Di tagliole e pareti pulsanti.

Non riesco a scrivere una scena di Rush in Peace.
Ho provato a cercare ispirazione in cantilenanti canzoni – ho bisogno di una prosa delirante come una cantilena – e poi mi sono arresa, cercando conforto in Providence degli Ulver, un pezzo che ha la tristezza senza tempo di un lamento stagliato su uno sfondo barocco.

Mi sono svegliata con una sensazione-ricordo-atmosfera che va dritta nel contenitore Sehnsucht.
Era una sensazione-ricordo-atmosfera molto europea. Parla di un palazzo grave e triste come una vecchia scuola, che ai propri tempi d’oro dovette essere luogo privilegiato per poche, eccelse, menti. Dovette… Come se tale luogo fosse mai esistono all’interno della mia testa.
Ma comunque.
In questo periodo il mio intestino confonde spesso il privilegio dell’Europa di un tempo con il privilegio che io avrei voluto avesse. Sogno aule che custodiscono l’eco di passi diligenti, mentre con tutta probabilità hanno ospitato quelli di primogeniti di ricche famiglie.

Providence mi mette tristezza.
Una tristezza lieve ma profonda, che solo gli Ulver riescono a comunicarmi.
Per questo l’ascolto, non per masochismo – gli Ulver mi mettono in comunicazione con me stessa, senza che io debba ricorrere ad artifici, proiezioni e rappresentazioni da indossare come abiti che fingi essere pelle.
Com’è, la mia pelle?
È da mesi che metto in questione la mia identità.
Qualche benintenzionato e avido promotore di cultural studies direbbe che ciò è in qualche modo collegato alla mio risiedere all’estero. E può darsi. Ma solo collateralmente, temo. Il soggiorno all’estero è, credo, stato nient’altro che un’occasione per l’insorgere di certi dubbi. Dubito dei dubbi stessi, e quindi mi è difficile dar loro un nome.
Oscillano, come oscilla la mia percezione del tempo.
Hölderlin e il suo aver sfidato il tempo. La torre e la pazzia per tre decenni – no, no, no, vi prego…

Ho voglia di vedere F. F ha voglia di vedere me. Ci tocca tramare alle spalle di altri per vederci.
(Non nel senso, creature, che ci sono segreti da mantenere – io e F siamo troppo essenzialmente fanatici dei nostri principii per ciò – ma nel senso che siamo due creature tendenzialmente sempre impegnate in qualcosa e nello specifico la sera in cui potremmo incontrarci lui ha già un appuntamento, che dovrebbe quindi procrastinare – e gli ho detto, con poca convinzione, di non farlo perché credo che il suo sentirsi in colpa sia simile al mio: accade di rado ed è insolubile. Oh, com-passione).
Ho voglia di vedere F ed è strano il modo in cui sento questa voglia.
È strano, in generale, il modo in cui mi rapporto alle mie voglie di incontri umani e alle mie nostalgie, e se posso definirlo “strano” è perché lo sto realizzando ora.
Qualche tempo fa, in più riprese, ho speso parole e parole parlando della mia nostalgia per VB. L’ho sottolineata come se fosse una sensazione nuova e rara, quando ciò che mi colpiva era il fatto che era una semplicissima, immotivabile con speculazioni, nostalgia. Normale, insomma. E questo deve avermi shockato. Seriamente. Mi ha shockato così tanto che vi ho reagito come la me stessa di una volta avrebbe voluto saper reagire, essendo incapace di farlo.
Ho ignorato.
Da un giorno all’altro, credo.
Non ne sono sicura, perché mi sto ancora analizzando, e quindi è tutto in forse.
Ho avuto paura.
Ho ancora paura, creature – ho paura come si ha paura delle cose che si crede di conoscere perché le si è incontrate in simili manifestazioni, e con umana arroganza si generalizza.
Urlo a bassa e scazzata voce addosso a Mater di non generalizzare – e con lei questo termine ha il significato che io gli do, con le connotazioni mutuate dalle PNL – le sue precedenti esperienze amorose, e conoscere ogni persona senza preconcetti di genere.
E intanto generalizzo le mie nostalgie. I miei attaccamenti. Le mie debolezze. Come se VB fosse anche solo lontanamente simile ai miei precedenti rapporti – sì, lo è, lontanamente, e la mia paranoica mente a ciò si aggrappa per generalizzare e iniettarmi inquietudine.
I rapporti a distanza sono una tale costante nella mia vita che ho smesso di considerarli diversi da tutti gli altri. Sono la mia norma. Quando mi si domanda se non è difficile, avere un rapporto a distanza, stupisco e realizzo di averne.
Avrei voluto piangere addosso gratitudine a VB ogni volta che, dinnanzi a tale consapevolezza e alle insidie che reca con sé, si è fatta rassicurante. Ricordo attimi – sì, sono solo attimi, non abbiamo lasciato che durassero più di un minuto per volta – spesi a iniettarmi queste piccole rassicurazioni – “Verrò prima di tre mesi”, o “Troveremo un modo“, o whatever. Non posso dimenticare la consapevolezza a ciò collegata: se VB in quegli attimi non fosse stata così rassicurante, allora io… allora io… allora non so cosa io avrei provato. Il terrore che si prova quando ci si trova davanti alle sconosciute parti di se stessi – non importa quante siano, quanto larghe e pervasive siano: ogni volta si presentano in forma di abisso.
C’è una cosa che so fare incredibilmente bene, creature, e forse dovrei mostrarla assieme a tutte le cose che mostro quando conosco qualcuno: so alzare e abbassare la levetta della voglia di vedervi. So godermi il tempo con voi, quando con voi sono, senza remore né freno – ma quando non ci siete so trattare il vostro ricordo come si tratta un lusso secondario.
E lo faccio anche con VB.
Ho cominciato a farlo anche con lei da quando, questo inverno, la nostalgia mi ha messo a terra e ha cominciato a prendermi a calci all’altezza della bocca dello stomaco, nessuna pausa per farmi respirare – per poi lasciarmi rantolante a terra e sussurrarmi che sarebbe tornata, ma prima del dovuto, che sarebbe tornata quando VB fosse tornata, per sussurrarmi: “Ci vedremo fra una settimana, che domani saranno sei giorni, e poi cinque, e poi… Sai contare?”
So perché Signora Nostalgia si è mostrata proprio quest’inverno. Ha bisogno di un vuoto in cui insinuarsi, e il mio essere – questo inverno – era una voragine. Un vuoto esistenziale così profondo da portarmi a comporre inutile bigiotteria pur di colmare quell’horror vacui. Nessun interesse a riempire le mie giornate, che eppure scivolavano via – oh memento mori.
È stato un incubo.
Questo autunno è stato un incubo e, come al solito, non so come io sia riuscita a non sprofondare del tutto. Culo, follia, o le schiere angeliche piazzate dietro al mio deretano per vegliare su di me.
Signora Nostalgia, come ogni altro tenente della Generalessa Debolezza, aveva bisogno che io cedessi.
Rush in Peace è stato riportato a galla per disperazione, credo. Questo fottuto romanzo richiede un sacco di sbattimento – soddisfacente, a morte, ma richiede energie e concentrazione – e per anni ho procrastinato, non avendo voglia di impegnarmi con questa responsabilità con Noesis – perché poi mantengo la parola o muoio in sensi di colpa.
Ma mi serviva – o, comunque, a ciò è servito: ad alzare un dito medio in direzione di Signora Nostalgia.
Quello che non avevo considerato era che avrei applicato, anche con VB, la vecchia tecnica dello scindere, come una scimmia, ciò che hai davanti e di cui puoi godere da ciò che è lontano e che quindi non ha senso catalizzi la tua attenzione.
Poi ci sono attimi, come questo, in cui gli Ulver mi mettono in comunicazione con me stessa e io guardo alla mia coscienza come a un castello pieno di ali che non devono essere visitate in certi periodi dell’anno. Sbircio, grazie agli Ulver, sbircio come si sbircia un ventre squartato, con curiosità, com-passione (oh, la com-passione per se stessi – ciao, dissociamento) e timore.
Vivo, a volte, con l’ottica della persona ferita che usa tutte le energie per procedere anziché curarsi. Se resiste ancora un po’, e ancora un po’, e spera che la prossima pallottola non sia letale ma l’ennesimo buco da ignorare, allora arriverà finalmente al meritato riposo.
Basta tenere le porte chiuse.
Molti emeriti cervelli morti hanno lasciato in eredita il vecchio Leitmotiv della sofferenza come collante dell’umanità. Tradotto: “Accertato che questo mondo può essere puzzante merda, cerchiamo di dargli un senso, a questo letame, diciamo che lo condividiamo tutti, così almeno qualcosa di produttivo ne ricaviamo.”
Se vi cedessi, potrei scrivere ora che la vita – la vita, una concezione di vita che tutti esperiamo – è così strana nel suo saper celare immani tragedie dietro a ignorati buchi delle serrature. L’ironia della vita, poi, che vuole che le cose più fondamentali dipendano da piccoli sottovalutati casi.
Ma non voglio cedere a ciò.
Il fatto che io possa un giorno soffrire come un cane e come un cane staccarmi una zampa pur di liberarmi da una tagliola e il fatto che probabilmente anche voi potreste non mi fornisce neanche un indicativo. Solo laidi congiuntivi e speranzosi condizionali.
Il fatto che io abbia voglia di vedere F come si ha voglia di ingoiare antidolorifici non lo rende un alleato vita natural durante. Alleato contro cosa? F, come ogni creatura, un domani potrebbe – per sua volontà o contro la sua volontà – essere causa della tagliola che troverò a mordermi la carne.
La soluzione è semplice, è sempre la stessa: godermi il presente, beata sia l’immanenza, e non sfruttare una delle potenzialità del Verbo: queste parole capaci di portare al qui-e-ora ciò che non è presente né spazialmente né temporalmente.

Il mio caro Agrippa, pace alla sua anima maledetta, probabilmente usava attaccarsi sanguisughe addosso per parlare con i morti.
Vorrei prendere la parola “debolezza”, e “debilitazione”, e sdoppiarle, sì che abbiano due significati – perché la debolezza indotta di cui giovava Agrippa per avere visioni è diversa da quella inconsapevole che ci trascina nei più reconditi e beceri e a nausea conosciuti lati di noi.
La debolezza di Agrippa è quel rinunciare alla protezione del proprio funzionante corpo per aprire la mente. Lo fanno anche gli stupefacenti – e troverete benintenzionati santoni post-moderni pronti a dirvi che non c’è bisogno di droghe per avere le stesse visioni, per giungere alle stesse illuminazioni, per sentirsi connessi con il mondo e sentire che il corpo è un impedimento sottile quanto un velo, mera illusione.
L rincorre, nei suoi studi, il potenziale effetto delle droghe. L cerca materiale sui funghi allucinogeni dopo aver sentito che alcune persone ci sono rimaste sotto. C’è questa strana ironia, in questo, sensuale e atroce. Il come una sostanza stupefacente possa abbattere anni di pensiero comandato e aprire la mente ai suoi più reconditi delirii. C’è chi rimane shockato dinnanzi ad anni in Vietnam, e chi rimane shockato dopo aver visto cosa la sua mente può concepire. Probabilmente è la stessa cosa.
C’è chi rimane shockato dopo aver fatto l’Agrippa della domenica, esserci riuscito e aver visto il fantasma della nonna morta nell’armadio. Ho conosciuto un sacco di persone, in percentuale, che parlano delle proprie esperienze “occulte” come un ebreo parlerebbe del proprio sangue a un convegno di nazionalsocialisti. Ho guardato il timore nei loro occhi – un timore pacato, velo sopra al terrore – e mi sono chiesta – con la cupidigia di L – cosa li abbia costretti a osservare le proprie budella srotolate sul pavimento.
Non ho mai ingoiato sostanze stupefacenti capaci di costringermi a osservare la dissezione della mia anima, e non ho mai visto né fantasmi né funzionari della gerarchia infernale – l’unica volta che mi sono scopata Loki lui era invisibile, quindi niente foto da mostrarvi. L’amplesso mi ha lasciato solo un gemello siamese come prole: la consapevolezza che “Loki” e “Lucifero” sono costruzioni umane, perché se qualcosa esiste ha confini troppo malleabili per essere racchiuso da un’idea, e quella che tutto è come deve essere, ossia una totale, onnicomprensiva accettazione di tutto ciò che la mia mente può partorire, senza scarti.
Non ho, insomma, il background della persona allucinata che ha vissuto nelle proprie visioni – ma rido e piango quando sento qualcuno parlare dell’aver fatto un sogno simile a uno snuff movie con il tono sussurrante e riverente di un massone che gioca al vedo-non-vedo con un possibile iniziato. Rido quando qualcuno eroticamente tace l’avere stupri e massacri che gli girano tra i pensieri, che se solo tu sapessi quello che so concepire… Rido e piango quando qualcuno, dinnanzi a un corpo sbudellato artisticamente, porta le mani a coprire la bocca e stupisce, perché lo stupore presuppone ignoranza in materia.
Ascolto gli Ulver per comunicare con me stessa e guardo video di Silent Hill per rimettermi a posto l’intestino. I miei incubi non sono cosparsi di massacri – se ci sono massacri, sono di sottofondo, interessanti come le tendine in una sit-com inglese – e questo deve essere merito dei videogames che hanno costellato la mia infanzia.
Silent Hill mi rende un servizio: inserisce in un quadro coerente alcune delle immagini che compongono la mia disordinata percezione del Creato. Dà, così facendo, loro un senso. A volte temo che, alla fine, tutto ciò che conta è l’avere un senso con cui benedire il coacervo di frammenti di Creato che abbiamo racimolato. Le disperse immagini di corpi contorti, intestini usati per comporre graziosi festoni, i volti dai ghigni unheimlich e quant’altro che sonnecchiano dietro alle porte meno esposte del mio castello vengono così acquietati – do loro un biscottino per saziarli. Approvano mugugnando i loro strani versi e tornano a copulare con le pareti pulsanti, lasciandomi in pace.
Non vi dirò che non potete immaginare cosa la mia mente possa concepire. Magari potete farlo, e ingoiare funghi allucinogeni non vi metterebbe davanti a lati di voi che non conoscete già. Il fatto che non infestiate la Rete con le vostre visioni non significa che non ne abbiate. Oltretutto, odio i “non potete immaginare”, i “meglio che non ve lo dica”, gli occultisti travestiti da massoni che sibilano che certe cose sono pericolose e via discorrendo. Non voglio neanche fare la parte del Lovecraft della situazione, assillato suo malgrado dalle concezioni della propria testa: non sono le pareti che inglobano le creature contorte che se le fottono a crearmi disagio, ma l’imbattermi in persone che stupiscono dinnanzi a un intestino usato come sciarpa. Quello stupore mi dice che le voraci pareti del mio castello sono un po’ oltre la soglia.
Rimbaud – che continua a essere mio ospite – ride dicendo che il senso sta tutto qui: mostrare l’oltre.
Altri emeriti cervelli morti hanno lasciato questo in eredità: l’artista è colui che mette in contatto con l’oltre. È a causa di questa visione che le persone gongolano allo scoprire che 3/4 degli artisti morti erano massoni – perché il presupposto è che la Massoneria fosse una misterica associazione di artisti-veggenti che si facevano incaprettare dal Diavolo, e non un club di polverosi e auto-compiaciuti ricconi.
È questo, l’Artista?
(Come se esistesse l’archetipo de L’Artista.)
È una creatura che guarda oltre – oltre le serrature?
È dal disseppellimento di Rush in Peace che blatero di artisti, direttamente o meno. Odio nominare l’Arte – concetto-puttana che cambia a ogni volgere di secolo. Ho dovuto permettere a Rimbaud di trasferirsi in camera mia per avere un alter-ego con cui parlare d’arte. (Tra l’altro, informatevi: sicuramente qualcuno avrà infilato anche Rimbaud nella Massoneria.)
È da Rush in Peace che gioco a fare l’artista. Se non giocassi questo ruolo non potrei permettermi né la coprolalia con cui scrivo su Facebook né il mio offendervi qui.
Ma, avendo scelto Rimbaud come co-inquilino, parlando di artisti non posso non parlare di veggenti. Colpa sua, non mia. Vi è andata bene: se avessi scelto D’Annunzio vi tedierei con barocche descrizioni di tappeti e userei il tempo per spiegarvi per quale motivo dovete venire a letto con me. Ma tanto ci verrete comunque, e quindi torniamo a Rimbaud.
A Rimbaud, agli intestini e all’oltre.
Gli emeriti cervelli morti che hanno lasciato in eredità l’ideale dell’artista come veggente squilibrato postulano l’esistenza di quest’oltre, questa dimensione misterica post-Cristianesimo. Prima del Positivismo oltre c’era Dio. Dopo il Positivismo c’è stata una gran confusione su cosa ci fosse oltre, e così la psichiatria ha preso il posto della religione. Chi di voi ama Lovecraft lo ama anche per questo: ha fornito un’alternativa a Dio, un’alternativa che conteneva – a differenza dell’ultimo, appassito, buono-mieloso Dio – Bene e Male estremi, saltando a pie’ pari le noiose spiegazioni psichiatriche.
Psicologicamente parlando, dietro alle serrature delle ali più polverose del mio castello c’è psicopatia. Il fatto che io abbia squarciato i cadaveri della maggior parte delle persone che conosco intimamente, oltre a essermi scopata i loro genitori, significa che un giorno lo farò. Quindi, tenetemi lontana dai vostri genitori prima che ne abusi.
Artisticamente parlando, ci sono potenziali. Artisticamente parlando – e mi conviene parlare artisticamente, perché la sola idea di scoparmi i vostri genitori mi fa stringere le chiappe – ho una scelta: o assecondare le mura pulsanti che amano essere guardate mentre inglobano fatine gementi, dando così corda alla mia creatività, o liquidarle dicendo che certe concezioni le hanno tutti, non ho niente da mostrare, semplicemente non ha alcun senso soffermarmi morbosamente a contemplare la fatina che strilla bestemmie mentre la parete la mastica.
Ho sempre optato per la seconda, ma non è colpa mia, bensì vostra: siete voi che continuate a chiedermi da dove io tragga tanta fantasia, facendomi sentire una bestia rara – nel bene e nel male (ma il male da qualche tempo a questa parte, più o meno due secoli, va di moda, e quindi è una contrapposizione fasulla).
Rimbaud ride e dice che m’illudo di scegliere. Che assecondo. Che lui ha veramente scelto e ci ha rimesso una gamba. È una merda, perdere una gamba, altro che fatine uscite da playboy e stuprate dalla tappezzeria – e terrei la bocca chiusa, se avessi perso una gamba.
Può darsi.
Quel che mi infastidisce, comunque, è che la scena che non riesco a scrivere per Rush in Peace dovrebbe essere esattamente questo: aprire una delle porte di solito aperte da funghi allucinogeni, sedute spiritiche e sanguisughe e farlo per scodellarvi un po’ di delirio in formato prosa. Ve la vorrei aprire vestita da maggiordomo e con un sontuoso inchino – e invece è la terza volta che cerco di darle forma, e per la terza volta ho fallito.
Voglio dire, è come trovarsi nel letto una playmate e fare cilecca. Fortunatamente nelle ali più recondite del mio castello non è immorale legare una playmate al letto, e quindi non rischio che scappi, ma è frustrante. Oltre a ciò, la stronza comincia a deridermi. E ciò, ovviamente, peggiora la situazioni instillandomi panico – e il panico rende ancor più goffi – così goffi che stavolta non so chiudere con un finale a effetto, spiacente.

2 comments

  1. Leggendo pensavo di scriverti che la tua levetta ha un nome “paura” ma poi ti sei data la risposta dal sola
    “…Il fatto che io possa un giorno soffrire come un cane e come un cane staccarmi una zampa pur di liberarmi da una tagliola..”

    A volte cercare di avere il controllo su tutto o quasi, fa si che sia il controllo a controllare noi.

    Perchè te l’ho detto? Non so… per quello che hai scritto, per un’impulso istivo, perchè son la futura santona della comune new age lesbo 😛 e spesso mi faccio prendere dal personaggio del percepire. Male che vada è solo una frase molto figa da leggere (si hai una mater modesta 😀 )

    1. Sai, penso sia tutta colpa di “LA Confidential” e del suo ripetere che le motivazioni del mio personaggio preferito erano, riassumendo, “paura”. Solo che nessuno si premura mai di dire perché la paura come motivazione debba essere così esecrabile.

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