The Story of De Beers.

Sul tavolo: The Causes of Slavery or Serfdom: A Hypothesis, tazza con the americano forte e latte, un laptop, un netbook, sigarette, posacenere e una lampada liberty.
Nonché i miei appunti, ovviamente.
E una sigaretta è accesa.

The Story of De Beers, prima edizione del 1939, è nella borsa amorevolmente cucitami dalla Manman di VB.
Il volume è più grosso di quanto ci si aspettasse – ossia di quanto io, VB e Ghiro ci aspettassimo. È stato con Ghiro che ne trovai una copia a 10 sterline su Amazon – con spedizione solo all’interno della Gran Bretagna. Frustrante, vero? Ma bisogna confidare negli Everten, ossia in VB, che me l’ha fatto trovare sotto al cuscino.
No, creature, non è un modo di dire: era proprio sotto al cuscino. Ci ho cozzato di scapole e, sfiorandone i bordi a occhi chiusi, ho sorriso. Come una demente.
Ci sono tante ragioni per sorridere beotamente quando ci si trova una copia di The Story of De Beers contro le scapole.
Che è una storia sulla De Beers, ad esempio, e la mia tesi è sulla De Beers. È una storia sulla De Beers con foreword by Sir Ernest Oppenheimer, che nel 1939 era il boss della De Beers.
La mia tesi è sulla De Beers, che è una puttana molto riservata. Lo potete scoprire scoprendo che gli articoli più interessanti, quelli con le informazioni che cercavate, annoverano tra le fonti documenti estratti dagli archivi della De Beers. Per scrivere del diavolo bisogna prima farci un accordo, pare – ed è per questo che i giornalisti che nell’ultimo decennio hanno scritto libri sulla De Beers la ringraziano, la De Beers, o ringraziano Oppenheimer (non quello del ’39, ovviamente – il suo discendente).
Si potrebbe gongolare anche del fatto che l’edizione contiene una pagina con foto a colori, e siamo nel ’39.
Si potrebbe gongolare anche del fatto che questa copia fu Presented to F. A. Rogers (scritto a mano) With the compliments of The Directors of De Beers Consolidated Mines, Limited. Non so chi sia tal Rogers. L’ho cercato, ovviamente. Ne ho trovato uno che lavora alla De Beers, e potrebbe essere il figlio – chissà?
Di base, comunque, gongolo perché questo libro è fottutamente raro. Nell’archivio online COPAC se ne trovano 10 copie, e si può annusare l’idea che nessuna delle biblioteche che ne ha una la cederebbe per un prestito interbibliotecario. Ne avevo discusso con La Donna Della Mia Vita, ossia l’addetta alle informazioni bibliografiche alla biblioteca di scienze politiche – quella che mi aveva chiesto di prenderle, nel caso in cui fossi passata all’Imperial War Museum di Londra (che ne ha una copia), una tazza-souvenire recante la scritta Keep calm con logo annesso.
Ah, inglesi – come siete kitsch.
Ovviamente la relatrice non mi permetterà mai di usarla come fonte per dettagli scottanti, perché con la benedizione di Sir Ernest Oppenheimer è una fonte (un po’) di parte. Il che è un peccato, perché mi dice che negli anni 1870 Anton Dunkelsbuhler e Siegmund Neumann erano a Kimberley, loro e altri membri del futuro Consorzio – ricordate la mia strenua lotta per dimostrare che a Londra il Consorzio esisteva già negli anni ’70, almeno in potenziale, e che non è pop-uppato dal nulla con l’accordo con Rhodes negli anni ’90? Ecco. The Story mi dice anche che Tal dei Tali si trovava lì con loro, e che Tal dei Tali sarebbe poi diventato famoso ad Hatton Garden – il che a voi non dice niente, ovviamente, ma basta che googlate, non ci sono cospirazioni, e scoprirete che Hatton Garden è il centro delle gioiellerie di Londra da più di un secolo – dagli anni ’70 del 1800, e voglio dimostrare che quei fottuti gioielleri erano i futuri membri del futuro Consorzio, ma non esiste fonte a mia disposizione che lo attesti – a parte il The Story con questo rimando indiretto, e altre fonti con altri indiretti rimandi.
No, creature, la mia tesi non è sul Consorzio – ma è una questione di principio.
Ho fatto andare un amico di VB alla Sapienza a Roma per recuperarmi un articolo tutto squisitamente incentrato sul Consorzio – e che, quindi, inizia dicendo che si parla sempre di questo fantomatico Consorzio ma se ne sa poco (lo dicono tutti) – e l’articolo è veramente dettagliato e preciso, ma analizza la storia dal 1890. Pessimismo e fastidio, nevvero?
Per non parlare di quella fonte che sarebbe centrale alla mia tesi e che è a sua volta una tesi, di giurisprudenza, mai pubblicata.
Sigh.
(Adoro tutto ciò.)

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