Case Dei Lupi & altri miti.

Sul tavolo: il laptop, il netbook, sigaretta accesa in posacenere moderatamente colmo, tazza vuota e una storia economica del Sud Africa.
Questi sono i giorni del revival dell’economia.
Inciampo in Lewis, di nuovo – un suo articolo del 1954, quindi virtualmente introvabile – a meno che io non vada a Manchester.
Barerò, come al solito.
Lo leggerò non dalla fonte diretta e lo citerò trasversalmente.
Barerò, come al solito.

La Casa Dei Lupi è quel genere di casa che immaginate quando leggete di uno scrittore rifugiatosi in una baita isolata dal mondo per poter, finalmente, lavorare al proprio romanzo (che è Il Romanzo, ovviamente).
Le mure secentesche la isolano, creando un fresco microclima interno. Ho posto il tavolo dinnanzi alla finestra, che dà su quello che credo sia un convento – beh, ci sono dentro suore, sarà un convento o qualcosa del genere. Di luce ne entra poca – queste vecchie case, piccole fortezze dagli atrii buii.
Il gusto borghese-revivalista della Manman di VB, in accoppiata con quello borghese-artistoide del suo compagno, ha arredato questo buco accogliente con vecchi mobili – vecchia la dispensa, e le vetrinette, lo scrittoio richiudibile e il pianoforte scordato. I quadri, invece, sempre a causa del gusto borghese-revivalista, fingono di essere vecchi, fingono di essere pittori fiamminghi con il gusto per il dettaglio, oppure si fingono dipinti da contemplanti vecchi sul mare, e ancora riproducono l’idea generalizzata di un’arte contemporanea.
Il tutto è benedetto da una maschera dipinta, il volto è stupendo nel suo sembrare vivo, in procinto di socchiudere gli occhi e fissarti – inesorabilmente rovinata da un copricapo su cui è stato dipinto Conan il barbaro (sì, avete letto bene), e pure male.
Ho discusso a lungo con Manman e con VB di tale gusto borghese, declinato in senso revivalista o artistoide. Il mio problema risiede nella mia formazione artistica, che della natura morta gigante appesa alle mie spalle mi fa notare subito i difetti. Non tanto l’ingenuità nell’uso dei colori, quanto quella dell’intento. Quella mastodontica tela avrebbe voluto essere un decorativo quadro pseudo-fiammingo, con chiaroscuri forti e riflessi umidi – come Manman probabilmente vorrebbe una casa opulenta come nell’infanzia non l’ha avuta, ed è fondamentalmente questo il riassunto del gusto borghese: un’opulenza emulata. O un raffinato gusto emulato. O qualcosa che non hai avuto e non avrai mai proprio perché lo emuli.

La campana rintocca le undici e mezza del mattino e io lancio l’ennesima, vaga occhiata all’accumulo di fotocopie e libri.
Lo scrittore sull’eremo che si dedica a Il Romanzo a questo punto andrebbe a farsi una passeggiata per i dintorni – e ce n’è di spazio per passeggiare, dato che il paese è circondato da decine di chilometri di nulla – ma io non ho mai imparato a usare una passeggiata per rilassarmi.
Mi manca, un po’ – come mi mancano in generale tecniche per rilassarmi.
(Infatti sto bevendo della Redbull.)

Manman disse a VB di chiedermi che avrei preferito circa la lavatrice che dovevano comprare per la Casa Dei Lupi, prima sprovvistane. Alzai un sopracciglio, capendo solo vagamente che tale interesse era il riflesso della simpatia che Manman nutre nei miei confronti. Non posso quantificarla, non avendo riferimenti, ma posso compiacermene.
Mi compiaccio soprattutto della benedizione del padre, di VB, che è una di quelle figure che potrebbe essere chiamata “Il Padre”, con gioia di Freud. Il classico Padre da stereotipo, ossia quello con cui hai un rapporto conflittuale, a cui vuoi bene perché è tuo padre ma che di fondo è uno stronzo. Una cosa così.
Ovviamente, essendo io ciò che sono, ho sempre simpatizzato per il Padre. Dietro a ogni cattivo da operetta c’è un incompreso – e, giustificazioni altisonanti a parte, il Padre ha un carattere viziato e ozioso e vittimista che non mi è del tutto sconosciuto, anzi.
Vivo da anni in un mondo estremamente sadomaso, ossia diviso in vittime e carnefici. Mi riferisco alle etichette che le persone si trovano addosso alla fine di un rapporto. Sappiamo tutti – o, meglio, ripetiamo tutti – che in un rapporto tra due persone la responsabilità è di entrambe le persone, è così scontato da essere banale, così banale da venire infine ignorato – e così, alla fine, vivo in un mondo in cui le persone sono vittime o carnefici all’interno di un rapporto. O carnefici e infermierine, come preferisco dire io – che non sono un’infermierina, ma una creatura dispotica e viziata, che per qualche legge si attira quindi infermierine.
Anni fa qualcuno mi disse che avevo bisogno di una persona che badasse a me, perché io non ne sono capace. Non nel senso, ovviamente, che lasciata da sola muoio di fame e malattie contratte nella sporcizia a cui mi abbandonerei, perché sono deliziosamente spartana come single. Un po’ troppo. Per questo, probabilmente, colleziono rapporti che mi vedono giovare delle abilità culinarie e quant’altro dell’altra persona. Amo essere viziata, ed evito di viziarmi da sola – anche per una sorta di principio. L’equazione è semplice.
Il Padre, come una buona fetta di uomini della sua generazione e di quelle successive, abbisogna come me di un’infermierina – o di una colf, o di una babysitter, o di una moglie, mettetela come volete.
Essere monogama mi sarebbe comodo: avrei più probabilità di trovare una soluzione definitiva alla faccenda “infermierina”.
Ma amo complicarmi la vita, si sa.

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