una leggenda metropolitana. Che rimane di Hitler, quando gli si tolgono le caratteristiche che uno storico non dovrebbe utilizzare per descrivere un personaggio storico? Che rimane di Hitler, quando gli si toglie il sadismo, la paranoia, una latente omosessualità, una feroce paura degli ebrei e un irrisolto conflitto con la propria ebraicità? Che rimane di Hitler, se Hitler ormai è ciò?
(Che rimane di me?)
Ho realizzato – ossia: l’ho espresso a parole ad alta voce – di essere una creatura fissata con la limpidezza e che scrive narrativa composta di trame che si reggono su menzogne. La menzogna è il mio peccato, e ne intreccio come un mio coetaneo cresciuto a latte e cattolicesimo poco analizzato intreccerebbe trame fatte di incesti ed espiazioni. Realizzando ciò, ho anche realizzando che il mondo in cui la sottoscritta vive – quello limpido e via discorrendo – e quelli che la sottoscritta crea – che sono intere menzogne – si assomigliano in modo inquietante.
Ossia: la totale sincerità e la totale menzogna, infine, portano a risultati molto simili – se non si considera l’intenzione.
Fra quanto avrò una crisi mistica?

Sono tediata da ciò che conosco.
Scorro su e giù gli aggiornamenti su Facebook cercando un motivo d’interesse, e da settimane trovo un tedio tale da infastidirmi. (Me suggerisce: “Si chiama intolleranza.”) Vivo, credo, uno dei miei periodi affetti da horror vacui, in cui qualsiasi rumore che non sia devastante mi pare uno spreco (ossia: vanitas – quando smetterò di vivere nell’era della Controriforma?).
Scorro su e giù aggiornamenti su Facebook e faccio svogliate carrellate di foto di conoscenti, amici, ma-chi-è-questo e oh-cazzo-dovevo-farmi-sentire, e penso – sinceramente penso – che c’è di che interessarsi, tra una foto e l’altra, ci sono attimi davanti a cui sorrido perché penso piacevoli, me ne compiaccio e stop. Stop. Solo negli ultimi giorni quel vago, conosciuto, bisogno di diversificare la mia vita sessuale mi fa andare di una virgola oltre al compiacimento. (Ma poi, di che mi compiaccio? Non che io voglia lamentarmi, compiacersi è bello.)
Tutto è relativo. Ad esempio, la distanza tra te e Tizia varia proporzionalmente al bisogno di diversificare la tua vita. Non solo quella sessuale. Uso sempre metafore sessuali perché conto sul fatto che siate scimmiette almeno quanto me, e poi perché è brillante. Dà quell’aria d’intellettuale che non si prende sul serio – tolto il fatto che poi subentra l’horror vacui e tu ti immagini cinquantenne a svendere i frutti delle tue speculazioni in cambio di una scopata con una creatura perlomeno maggiorenne.

Sto leggendo.
Sto leggendo una storia d’Irlanda, scritta con l’intento di spiegare per quale motivo quando si dice “Irlanda” vengano in mente situazioni di tragica oppressione e conflitti, bambini armati e bombe – la nostra (fu) Africa europea, insomma, per non allontanarci dai cliché.
Il libro riesce bene nel suo intento, ma quando l’ho aperto – per la mera voglia di soddisfare qualche curiosità che mi trapanava il cervello con l’insistenza di un cane in calore – non ho tenuto conto del fatto che uno degli argomenti su cui vorrei specializzarmi è il nazionalismo. Come fenomeno. E in Irlanda è tutto un nazionalismo, così tanto che riesce a esserlo anche per della gente che sta negli Stati Uniti e si sente parte della nazione irlandese.
Non ho tenuto, insomma, conto del fatto che c’erano 9 possibilità su 10 che tutta la faccenda irlandese mi risultasse la crème de la crème del nazionalismo, e quindi una ridicolaggine tragica.

Sto leggendo.
Sto leggendo Querelle de Brest di Genet. Avrei potuto semplicemente scrivere che sto leggendo Genet, perché risaputamente i suoi romanzi sono intercambiabili.
Ho comprato dei pantaloni alla turca di taglio elegante-ma-casual-who-cares-whatever che nella loro morbida larghezza mi sfiorano le natiche mentre cammino, con mio gran piacere, e ho realizzato che è per questo che leggo Genet: perché sa cogliere infimi dettagli solipsisto-erotomani quali questo.
E poi perché è brillante.

Ho comprato anche un maglione che ben s’accorda all’aria di finta noncuranza di cui sopra, quell'”eleganza noncurante” che tanto cito in questi giorni per il piacere di ricordarmi com’è.
Ho comprato un vestito, e tre punti esclamativi. Ho rubato a VB dei leggings e ho fatto quel che amo fare quando mi ritrovo in queste lande che mi fanno sentire una turista: la vezzosa. Sempre colpa di VB.
Colpa sua anche del fatto che mi stia capitando di truccarmi – e amo truccare anche lei, a cui basta un po’ di matita e di ombretto per diventare graziosissima, e non un simil-trans come me. Amo truccarla per osservare quella maschera da pin-up sul suo viso iper-espressivo, e che tende più alla mimica di un Marchese del Grillo. Amo il contrasto, mi diverte. Mi diverte cercare di imprigionarla in uno stereotipo e contemplare il fallimento.
Mi sono fatta comprare una collana, ed è andata così: ho visto la suddetta, ho dato voce a una variazione di “Che bella!”, VB me l’ha presa dalle mani ed è andata alla cassa, dove – mentre pagava – le ho detto che è il sogno di ogni donna. (E attendo, ora, di poterle regalare un vestito nuovo.)
Vado ripetendole che voglio s’appelli a me con quel “Cio” che tanto s’usa a Civitavecchia, e che mi attrae come solo un pezzo di folklore, inoffensivo perché non ti viene imposto, può attrarre. “Cio” è l’abbreviazione di “ciondola”, caratteristico modo di riferirsi alla vagina, che viene metonimicamente utilizzato per indicare l’interezza della proprietaria di una vagina. Insomma, è “figa” – o è come l’alphamamma di Jpod che chiama tutti gli uomini “Uccello”. Ma “Cio” è tenero. “Cio” cantilenato dalla parlata di qui è un tenero pezzo di folklore locale.
Vado ripetendole che essere chiamata così mi permette di sfogare quella vena da femmina sottomessa, perché la logica a ciò mi porta: al deprecare tale metonimia in quanto feticista (feticismo: spostamento della meta sessuale dalla persona viva nella sua interezza ad un suo sostituto; ciò che la sostituisce può essere o una parte del corpo stesso, o una qualità, o un indumento, o qualsiasi altro oggetto).
Ma, di fatto, semplicemente Cio suona grazioso.

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3 comments

  1. [Every time you make me realize I missed you.] In other words you are gently telling me that I’m completely forgotten until I don’t tap you on a shoulder ç___ç
    That hurts.. *evidently trying to find his heart he settles to put his hand on his kneecap* .. here!
    Nonetheless, you are forgiven *a celestial light falling out of nowhere to illuminate him in a sanctified aurora* since each of us must leave his mark in this world and the people that inhabit it with the means at his disposal and being remembered now and again is better that not been know at all U^U.

  2. Don’t worry I’m just pulling your leg! 😛
    (Why on heavens sake should Englishmen associate pulling the leg of a chap to joking with him I have no idea. Most probably the history of this saying is very interesting and culturally relevant but I’ll leave you with the dilemma.)
    As for amnesia I doubt you suffer from any such inconvenience.
    I am convinced that you process so many thoughts at any given time, that your brain for self conservation is forced to do to a selection, archiving a certain amount for future reference. 😀

    1. [I am convinced that you process so many thoughts at any given time, that your brain for self conservation is forced to do to a selection, archiving a certain amount for future reference. :D]
      Finally someone who reached my same conclusion 😀

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