Di Faust e dello Streben.

Al telefono, VB mi ha fatto notare che sono diventata una di quelle persone che reputano i propri gatti più interessanti di tutti gli altri.
Al momento non ho colto il sottinteso (ma non è colpa mia, VB non abusa di sottintesi, e infatti negherà ce ne fosse uno), ossia che non faccio altro che parlare dei gatti con cui convivo.
La verità è più triste della supposizione: non parlo tanto di queste creature perché le reputo più interessanti di altre, ma perché le me giornate sono miseramente vuote d’altre argomenti.
Potrei parlare di Melodien di Helmut Krausser, che sto adorando, ma proprio perché lo sto adorando avrei ben poche argomentazioni da portare – dato che un reiterarsi di “Hai visto che era come cercavo di spiegarti?”, di “Ecco cosa mi piaceva in potenziale di Agrippa: la potenza della volontà!” e di “Qui si vede benissimo lo scollamento tra significato e significante nelle parole avvenuto con la Riforma.” non è valido come argomentazione.
Non amerei questo romanzo se non conoscessi Agrippa e Foucault – anzi, conoscerli è il presupposto per comprenderlo, ma per amarlo bisogna amarli. Non posso neanche trasmettere al prossimo il mio amore per Agrippa, perché si tratta più che altro di un’affezione nostalgica: la filosofia di questo fattucchiere nobilitato mi ha svezzato come pensatrice.


Interruzione dovuta – appunto – al dover fissare meglio la rete sul terrazzo onde evitare che Loki andasse tra le fauci del cane da guardia che abita in giardino.


… Comunque.
C’è molto e nulla da dire su Agrippa. Immagino che le copie del De Occulta Philosophia, o La Magia, vengano perlopiù vendute grazie alla parola “magia”. Piccoli e grandi fattucchieri d’ogni età che cercano di estrapolare utilità dai tre tomi.
Agrippa scrive (e ve lo beccate in inglese perché non ho qui il De Occulta e online c’è solo in inglese):

Here is the outside, and the inside of Philosophy; but the former without the latter is but an empty flourish; yet with this alone most are satisfied. To have a bare notion of a Diety, to apprehend some motions of the Celestials, together with the common operations thereof, and to conceive of some Terrestial productions, is but what is superficiall, and vulgar.

L’occultismo ha uno strano ruolo nel nostro dove-quando, da cui è stato in teoria bandito come “superstizione”. La maggior parte delle persone che conosco, anche quelle più addentro all’argomento, vi si approcciano in quel modo speranzoso e meravigliato tipico dei bambini che vogliono conoscere del mondo solo i lati spettacolari, poco inclini ad ascoltare le molte spiegazioni che a questi si possono dare, e vogliosi di darne di proprie, romanticizzate.
Diffidate di chi vi parla di un De Occulta Philosophia come di un libro arcano, proibito e pericoloso: non è altro che la scienza dei tempi, con presupposti diversi ma sempre il solito raziocinio, ossia quello umano. Amo il De Occulta perché mi ricorda che fra duecento anni gli attuali manuali scientifici risulteranno egualmente astrusi e ridicoli agli occhi dei bambini già socializzati ai canoni della propria epoca ma vogliosi di meraviglie inspiegabili – come se esistesse qualcosa di inspiegabile, come se esistesse qualcosa di spiegabile definitivamente.

Parlavo con D, qualche giorno fa, di M, quell’uomo che ho frequentato per anni, e che mi sedusse grazie a un fascino ambiguo, attraente e insidioso al contempo – il fascino del vampiro da Polidori in poi (anche se non ho capito quanto sia cambiato negli ultimi anni). Avevo 15 anni e volevo essere stupita – anzi, letteralmente rapita da una visione del mondo differente.
Anelavo a una certa passività, estrema, quella della persona che non può fare altrimenti che contemplare atterrita ciò che le succede.
M aveva un’aura adatta. Immaginatevelo circondato da una nebbiolina composta di tanti piccoli segreti – “segreti” non nel senso di “cosa taciuta per tabù” ma di “cosa inspiegabile a un profano”. In parte era così. In parte è sempre così: ogni ambito è un mondo, e per essere compreso bisogna addentrarcisi. Quando ho approcciato l’economia non ero diversamente affamata – ma alla sottoscritta in formato quindicenne un campo misterico come quello delle scienze e non scienze occulte appariva come un mastodontico e fantastico mondo in cui perdersi, e ri-crearsi. Purtroppo, non riesco a essere passiva neanche anelandolo a morte.
È il bello e il brutto dell’occultismo oggi: permette a un frustrato impiegato delle poste di dirsi che in realtà è un mago che discute direttamente con Belial. Permette all’impiegato di non provare più soggezione dinnanzi alle leggi e norme del mondo materiale che lo frustra, e ciò sarebbe un bene – il bene della relatività delle norme sociali – ma talvolta lo rende tronfio come il Re di un regno di 20 abitanti sperduto tra le montagne e senza giullari.
Comunque, D mi ha parlato di M (ri)presentandomelo come una persona inquietante. M continua a masterizzare partite live di gioco di ruolo a tema horrorifico – quelle che dopo un anno hanno cominciato ad annoiarmi. So anche il perché. Corrisponde a M dirmi che da piccolo amava Freddy Krueger perché era un male di fantasia, una fuga, che in qualche modo lo consolava dai mali reali. Trovai ciò pusillanime. Non sono mai riuscita a perdonarglielo, ossia non so perdonarlo all’essere umano (e Krausser mi dice che c’è una differenza fondamentale tra l’amare l’essere umano e l’amare gli uomini, e nel mio caso ha ragione).
I libri che M mi aveva passato, e le sue dritte, avevano sedimentato. M conosceva il De Occulta Philosophia e sapeva usarlo – io, intanto, avevo sviluppato la snob prospettiva che tuttora mantengo, quella che predilige l’inside e disprezza l’outside. La filosofia è filosofia, e quindi diventa irrilevante decidere se rituali e incantesimi funzionino effettivamente o meno: quel che conta è la comprensione della logica che li ha partoriti, delle logiche, come quelle agrippiana per cui i simili si attraggono, parte di una visione del mondo che a noi è giunta solo come proverbio. Un rituale è una canalizzazione della volontà: ripetersi, dinnanzi allo specchio, “Sei forte!” è un rituale. Il Bagatto non ne ha bisogno. Il Bagatto trasforma la volontà in fatto senza dover utilizzare sotterfugi con se stesso. Il Bagatto, insomma, non brucia tutti i regali della ex per aiutarsi a dimenticarla. E io volevo essere il Bagatto – con la diretta conseguenza che tutti i fattucchieri piccoli e grandi di ogni età non potevano che risultarmi dei deprecabili inetti.
Ma M, credo, ci crede. M ha vissuto così tanto in un mondo in cui i fantasmi dettano legge da rimanerci incastrato. M, che in una partita di gioco di ruolo gioca la parte del negromante, puzza di negromante vero. Lo ricordo. Ricordo gente spaventarsi. Io, invece, mi adiravo: volevo saper mettere eguale soggezione. Non ero disposta a scendere a compromessi e usare trucchetti, come lui faceva, ma non potevo tollerare i suoi “successi”, per quanto dal mio punto di vista unfair.
Sono passati anni, e ho smesso di cercare il controllo dell’altrui persona per mezzo di un fascino misterico. Sono passati anni, e M si è fidanzato con una milionaria e pubblica interviste a Dani Filth – nulla è cambiato – chiedendogli se si sente affine a filosofi e pensatori come Agrippa – nulla è cambiato.
Quando l’ho conosciuto aveva 24 anni. Anche io fra 8 anni sarò così simile all’attuale me?
Spero perlomeno di trovare una milionaria a cui fare da amante retribuita.


Ballabio è un bel posto in cui vivere, ma sono stufa di fare lavatrici.
Dopo il trasloco, tutto era da lavare – e ho lavato tutto.
Appena concluso il primo giro, Iena è morta e – per il rischio che si trattasse di un parassita – sto lavando di nuovo tutto.
Basta lavatrici.

A parte ciò, giovo della natura che mi circonda – nel giardino dagli alti alberi e fuori, con queste montagne che impediscono all’uomo di colonizzare ulteriormente – come la pianta di ciclamino che Mater ha portato qui. Lei si fa rigogliosa e allegra, la mia pelle si fa rosea e liscia, i capelli si fanno morbidi – Milano, domani, sarà un incubo.
Mi sono trasferita a Lecco quando avevo 6 anni, sentendo così poco la differenza tra i due luoghi – l’ottusa e beata/beota Ballabio e la grigia e operosa Lecco. Tutti i miei ricordi si riassumono nella sensazione del cambiamento di luce: i primi anni a Lecco – molti anni, a dire il vero – ricordavo, di Ballabio, la luce: immensa, accecante, ritemprante.
Ricordo l’arrivo, in prima media, di due bambini provenienti da micro-paesini poco oltre Ballabio. Ricordo il loro sguardo beota da montanari, il loro essere sperduti ma non intimoriti, timidi ma non ritrosi – il loro tenersi per mano. Ricordo, ovviamente, la loro cadenza: la voce che sale e poi scende ingrossandosi, e quegli “Oh!” che significano cose diverse a seconda del tono con cui vengono emessi. Ce ne sono due, in particolare, che riassumono la forma mentis dei montanari di queste parti: un “Oh!” che esprime un divertito scetticismo profondamente materialista, e un “Oh!” che è semplicemente il modo di richiamare l’altrui attenzione. Se “Ehy tu!” è il modo sgarbato di dire “Scusami…”, quell'”Oh!” è il modo sgarbato di dire “Ehy tu!”. Credo valga parimenti con esseri umani e mucche, da cui l’utilità.
Ricordo poi, al liceo, un compagno proveniente dall’ennesimo microscopico paesino montanaro, però incapace di mutare habitat. Ha sempre avuto l’aspetto del selvaggio – mi ricordava un personaggio di Verga mescolato a uno di Pasolini, perché la creatura era veramente di bell’aspetto, ma tale aspetto era nascosto dalla trasandatezza e dai modi rudi e schivi. Intagliava legno. Chissà dov’è finito.

Ho vanamente usato una passeggiata per aggiornarmi su ristoranti da sperimentare per poi portarvi VB, che quando vado a trovarla mi porta in graziosi ristorantini vezzosi dalle ottime pietanze. Intendiamoci, li ho trovati: ristoranti con prodotti tipici, ovviamente poco vezzosi ma molto caratteristici, e chiusi. Senza indicazioni circa gli orari d’apertura. Quelli de Il locale di Ballabio sono così astrusi che la proprietaria si è confusa mentre me li riferiva.
C’è poi il miraggio, ossia Morterone, il secondo comune più piccolo per popolazione d’Italia (37 di cui 10 stabili), preceduto da 15 chilometri, che comprendono una serie infinita di ripidi tornanti che risalgono la montagna e tornanti più morbidi che si snodano nel nulla tra le montagne. Vorrei portarci VB, ma non ho una patente, e Mater ha troppa paura di quella strada. Trovare un pullman è impresa ardua. Mi ci impegnerò. Quei 10 abitanti stabili sono una chicca per turisti, più o meno come una mostra che espone ritardati esemplari di pura razza dobermann.
E, poi, c’è il nulla delle montagne. Queste montagne hanno avuto per me la funzione della siepe leopardiana: celando l’orizzonte, mi hanno cresciuto con una curiosità inquieta. Il mare di Kiel l’ha placata in buona parte – il mare mi rende tranquilla, contemplativa, mentre le montagne – e queste in particolare – mi fanno cavalcare dallo Streben.


Krausser mi dice che il Faust, come mito, deve molto ad Agrippa – a lui e al suo cane nero.

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